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Tutti i battiti della Biennale Musica 2023

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Biennale AVZ La Notte Dei Battiti Lamin Fofana By Andrea Avezzu
Credit: Andrea Avezzù

Da Leonie Strecker a John Zorn, Paolo Bertazzoni racconta le performance degli artisti ospiti della Biennale Musica 2023

di Paolo Bertazzoni

28/10/2023
Leonie Strecker – Terminal
Alexis Weaver – Soft Matter
Arsenale – Tese dei Soppalchi

Due performance che esplorano la voce come strumento, veicolo, materiale sonoro in grado di riempire lo spazio e interagire in modo fisico con i corpi degli spettatori, posti al centro di un’esperienza sonora (letteralmente, circondati da un fitto circuito di casse sospese e a terra) che rimanda alla concezione artaudiana secondo cui il pubblico dovesse essere “assediato” dall’agire performativo, così da esserne totalmente assorbito.

Due diverse declinazioni di un percorso che mette insieme sperimentazione, minimalismo, ricerca sul suono e installazione riversati nel corpo scenico, che in Terminal vedono la compositrice tedesca Leonie Strecker interrogarsi sul significato di “controllo” attraverso l’idea di assenza e dell’eco che ne deriva. Una prova in cui la voce captata dal microfono diventa singhiozzo, tosse, fondale sonoro ma anche primissimo piano e dettaglio che si misurano con frasi spezzate, frammenti di vecchie canzoni e con il brusio sparso di una folla registrata chissà dove. Un dialogo, quello con la musique concrète, che nel concetto di moltitudine rende ancora più affascinante le riflessioni che Strecker affida alle derive sonore della sua voce che nell’incontro con il processo elettronico si fanno di volta in volta elemento ritmico, esasperazione, gocciolio, gorgoglio etereo e preludio ad un silenzio che trova il pubblico incredibilmente pronto e raccolto.

Analogamente interessata al rapporto fra voce, suono e musica elettronica, la sound designer e compositrice Alexis Weaver attribuisce alla parola un ruolo decisamente maggiore, nella sua performance, che musica e drammatizza i testi della chimica e poetessa Geosmin Turpin in un impianto dalla gestualità pronunciata. Voce che si fa tramite fra arte e divulgazione scientifica trasferendo la musicalità della parola (come un mantra, restano in testa segmenti allitteranti come “dislocated data devotions” o “corrosive caleidoscopic collision”) in un impianto sonoro maggiormente attratto da ritmi e percussioni. Frasi che rimbalzano letteralmente nello spazio, da una cassa all’altra, innescate dal cortocircuito che vede ciò che viene recitato immediatamente registrato, processato e restituito in diretta da Weaver, che in questo modo accenna, nella persistenza del suono, a quella delle nanoparticelle di cui Soft Matter ci parla.


28/10/2023
RAI RADIO 3
La Notte Dei Battiti
JJJJJerome Ellis
Lamin Fofana – Shafts Of Sunlight
Jace Clayton aka Dj rupture – Julius Eastman Memorial Dinner
Arsenale – Teatro Delle Tese

La Notte dei Battiti mette in scena tre diverse riflessioni sul rapporto fra suono, musica, performance. Tre esibizioni che toccano minimalismo, soundscaping, glitch, elementi di jazz, techno, IDM e musica contemporanea per pianoforte, filtrate dalle personali visioni di artisti, che in poco meno di tre ore portano in scena tre distinte esperienze; intense, capaci di toccare nel profondo ma anche di stimolare l’intelletto e spingere verso l’approfondimento di carattere storico.

Una notte inaugurata da JJJJerome Ellis, che nel suo nome chiarisce ciò che più avanti, durante la performance puntualizzerà a voce: la balbuzie, che lo accompagna da quando è nato, definisce nel suo essere persona, ricercatore, artista, un elemento capace di ripercuotersi sulla musica come indagine sul rapporto fra fluidità e cortocircuito del linguaggio. In questo modo il sax, il ricorso al sampling, all’intermissione di brani registrati che ammiccano, lontani, al funk e al jazz, il pianoforte che si presta sia alla definizione di melodie cullanti sia al caos frenetico dei cluster divengono ingredienti di una lunga composizione che si muove fra soundscaping, ambient e uno smooth jazz molto, molto rarefatto. Una sovrapposizione di pattern che definiscono un ambiente sonoro mistico, accogliente, nel quale il musicista statunitense utilizza la voce come strumento che si interroga sul tempo (“la balbuzie può creare tempo ed offrircelo”, dichiara a performance inoltrata, nda), sul vocalizzo che incontra la parola interrotta, che si accartoccia su sé stessa e incespica, facendosi ritmo ma anche melodia, onda d’urto capace di espandersi ai confini di una incredibile estensione vocale.

Molto più ruvido, minaccioso e sovversivo, il principio su cui si basa la lunga suite di Lamin Fofana, che nel suo caleidoscopico susseguirsi di drone, beat, glitch (e non solo) porta in scena un frastornante j’accuse contro la teoria musicale classica in quanto servile espressione del colonialismo culturale ed economico occidentale. Un’esperienza che si lega indissolubilmente allo spettacolo di luci mobili di Theresa Baumgartner, artista visuale berlinese. Nessuna presenza umana sembra prendere posto sul palco (l’artista è dietro ad un pannello) ed in uno scenario degno dei peggiori incubi di John Connor, si susseguono partiture a cavallo fra industrial, IDM e dark ambient, fra clangori metallici e spettri di synth che a tratti ammiccano ai Tangerine Dream di Phaedra. Una rivisitazione dello spazio sonoro cupa e apparentemente priva di speranza, nella quale la voce appare un’inquietante distorsione di discorsi “cibernectoplasmici” che sul finire si rivela sempre più composita e caleidoscopica, quasi divisa in segmenti, che toccano vette di ossessività percussiva e finiscono in un crescendo rarefatto, inaspettatamente luminoso.

A chiudere la notte dei battiti, la performance dedicata al compositore, pianista e performer Julius Eastman ad opera di Jace Clayton, che rivisita per la Biennale il suo Julius Eastman Memorial Dinner (2013) in una veste che prevede musica contemporanea, manipolazione del suono attraverso i sufi plug in di sua invenzione ed interferenze dialogico teatrali. Una prova nella quale è accompagnato dalle pianiste Emily Manzo e David Friend, che danno corpo alle rivisitazioni dei brani Evil Nigger e Gay Guerrilla secondo una formula che enfatizza un contrappunto fra la tensione perpetua espressa dalla musica e la staticità quasi serafica con cui Clayton armeggia ad un tavolino che tanto ricorda quelli usati per consultare una tavola ouija. Un moto quasi perpetuo scaturisce dai tasti dei due piano con note che sembrano inseguirsi con frenesia omicida. Partiture che arrivano alla dissonanza che rievoca come in un incubo l’impressionismo di Debussy e che si placano solo quando il primo brano viene interrotto da una videochiamata. In alto, al centro di uno schermo, compare il volto inespressivo della cantante Arooj Aftab, nei panni della depressa responsabile della fondazione Julius Eastman. Un sipario che apre la performance alla teatralizzazione di un quotidiano sempre più disumanizzato, nel quale non si può constatare come la burocratizzazione stia inghiottendo persino la memoria e l’opera di un autore come Eastman, mentre David Friend gratta istericamente le corde del pianoforte profanandone la cassa armonica. E ancora, il cenno al Notturno numero 2 in Si Bemolle di Chopin sembra riportare un minimo di armonia in una dissertazione che nella seconda parte dello spettacolo aggiunge alla carica tensiva un crescendo orrorifico, persino nei momenti più morbidi o quando assume i toni di una marcia. Una riflessione accorata ed amara, che sembra lasciarci intravedere un minimo di speranza solo alla fine, quando dal suo collegamento (registrato) in Zoom, Arooj Aftab rivela la vera portata espressiva della sua voce: è l’anima del blues ad impossessarsi delle casse armoniche dei due pianoforti, che chiudono la performance nella più malinconica e intensa maniera possibile.

29/10/23
John Zorn
The Hermetic Organ
Conservatorio Benedetto Marcello – Sala Concerti

L’ultima incarnazione dell’organo ermetico di John Zorn sembra essere una celebrazione di quel briccone divino che si qualifica come forza della natura e che usa l’ironia per approdare al sacro, in barba al concetto di solennità. In questo senso, il suo ingresso in scena in felpa nera, cappuccio alzato e Jolly Roger (il classico teschio dei pirati) sulla schiena rende subito l’idea del cortocircuito con cui si approccia alla performance: una celebrazione delle nozze fra sacro e profano in cui il compositore e polistrumentista statunitense tributa il suo primo idolo musicale, quel Lon Chaney che nei panni del Fantasma Dell’Opera diretto da Rupert Julian lo aveva tanto suggestionato da spingerlo a studiare proprio l’organo, sin dalla più tenera età. Una prova che inizia con un segno di riconoscenza: l’inchino ad entrambe le consolle, prima di togliersi le scarpe, riporle sulla panca e iniziare ad armeggiare ai registri, alla pedaliera e ai tasti come un alchimista. Una performance convulsa, fisica, dalla quale scaturisce un pattern sonoro dalla grana sinistra, come nelle sequenze iniziali de L’Abominevole Dottor Phibes. Una nota continua, prima bassa, poi via via più alta sottende la prima parte della suite creando tensione, suspense, mentre la gestualità frenetica di Zorn si lega indissolubilmente al suono, così come avviene in un rito. Un elogio al complesso rapporto fra ordine e caos, al contrasto che si instaura fra suono e silenzi, accordi che si fanno sussurri, canto, quindi polifonia dissonante. Note che si inseguono mentre la consolle che si trova sulla sinistra del palco, alle spalle del musicista, reagisce muovendo i registri, investendo un normale fenomeno meccanico di un’aura sovrannaturale, quasi a manovrarla ci fossero le impalpabili mani di un partner fantasma. Un susseguirsi di suoni che scaturiscono dalle sue mani e dai sui piedi che nudi agiscono sulla pedaliera rimandando al contatto viscerale con la terra e l’oltretomba. Melodie grevi, antiliturgiche, fra le quali trova spazio persino un intermezzo che ricorda molto da vicino l’allucinatoria sequenza Mind Your Throats Please di Atom Heart Mother, mentre i cluster con cui infierisce sulla tastiera servendosi anche dei gomiti e di un libro rimanda al Charles Ives della Concord Sonata. Una prova in cui anche gli scricchiolii dell’organo vengono inghiottiti della partitura, tanto versatile da farsi parodia di una fuga bachiana e drone music, un attimo prima di riscoprire la solenne intensità della musica per organo. Magniloquenza che puntualmente si misura con la naturale inclinazione di Zorn al contrappunto, all’abbassamento della soglia fra alto e basso, fra liturgia e dissacrazione. Così, le sue corse da una consolle all’altra con incedere disneyano hanno tutta la paradossale serietà della burla mentre il bis, fra formule etniche e improvvisazioni dalle connotazioni ethereal completano il quadro di un dialogo fra artista e strumento, in cui la musica celebra la sacralità del trickster.

Nicolas Becker
Robert Aiki Aubrey Lowe
29/10/23
Arsenale – Teatro Alle Tese

La performance che conclude questa edizione della Biennale Musica nasce dall’esperienza maturata da David Becker in ambito di sound design, composizione e sonorizzazione dal vivo sui set cinematografici (bastino, oltre al lavoro per The Sound Of Metal le collaborazioni con Cronenberg, Lynch, Polanski e Ferreri, nda) e dalle ricerche di Robert Aiki Aubrey Lowe sulle declinazioni della spontaneous music a partire dalle potenzialità della voce e della rimodulazione del suono. Un’esperienza che si riconnette alla conferenza tenuta dai due il giorno prima alla fondazione Ugo e Olga Levi, durante la quale è emersa la necessità di riflettere, fra le altre cose, sulle interconnessioni che legano la sonorizzazione dello spazio e dei corpi che lo attraversano, insieme al paradosso che vede armonizzare la naturale schiettezza della musica ricreata sul set con le logiche della postproduzione, che fanno dell’opera cinematografica l’antitesi stessa della spontaneità. Minimalismo che investe lo spazio scenico materializzando una suite in cui soundscaping, rimodulazione elettronica e improvvisazione diventano parti variabili di un discorso rarefatto e complesso. Echi di beat lontani, morbidi e smorzati avvolgono frasi, periodi che sarebbe riduttivo definire semplice spoken word, cui si aggiungono le rielaborazioni della voce di Lowe, che debitamente filtrata e processata, si fa onda d’urto e corpo sonoro “altro”. La parola come objet trouvé, come presenza ectoplasmica che aleggia sull’ambiente sonoro cercato e creato attraverso l’affermazione di una fisicità che risponde all’urgenza di doversi manifestare. Spazzole, archetti, mazzuole, plug in, microfoni: tutto concorre alla creazione/ricreazione di un contesto, di un giardino zen fatto di impressioni acustiche. Un’architettura di beat e rifrazioni, a tratti sinistra, minacciosa, che si interseca con il barboginio, respiro elettronico che diventa lamento, monodia, canto, sorprendendo Aubrey Lowe al centro di una teca di luce. E ancora, glitch, echi di passi, campane e rintocchi che evaporano, dissolvendosi in drone music. Captazione microfonica e natura microscopica del suono: questo il terreno d’indagine su cui si sono mossi gli eventi legati alla Biennale Musica. La pervasività del suono che attraversa ogni singola microparticella del creato, captandone le modulazioni, il canto che armonizza tutto ciò che ci circonda e ci comprende.

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