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Intervista a Manuel Agnelli: “Nella trap appena hanno visto quattro soldi non hanno capito più niente”

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Manuel Agnelli
(Credit: Michele Aldeghi)

Manuel Agnelli racconta l’esperienza solista, il musical Lazarus, il rapporto con Bowie, gli Afterhours, Milano e la politica

di Barbara Santi

È ingombrante, Manuel Agnelli, non passa inosservato. Deve scendere in campo, mettersi in gioco, sfidarsi, superarsi, reinventarsi, pur restando in ambito artistico, il suo. Sa che non ci si può fermare, occorre lungimiranza per non soccombere umanamente e anche per imprimersi, e che quella voglia di crescere è un modo per non fossilizzarsi ma concentrarsi sulla bellezza. Per chi si fosse perso qualcosa, le ultime sono l’uscita dell’album d’esordio solistico Ama Il Prossimo Tuo Come Te Stesso e il tour che ne è conseguito. Intanto sono andate in scena nei teatri 66 repliche del musical Lazarus di David Bowie ed Enda Walsh, in versione diretta da Valter Malosti e interpretata, oltre che egregiamente da lui, da un cast e una band d’eccezione. Ma è successo di tutto, dall’uscita dell’ultimo albumdegli Afterhours Folfiri O Folfox e da quel tour, oltre alla giuria tanto discussa. Tipo l’apertura del centro culturale Germi di Milano, fondato nel ’19 con Francesca Risi, Rodrigo D’Erasmo e Gianluca Segale; la trasmissione Ossigeno pensata e condotta da lui su Rai Tre; il pezzo pubblicato nella colonna sonora del film Diabolik di Manetti Bros, premiato con un David di Donatello e un Nastro D’Argento; fino al riconoscimento di Amnesty International per la canzone Severodonetsk. Il suo tour estivo che riparte oggi, ancora insieme a Frankie e DD dei Little Pieces Of Marmelade, Giacomo Rossetti e Beatrice Antolini, è l’occasione per cercare di scoprire qualcosa in più della persona, della sua storia e prospettiva. Così gli si è fatto il terzo grado con piacere, sperando lo sia stato anche per lui. Avvertenza: il tempo di lettura non è di due minuti.

Benvenuto, Manuel. Come stai? Com’è andato il tour de force del musical Lazarus? “Confuso e felice”? Bilancio?

“Sto bene. È un bilancio entusiasmante, che mi ha fatto anche riflettere. Non me l’aspettavo, perché pensavo che le tante repliche sarebbero state la morte dell’entusiasmo. E invece non è andata così, intanto perché questo cast è eccezionale, anche a livello umano. Niente tensioni inutili o litigi di sorta, generati dai giochi di ego, cosa che in quattro mesi e 60 e passa repliche è un mezzo miracolo. Però mi ha fatto anche capire, e lo dico con un po’ di rabbia, che le altre mie esperienze personali passate, tutte un po’ difficoltose, non lo sono state solo per causa mia. So di essere difficile, molto preciso, puntiglioso, testardo, ma sia il tour con la formazione del disco solistico, sia questo teatrale mi hanno dimostrato che un po’ di responsabilità c’è anche in coloro che mi hanno circondato in passato, non solo in me. Queste due ultime esperienze le ho vissute magnificamente, c’era molta armonia fra di noi, anche leggerezza, se possibile, e vorrei continuare così. E sono entusiasta anche dal punto di vista musicale, sto imparando un sacco di cose, che non pensavo di dover imparare. Anche a usare la voce, la mia, certo, ma in maniera naturale: tendo sempre a cercare di spingermi agli estremi di quello che so fare, per chissà quale motivo, andando molto in alto o in basso, e invece nella tessitura vocale di Bowie mi ci trovo bene, non devo forzare la voce in nessuna direzione. Non è facile da cantare, lo so, ma ce l’ho nel DNA, le linee le conosco a memoria, l’intenzione idem, tanto che non ho dovuto neanche imitarlo più di tanto per riuscire a entrare a livello espressivo nelle canzoni. E ho scoperto che in questo range canto in maniera naturale e voglio continuare così, mantenendo questo approccio anche in futuro”.

Attraverso il tour individuale e quello di Lazarus, hai compreso che le tensioni passate e relativi scazzi non sono dipesi solo da te. Però gli Afterhours hanno una storia ben più lunga. Non è anche che tutti i rapporti si consumano, negli anni?

Manuel Agnelli: “Sì, certo, la storia è ben più lunga, le persone cambiano, però cambiano proprio anche i nomi, perché gli Afterhours sono una band che è passata per dieci formazioni. È vero che certe pressioni portano ad avere rapporti complessi, però è pur vero che si può lavorare in armonia. Non so perché le cose siano andate così, ma so come. A un certo punto mi sono sentito prigioniero, perché gli Afterhours sono stati una band di amici solo con la prima formazione, e poi sono diventati un ‘progetto musicale’, che ha fatto cose notevoli, ma le tensioni sono nate lì”.

Ma siete in pausa o hai già un’idea del vostro futuro?

“No, gli Afterhours sono congelati perché erano diventati una macchina difficile da spostare, come una grossa azienda, il contrario di ciò che volevo dalla musica. Amo i nostri lavori, tanto gli ultimi due, e sono orgoglioso di ciò che abbiamo fatto, ma era diventata un’impresa. Si organizzavano solo grossi eventi e forse gli Afterhours sono fatti ormai per questi, sono diventati un brand. E il pubblico vuole questo, le canzoni che lo hanno accompagnato in alcuni passaggi della vita, in gioventù, dei primi innamoramenti, altrimenti si incazza. È umano, ma i pezzi nuovi non interessano, poco importa se valgono. Così mi sono ritagliato la possibilità di ricominciare da capo, ritrovare la libertà personale, riconquistarmi un pubblico per la musica che suono e non solo per la storia che ho, cosa che mi ha rimesso in una forma armonica e una voglia di fare musica pazzesca”.

E inauguri oggi a Palermo il tour estivo, al Sicilia Jazz Festival, l’unica data in solo con l’orchestra jazz siciliana Brass Group. Com’è nata questa collaborazione?

“La proposta arrivata da loro mi ha interessato subito e l’ho voluta accettare non mediando, è come con il teatro. C’è la mia personalità, la metterò, ci sono i miei pezzi, la mia cifra, però non sono parte della scrittura del progetto. Il teatro mi ha insegnato molto proprio perché la storia l’aveva scritta, organizzata, diretta e prodotta qualcun altro e io potevo metterci tutto il mio, ma con la grande libertà del non esserne l’autore. In questo caso sono l’autore dei pezzi ma ho lasciato gli arrangiamenti principalmente a loro. Il produttore Antonio Filippelli, con il quale ho già collaborato diverse volte, supervisiona gli arrangiamenti dell’orchestra, io ho ascoltato prima e abbiamo provato un giorno, ma voglio arrivare lì con una discreta idea di libertà. Perché altrimenti non offro e non imparo niente di nuovo”.

Qual è stato il limite più grande contro il quale hai dovuto combattere per arrivare a portare in scena Lazarus? Non parlo di tecnica, ma di limiti interiori, demoni, timori, specialmente nell’affrontare un tema come la morte e da adulti. Hai approfondito? Credi di aver sciolto qualche nodo?

“No, ma mi ha riportato a investigare su come mi sento e a cercare di capire perché mi sento in un modo o in un altro. Ci sono i macro-temi in quest’opera che riguardano tutti: avere degli affetti, perderli, invecchiare, la malinconia che ne consegue, avere un ruolo che poi non avrai più, sono cose che abbiamo visto. Però mi fa bene sapere che ci sono altre persone che si pongono le stesse domande, mi conforta, non mi fa sentire solo. Forse qualcuno si chiede quale sforzo sia stato mettersi nei panni di una persona così distrutta dalla vita come Newton. Ma non ho dovuto fare niente per interpretarlo, sono quella persona lì. Sono ancora vivo, cosa che mi differenzia dal personaggio, anche se intorno a me ho visto morire cari amici, amori, mio padre. Sono temi che mi riguardano direttamente. Faccio il transfert, non mi metto contro l’emotività che passa attraverso gli argomenti, non la filtro neanche, la faccio scorrere, che è ciò che voleva Valter, ossia uno spettacolo che arrivasse al pubblico per l’emotività, più che per la trama. Mi ha scelto perché m’ha visto in concerto riuscire a fare da tramite emotivo, non rielaborare temi per farli diventare un soggetto. Per me è stato più difficile imparare le battute, che viverle”.

Un ricordo tuo personale su David Bowie. L’hai mai incontrato?

“No, però ho incontrato gente con un grado di separazione da lui, come Lindsay Kemp, il suo maestro di teatro. Bowie ha fatto un po’ di teatro ma poco, rispetto a quanto avrebbe voluto. Diceva che tutta la sua musica è una rappresentazione teatrale, pensando al teatro all’inglese, che è talmente teatrale che è più vero della realtà. Quando ho incontrato Kemp per caso a Milano avevo 16 anni ed ero con il mio migliore amico. Voleva portarci a una festa un po’ equivoca, alla fine l’abbiamo convinto che non saremmo andati e mi ha regalato un autografo con un disegnino meraviglioso di un uomo che guarda la luna, che regalai stoltamente alla mia fidanzatina tedesca, che manco sapeva chi fosse, perdendo un’opera d’arte per amore adolescenziale. Poi ho suonato con Adrian Belew, prestigioso chitarrista che ha lavorato tra gli altri con i Talking Heads, i King Crimson, Copeland, ma tanto anche con Bowie. Abbiamo fatto una session durante il programma Ossigeno”.

Scoprire talenti ti piace. Come in tour con i Little Pieces Of Marmelade, in Lazarus tra gli altri ci sono la brava e commovente Casadilego e una band eccezionale, formata da ottimi musicisti ma tutti molto defilati, indipendenti nel senso originale del termine. Li hai scelti tu? Com’è andata?

“Li abbiamo scelti insieme. La prima volta che ho visto Valter siamo usciti a pranzo c’era anche Giupi Alcaro, il direttore musicale, anche se ho precisato subito che lo avrei fatto solo se musicalmente avessimo avuto carta bianca, per renderla diversa da quella di Broadway, più scura, più vicina allo spirito di Bowie, con arrangiamenti meno da musical, e ci sarebbero voluti musicisti con carattere. Ho suggerito Stefano Pilia, al quale avevano già pensato, e Giacomo Rossetti, bassista dei Negrita già con me in tour, perché sa tenere insieme le band. Poi fra di loro si sono passati la voce e hanno insistito per scegliere Jacopo Battaglia come batterista, ne ero entusiasta, la triade basso-chitarra-batteria che mi interessava c’era. A loro si sono aggiunti altri musicisti che non conoscevo, ma che ora apprezzo tanto, come Paolo Spaccamonti, Ramon Moro, Laura Agnusdei e Amedeo Perri. Hanno carattere tutti, cosa fondamentale perché non fosse una cover band, ma una band che reinterpreta classici con una personalità che renda loro giustizia. È come ridare loro nuova vita è il vero modo di rispettarle, di trasmetterle, e questa band sa farlo. Casadilego ha talento ed è perfetta per il ruolo. È una ragazza immaginaria, ‘improbabile’, perché dice e fa cose improbabili. Eppure, col suo spirito naif, appassiona gli spettatori, è la nipotina perfetta che vorrebbero difendere. Genera empatia e quando ha meno sotto controllo la situazione ci mette un’emotività che, unita alla voce e alla tecnica, è straordinaria. È stata un’altra scelta ottima di Valter, ed è perfetta come coprotagonista anche per me, abbiamo un’intesa recitativo ormai molto forte sul palco. Sono curioso e un po’ timoroso di vedere chi riuscirà a scrivere per lei. Lei scrive, ma non ha la stessa urgenza che ha nel cantare”.

https://www.youtube.com/watch?v=RDRygjJqrPk

Un episodio buffo, una gaffe o un errore memorabile durante Lazarus?

“Ce ne sono, ma ci facciamo degli scherzi, il solletico a chi è in una situazione appeso in bilico sul palco, lo facciamo apposta. Gli spettatori non se ne accorgono ma per esempio le tre ballerine attrici che interpretano le Moire e che girano sul palco fanno un sacco di dispetti. A volte distorciamo le battute. Valter ha voluto che recitassimo tutti col nostro accento. Nel teatro inglese si fa, è solo qui che si martella sulla dizione. Allora ho protestato, si è discusso del motivo per cui si debba pronunciare ‘ragazzo’ o ‘cazzo’ con la ‘Z’ aspra, e ‘razzo’ con quella dolce. E ho cominciato a dire tutte le parole con la ‘Z’ dolce”.

E l’episodio più assurdo al quale hai assistito o del quale sei stato protagonista durante la tua carriera di musicista in tour?

“Nel dopo Tora! Tora! Festival di Cagliari, colui che seguiva il merchandising dei Linea 77 andò nel backstage dove c’era una piscina e ci si tuffò. Solo che era vuota. Col senno del poi è divertente ma non si fece benissimo”.

Uno scazzo memorabile con qualche collega?

“Cerco di evitarli. Mio padre e mia madre litigavano furiosamente a casa, e io reagivo raffreddandomi, diventavo di ghiaccio. Ho imparato a evitarli e non ho mai dato adito né mi sono mai prestato a questo ‘gioco’, perché penso che la cosa che faccia più male all’‘avversario’ sia non reagire ed è una soddisfazione. Ho avuto con ‘Il Mucchio Selvaggio’ diverse polemiche. Max Stefani a lungo ha cercato di provocarmi, settimanalmente scriveva cose negative su di me per farmi reagire e io, sapendo che ‘una notizia negata è data due volte’, ho sempre rifiutato di ribattere e forse il tempo mi ha dato ragione, perché alla fine li ho fatti incazzare tutti, tranne me (ride, nda)”.

A proposito dei tuoi, ti ho visto a braccetto con tua madre in una foto, a una prima della Scala di Milano. E subito mi è tornata in mente Ritorno A Casa. L’hai poi comprata la “villetta con quello sputo di giardino”, perlomeno in senso lato?

“All’inizio l’idea di comprarla si era quasi concretizzata ma non l’ho fatto perché è stata ceduta a una multinazionale che non aveva interesse a venderla. In senso lato penso di sì, perché mio padre prima di morire è riuscito a darmi l’impressione di essere contento di quello che ero diventato come persona e anche orgoglioso che stessi diventando quello che volevo essere come artista, e mi sarebbe piaciuto che vedesse altro. Così è per mia madre, e per loro forse era la cosa più importante”.

Tra l’altro oggi chi ha una casa a Milano ha un patrimonio. Cosa pensi della questione del caro affitti di cui si dibatte tanto?

“Penso che parlare di ragazzi viziati sia sciocco, come che si pensi che è un ragazzo che fa ogni giorno un’ora di treno, non sia un fuori sede. Avere gli studenti in città è un bene per le città, è arricchimento culturale, i centri più belli sono quelli che hanno l’università al loro interno, tipo Bologna. Poi ci sono le esperienze personali. Per esempio, perché uno che ha l’università a Roma non dovrebbe andare a studiare a Milano? Perché bisogna essere relegati a una propria zona geografica? Si deve poter scegliere, in un paese moderno come il nostro, che tipo di indirizzo seguire e l’impostazione che deve avere. Quando ero ragazzo c’era l’Interrail, un biglietto che ti permetteva di girare per un mese per tutta Europa sui treni, esperienza che mi ha aperto un mondo culturalmente e mi ha insegnato a vivere perché ho imparato a badare a me stesso, a risolvere problemi, aveva una valenza educativa, al di là della vacanza. Oggi è impensabile, ok, però stabilire che nelle città ci possano essere affitti percorribili per gli studenti vuol dire che questi poi si sposteranno, e spostarsi è vitale, impareranno a uscire dal guscio, a vedere le cose in modo diverso, ad aprirsi, a crescere. Ci si limita molto, se si è costretti a stare fermi”.

Si diceva dei soldi, a cosa servono?

“I soldi servono a risolvere i problemi quando arrivano e a rendere meno difficili alcuni momenti della nostra vita e basta”.

E anche forse essere più indipendenti, da un punto di vista di scelte artistiche?

“No, quello è il potere professionale, la credibilità che hai, il profilo e sulla scorta di questo hai gente intorno a te che ti concede di organizzare le cose. Ossigeno non l’ho fatto con i miei soldi, ma la credibilità che mi ha dato fare X Factor agli occhi dei produttori mi ha permesso di essere chiamato a realizzare una mia trasmissione”.

Però lo spazio culturale Germi l’hai messo su con i tuoi mezzi.

“Sì, perché mi appassiona. Però non è che ciò che guadagno sono tenuto a metterlo lì. È molto più importante guadagnarsi la stima delle persone, che poi hanno la possibilità di organizzare altri progetti intorno a te. Per questo dico che certo ambiente underground è diventato asfittico: è morto per autoreferenzialità, perché comunicava solo al proprio interno, e quando è partito l’interno è finito tutto. L’ho capito anni fa, non volevo che andasse così né per me né per chi mi circondava e ho cercato di fare altrimenti, di trovare un link all’esterno con i mezzi che avevo e procurandomene nuovi”.

Recentemente mi raccontavi del rapporto che tua figlia e i suoi coetanei hanno con i social. Qual è? Come li vedi, tu che sei padre di una ragazza di 17 anni?

“I social non mi interessano e manco a loro. Le novità sono necessarie, le cose cambiano, se ne prende atto, ma non per questo bisogna accettare tutto. A me il corsivo fa cagare, così come la trap e l’urban, e non ho problemi a dirlo, perché lo penso. Mia figlia, da un certo punto di vista, è come me. Lei e i suoi coetanei usano poco lo smartphone, che è uno strumento pazzesco, se ci pensi. Serve loro per tenersi in contatto via whatsapp, ma non sostituisce gli incontri. Suona in una band con alcuni coetanei strumenti veri, usano la tecnologia per ascoltare musica anche sul web, ma sono meno dipendenti da internet. Non è più l’unica visione possibile del mondo, che la generazione dei quarantenni ha spacciato per modernità. Per dire, l’inquinamento è modernità, quindi va accettato? La novità da vivere a tutti i costi è un eterno inganno, in un mondo consumistico”.

Dicevi della trap, che ne pensi?

“Subito mi ha fatto pensare a un nuovo punk: non sapevano suonare né cantare, erano socialmente disgustosi, finalmente, e l’approccio era simile. Però non hanno saputo tenere fede a quell’approccio e appena hanno visto quattro soldi non hanno capito più niente. Oggi mi sembrano mediocri, banali, costruiti tutti allo stesso modo. I suoni, che parevano interessanti, si sono rivelati poca cosa. Non hanno aggiunto nulla, perché manca il retroterra culturale che ha permesso al punk, movimento di rottura con il passato necessario, di evolversi. La trap è stata di rottura quando è nata, ma non ha avuto sviluppi ed è già vecchia”.

Durante la pandemia sei stato invitato anche in trasmissioni televisive che si occupano di attualità e politica. Ti ricordo per esempio da Gruber, c’era anche Mieli. Hai stretto legami con alcuni di quei giornalisti o è stata una parentesi?

“No, ne ho stretti con alcuni giornalisti investigativi con i quali volentieri vado a cena, perché mi raccontano le novità più dall’interno. C’è un rapporto di stima con alcuni giornalisti, che a volte mi invitano alle loro trasmissioni, ma vado solo per parlare di cose che mi riguardano. Se i temi mi competono a livello professionale mi sento in diritto di poterne parlare pubblicamente, in caso contrario sarei l’ennesimo opinionista del cazzo. Poi ho un’idea mia, però la dico al bar. Se mi capita di essere invitato apposta per parlare della guerra in Ucraina, non ci vado. Non mi interessa esserci a tutti i costi, anzi”.

Sei ricco, Manuel?

“Ricco è un’altra cosa, sono benestante, me li sono guadagnati tutti e me li merito”.

Vivi a Milano o fuori città? E come trascorri la tua giornata, quando non sei in giro?

“Ho una casa in città e una fuori, che è quella ‘famigliare’. Quando ci sono trascorro la giornata in pantofole, perché la mia famiglia e io l’abbiamo pensata e costruita mirando alla comodità. Viaggiando molto, cerco di rilassarmi lì. E poi ho uno studiolo casalingo in mansarda, dove ho inciso l’ultimo disco. È un vantaggio notevole che la tecnologia odierna ci offre e che ormai hanno in molti, perché significa poter tirare giù le idee appena arrivano, con freschezza, e anche nei tempi che ci si sceglie, senza dipendere dal trovare uno studio libero, dal calcolare i costi”.

In cosa è migliorata e in cosa peggiorata la tua città?

“È peggiorata la scena culturale. Negli ’80 e oltre ci si trovava insieme spesso e volentieri, ci si scambiavano idee, pensieri, prospettive. Poi quest’unione è venuta meno, perché Milano è diventata la città dei grossi eventi, produttiva, efficiente, efficace. Ma sta tornando la voglia di mischiare le idee e trovarsi fra persone del mondo dell’arte, della cultura, della società. Germi serve da laboratorio e ci passano un po’ tutti, non solo i milanesi, per dire. È migliorata molto in termini architettonici e di sprovincializzazione: è stata quasi rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale e la ricostruzione è stata indiscriminata. Nell’800 era stupenda, Stendhal ne era innamorato. Radetsky si rifiutò di bombardarla. Sta tornando bella di una bellezza diversa, grazie alle opere che stanno costruendo. Il cielo ha profondità rara, visto dai nuovi grattacieli. Le periferie sono ancora in emergenza, ma meno che altrove, perché sono vive culturalmente. Ha un’energia internazionale, perché, nonostante l’Expo sia stato molto criticato, ha portato diverse personalità dall’estero e turisti che hanno contribuito a sprovincializzarla, ad aprirne gli orizzonti. Poi non è facile da vivere, il ritmo è frenetico, la qualità della vita non è paragonabile alle altre città italiane”.

In questi anni hai avuto contatti e confronti con i sindaci milanesi. Ne sono nate collaborazioni interessanti? Risultati? Delusioni? Bilancio?

“L’esperienza teatrale mi ha fatto vedere la differenza fra i due mondi. Il teatro è considerato cultura, riceve fondi dallo Stato, che gli permettono vivere una vita fatta anche di grandi produzioni, classiche e contemporanee. Nella musica popolare non succede. È scandaloso che oggi un paese la consideri ancora di serie B, in Europa succede quasi solo in Italia. Invece bisognerebbe pensare di incrementare l’imprenditoria musicale, capire come aiutarla, snellire la burocrazia, così da ridarle forza e generare nuovo lavoro per il settore. Con le istituzioni ho vissuto periodi di alti e bassi, oggi va bene. All’Assessorato alla Cultura c’è Tommaso Sacchi, che conosco da tanto tempo, era l’assistente di Stefano Boeri, poi è stato assessore a Firenze per anni, e stiamo riuscendo a lavorare insieme. Per esempio, in collaborazione con il Comune abbiamo organizzato una residenza letteraria di due mesi, l’estate scorsa al Castello Sforzesco, aperta a tutti. È stato bello, sono iniziative che una città come Milano deve potersi permettere. C’è disponibilità, volontà di dialogo e da parte dell’amministrazione c’è anche desiderio di commistione”.

Andando a questioni private, nella foto di retrocopertina del disco ci sono degli scatti magnifici di te e colei che è diventata tua compagna di vita, Francesca, direi del periodo di Quello Che Non C’è. Un’istantanea di quel momento e del contesto?

“Sì, era il 2002, eravamo in un centro sociale a Bushwick, Brooklyn, New York, dopo il concerto dei Twilight Singers. È stato il nostro primo viaggio in America insieme e quelle foto le abbiamo fatte in un booth. C’eravamo conosciuti da pochissimi mesi. Quel punto di Brooklyn era magico, perché era ancora il confine fra un ghetto e l’‘alternative’ di Williamsburg. Sono foto carine, aderiscono bene al titolo, è un altro modo di interpretarlo”.

Ma tu “ami il prossimo tuo come te stesso”, come invita a fare il titolo?

“No, perché non amo molto me stesso, perciò non vorrei amare il prossimo mio così”.

Non ami te stesso? Hai fragilità anche tu?

“Non è fragilità, anzi credo che sia un punto di forza riconoscere alcuni aspetti di sé, inclusi i limiti”.

Scusa, mi è scappata la battuta perché non mi aspettavo questa risposta, mi hai spiazzata.

“Credo di essere anche un po’ frainteso in termini di personalità, perché da noi per essere presi sul serio tocca prendersi sul serio, o non lo faranno gli altri. Tirarsi giù l’un con l’altro nella merda è lo sport preferito del Paese. La sincerità spesso è fraintesa, è scambiata per spocchia, arroganza, quando invece è un modo di essere rispettosi nei confronti di chi ascolta, del pubblico. Parlo di esprimere il proprio pensiero, senza credere che sia ‘la legge’ ma solo un’opinione”.

Stai facendo qualcosa per amarlo di più?

“Questi ultimi anni li ho vissuti un po’ in funzione di essere fra la gente. Nell’album Padania, in Costruire Per Distruggere, dico qualcosa come ‘sarà bellissimo essere fra la gente senza appartenere a niente’. Era ciò che volevo: non dovere per forza appartenere a qualcosa, scegliere un vestito, un tipo di cultura, poterle vivere liberamente tutte, però essere fra la gente, non isolarsi. E, al contrario di quello che si può pensare, la TV mi ha dato tanto in questo senso: quel tipo di visibilità da un lato è becera, ma incontrare persone per strada che salutano e manifestano stima e affetto mi fa stare bene in mezzo al prossimo. Non è niente di profondo, amici ne ho tanti e sono altri, però avere l’impressione di essere ben voluto pareggia tutta la merda che si riceve da un altro punto di vista, dalla stampa, dalla critica e da certo ambiente ‘alternativo’”.

Mi dicevi che hai abbandonato le riviste e dedichi il tuo tempo per la lettura specialmente ai libri. Cosa leggi e quali scrittori prediligi?

“Molti classici, del 900 e non solo. Da Germi abbiamo creato una libreria che raccoglie i semi fondamentali della letteratura degli ultimi due secoli, perché molti comprano le novità ma hanno dimenticato o affrontato distrattamente a scuola alcuni testi. Da Sciascia a Bernard a Dostoevskij, per dire, che sono poi i libri che vendiamo di più. Diversa produzione andrebbe rialimentata e riscoperta, e forse se ne pubblicano anche troppi. Ne scrissi uno anch’io, a 19 anni. Poi ho capito che erano operazioni pensate per vendere il personaggio, a prescindere da quanto questo avesse da dire. Forse occorre un briciolo di consapevolezza, rispetto a ciò che si fa o si vorrebbe fare. Ho amato molto Cormac McCarthy, che è mancato da poco. Dei contemporanei Franzen e Foster Wallace mi piacciono tantissimo. Di italiani, Michele Mari del quale ultimamente ho letto Roderick Duddle, una saga pazzesca, quasi una via di mezzo tra Stevenson e Dickens, scritta con personalità e gran talento. C’è poi Paolo Giordano, una delle persone più intelligenti e serie che conosca. Siamo amici, è sempre un piacere leggerlo, e anche negli editoriali e articoli ha sempre un punto di vista interessante, illuminante, che tu sia d’accordo o meno”.

Un uomo politico che stimi o che hai stimato?

“Stimo molto le persone che hanno dato la loro vita fino in fondo per quello in cui credevano, come Gandhi, Martin Luther King, ma non necessariamente perché sono morti. John Kennedy, che è un martire perché l’hanno ammazzato, non era uno stinco di santo. Stimo tanto Gesù, è stato un grande rivoluzionario, una figura incredibile”.

Chi ti ha deluso?

“Ero a Philadelphia quando è stato eletto Obama, era un momento magico. Sembrava che dovesse cambiare il mondo, che lui potesse rappresentare un cambiamento definitivo. E l’ho sperato, come quando è caduto il muro di Berlino, o hanno deposto Ceaușescu in Romania, o si è disgregata l’Unione Sovietica, o Arafat e Rabin si sono stretti la mano. Poi, a ogni forza applicata a un punto corrisponde una forza uguale e contraria, e andiamo indietro di due passi quando ne abbiamo fatto uno in avanti. Obama alla fine mi ha deluso, è stato abbastanza democristiano nella gestione e, visto che dai conservatori americani è considerato un estremista, tanto valeva che lo facesse”.

Politicamente dove ti collochi?

“Sono sempre stato di sinistra, oggi fatico a collocarmi, se non culturalmente, perché la politica ormai si è identificata troppo con le fazioni. Da noi è sempre stato così, ma oggi sembra una partita di calcio, e questo genera disgregazione, non ci si identifica. Non solo in Italia, ma soprattutto”.

Quindi non voti o voti il male minore?

“La prima. Però per me rimane importante la partecipazione, che può essere politica ma soprattutto sociale, o culturale. Prendo posizione apertamente quando ci sono motivazioni concrete, battaglie da affrontare e risolvere. In quei casi sono molto attivo, l’ho sempre fatto e ho anche pagato per questo. Però non prendo posizione per un ideale che in realtà, oggi come oggi, non vedo più né realistico né sincero”.

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