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Intervista a Laurie Anderson: “Lou Reed ci ha insegnato a combattere”

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Laurie anderson
 (Credits: Stephanie Diani)

Laurie Anderson passerà dall’Italia per due date insieme ai Sex Mob: giovedì 16 novembre a Carpi (Teatro Comunale) e il 17 novembre a Trento (Auditorium Santa Chiara)

di Nicholas David Altea

Laurie Anderson è sperimentatrice, performer, violinista, avanguardista e visionaria, capace di passare dalla musica al teatro o allo spoken poetry con una naturalezza che rende la sua arte un unicum da qualsiasi lato la si guardi. Profondamente appassionata di tutto ciò che è multimedialità e tecnologia. La sua carriera discografica cambia per sempre nel 1980 con il singolo O Superman, che scala le classifiche pop britanniche. Dopo di esso arrivano numerosi album su etichetta Warner, tra cui Mister Heartbreak, United States Live, Strange Angels, Bright Red e la colonna sonora per il film Eroi Senza Gloria. Come compositrice ha contribuito alle musiche di film di Wim Wenders e Jonathan Demme, brani di danza di Bill T. Jones, Trisha Brown, Molissa Fenley ed una colonna sonora per lo spettacolo teatrale di Robert LePage. Ha inoltre creato brani per la National Public Radio, la BBC e per l’Expo ’92 di Siviglia ed è stata nominata la prima artista resident della NASA, culminata nella sua esibizione solista nel 2004 con The End Of The Moon. In Italia passerà giovedì 16 novembre a Carpi (Teatro Comunale) e il 17 novembre a Trento (Auditorium Santa Chiara) insieme ai Sex Mob il quartetto visionario che esplora il jazz strumentale senza alcuna barriera o preconcetto. L’abbiamo intercettata telefonicamente per una breve chiacchierata per farci raccontare un po’ di cose su quello che succede oggi nella musica e su come lo sta vivendo.

Perché hai deciso incentrare lo show sul brano Let X=X, tratto da Big Science?

Laurie Anderson: “È semplicemente il mio titolo preferito perché è una specie di problema matematico che mi piace molto. Significa che lasciamo le cose così come sono ed è molto significativo del presente”.

Come pensi che arte e musica possano aiutare in qualche modo l’emergenza climatica che stiamo vivendo?

L.A.: “Beh, questa è una questione molto, molto importante. E penso che la cosa che più aiuterà l’emergenza sarà cominciare a fare qualcosa e smettere di pensarci. È utile parlarne, ma siamo in grande ritardo e dobbiamo iniziare a prepararci. Il tempo per spendere parole è finito”.

O Superman è una canzone pionieristica e di grande successo, ho letto che però all’inizio non eri molto convinta di pubblicarla. È davvero così?

“No, volevo assolutamente pubblicarla”.

In Italia questa canzone è anche ricordata per essere stata la musica di un popolare spot televisivo per la prevenzione dall’AIDS

“Non lo sapevo, mi fa piacere”.

Prima della popolarità come venivi considerata a New York? Com’era la tua vita prima di diventare popolare?

“Più o meno come dopo, perché non ho cambiato molte cose e mi sono avvicinato al tipo di popolarità di quella canzone anche come antropologa, ho cercato di avere un modo molto equilibrato di pensarci perché la varietà delle cose è un fenomeno molto libero”.

Quest’anno sono 10 anni dalla scomparsa di Lou Reed. Come si sopravvive alla perdita di un amore così forte come era il vostro?

“Ogni 27 ottobre è l’anniversario della sua morte e ogni 2 marzo l’anniversario della sua nascita. Facciamo sempre qualcosa per ricordarlo insieme ai suoi amici. Penso che sia un buon modo per onorarlo”.

Qual è il più importante insegnamento che ha lasciato Lou Reed?

“Il suo ottimismo e la sua capacità di combattere per quello che voleva, per molte cause in cui credeva. Era un artista marziale molto feroce. E nella sua vita personale ha vissuto anche in quel modo. Non si è arreso. È stato di grande ispirazione”.

C’è un bellissimo scatto che vi ha fatto Annie Leibovitz a Coney Island. Ricordi quel giorno?

“Sì, ricordo bene”.

Hai qualche aneddoto?

“Non per quello scatto in particolare, ma ricordo che posare con Annie Leibovitz a volte era davvero folle perché doveva fare cose come appenderti a testa in giù o essere annegato in una piscina con le tartarughe. Lei è così per raggiungere il suo stile riconoscibile”.

Qual è la caratteristica che ti porta a raccontare nella tua musica una storia invece di un’altra?

“Ho molti temi diversi nel mio lavoro e cerco di renderli coerenti in modo che ogni storia ne racconti anche un’altra. Cerco di non avere solo un flusso di canzoni non correlate, ma provo anche ad avere una trama che le attraversi”.

In che modo i social media e l’evoluzione tecnologica hanno cambiato il tuo modo di raccontare una storia, di suonare e fare musica?

“È un sogno abbastanza ricorrente nella mia vita: poter usare la tecnologia per cambiare le voci abbastanza rapidamente. Posso fare un sacco di cose come usare la musica in modi nuovi. È una grande cassetta degli attrezzi che ti permette di lavorare con la tecnologia”.

Quindi pensi che ci siano più vantaggi o svantaggi in questa grande evoluzione tecnologica?

“Non sono una che sta tenendo traccia dei vantaggi e degli svantaggi, ma penso che per esempio si può dire che l’AI ti dà un sacco di input creativi”.

Hai paura dell’AI?

“Sì, penso che possa essere anche pericolosa”.

Il tuo album Homeland del 2010 era un concept sulla vita negli Stati Uniti. Come riscriveresti quell’album e come è cambiata la vita negli Stati Uniti negli ultimi 13 anni?

“Direi che è diventata molto più conservatrice, ma quel disco l’ho scritto anche in un momento altrettanto rigido. Le persone hanno tanti problemi, soprattutto a livello lavorativo è difficile perché molti posti di lavoro sono fondamentalmente andati persi. Dobbiamo pensare a ciò che gli esseri umani possono fare per avanzare e usare l’AI senza essere sopraffatti”.

Come compositrice hai contribuito alla musica di film di Wim Wenders, Jonathan Demme, tra gli altri. Immagino fosse un processo molto diverso rispetto a un disco…

“Ho fatto un film di Spalding Gray per esempio, era come lavorare su cose mie perché era caratterizzato sia dalla voce che da suoni ambientali in sottofondo, ma ogni film era qualcosa di diverso. Ho dovuto creare qualcosa di differente, molto melodico ed energico come per il lavoro con Julian Schnabel”.

E adesso a cosa stai lavorando?

“Sto lavorando su alcuni libri, devo finire progetti di registrazione e altre cose del genere. Continuo a fare un sacco di cose e mi piace molto, anche se a volte penso di essere troppo occupata, ma va bene così”.

Quando vieni in Italia a suonare che effetto ti fa?

“Mi piace molto suonare in Italia. Apprezzo soprattutto che gli spettatori siano pazienti con i testi in inglese. Sono davvero contenta che possano ascoltare in quel modo. Ho iniziato a lavorare in Italia nel 1975 ed è stato il primo posto in Europa per me. E così ho un sentimento di grande affetto per le persone, il pubblico e i miei colleghi musicisti italiani, quindi non vedo l’ora di suonarci ancora”.

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