Live Report: Green Day @ Mandela Forum, Firenze, 11/01/17

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green day

di Davide Agazzi

Spacchiamo subito la chitarra in testa al famoso elefante nella stanza: power pop, ok? Perché che qualcuno, nel duemilaediciassette, stia ancora a domandarsi se i Green Day siano punk o meno, francamente fa un po’ sorridere. È un argomento che mi ha sempre interessato poco, se non in età adolescenziale, quando si è insicuri ed è bello etichettare tutto per crearsi attorno falsi recinti di comode certezze. Penso che il punk sia un’altra cosa: un’attitudine prima di tutto, che si può trovare in ogni contesto, anche senza suonare necessariamente veloci e distorti. Possiamo procedere adesso?

Mi perdo, purtroppo, almeno metà del live dei lanciatissimi Interrupters, causa congestione stradale ma la combinazione della quasi contemporaneità del concerto dei Green Day con la partita di Coppa Italia della Fiorentina, all’interno della settimana della moda di Pitti, è una sorta di sogno bagnato al contrario per qualsiasi assessore al traffico. Riesco a vedere l’ultimo quarto d’ora, un tempo sufficiente per confermare le buone impressioni che già mi avevano fatto su disco. Suonano veramente simili ai Rancid (e non a caso escono per Hellcat Records, con Tim Armstrong in veste di produttore), periodo Life Won’t Wait, non sono particolarmente originali ma funzionano e tengono il palco alla grande.

Sono le 20.30 spaccate quando salgono sul palco Billie Joe e compagni, come sempre accompagnati da Jason White dei Pinhead Gunpowder alla seconda chitarra. Preceduti dalla classica intro western de Il Buono, il Brutto e il Cattivo, il 3+1 made in Berkeley apre le danze con Know Your Enemy prima di una doppietta estratta dall’ultimo album, Revolution Radio, composta dal bel singolo Bang Bang e dalla title track.

Green Day 1

È questo il momento in cui mollo i compari di avventura per avvicinarmi e tentare di fare una foto che non sia pietosa. Spero di guadagnarmi spazio fra le prima file alla vecchia maniera – pogo convinto e nessuna paura — ma il Mandela Forum è letteralmente intasato ed è difficile avanzare dalle retrovie. Quando arrivo a dieci metri circa da Billie, i Green Day virano sul passato, massimizzando l’effetto nostalgia per un over 30 come me: mi arrivano in testa Longview, Nice Guys Finish Last e pure una Hitchin’ a Ride, che dal vivo ha sempre il suo perché. La scaletta del concerto (due ore ed un quarto di musica, senza praticamente mai una pausa) abbraccia tutta la carriera del trio, dagli ultimi successi mondiali (American Idiot, Jesus of Suburbia) che hanno regalato una seconda carriera ai nostri, passando per il periodo più “buio” di Warning e Nimrod, album – quest’ultimo — dal quale vengono pescati anche brani meno noti come Scattered, ed arrivando così fino ad una cover di Knowledge della proto-band di culto Operation Ivy.

King for a Day è invece un’ottima occasione per riprendere il fiato e cazzeggiare un po’ (il brano diventerà un lungo medley dove troveranno spazio gli Wham!, Otis Day, i Beatles e pure gli Stones) mentre la chiusura del concerto, prevedibile ma inevitabile, è affidata a Good Riddance, col solo Billie Joe sul palco armato di chitarra acustica. Dookie, la pietra dello scandalo per i duri e puri, sarà rappresentato, oltre ai pezzi già citati, anche da When I Come Around, la bellissima She e l’imprescindibile Basket Case introdotta da un ammonimento da parte della band: no stage diving!

Green Day 3

I Green Day sono e restano una macchina pop di rara classe: tecnicamente perfetti, amatissimi dal pubblico, sanno stare sul palco dannatamente bene ed hanno anche la non comune dote di prendersi poco sul serio. Billie Joe è chiaramente il mattatore della serata, gioca continuamente col pubblico che lo segue incantato, forte anche di un innegabile carisma a cui i giovanissimi difficilmente resistono. Ma se pensate che gli ottomilapaganti del concerto fiorentino fossero tutti una scalmanata banda di ragazzini, beh, fareste davvero un grave errore di valutazione.

Non me ne vogliano hater, puristi fuori tempo massimo e radical chic per tutte le stagioni, ma l’ultimo volta mi son divertito così tanto ad un concerto (punk, pop, rap, jazz, quel che volete) fatico davvero a ricordarla. Se lasciamo da parte la parola punk, con tutto quel che si porta dietro, possiamo tornare a scassarci fraternamente la testa, senza che nessuno rompa i coglioni?

green day

di Davide Agazzi

Spacchiamo subito la chitarra in testa al famoso elefante nella stanza: power pop, ok? Perché che qualcuno, nel duemilaediciassette, stia ancora a domandarsi se i Green Day siano punk o meno, francamente fa un po’ sorridere. È un argomento che mi ha sempre interessato poco, se non in età adolescenziale, quando si è insicuri ed è bello etichettare tutto per crearsi attorno falsi recinti di comode certezze. Penso che il punk sia un’altra cosa: un’attitudine prima di tutto, che si può trovare in ogni contesto, anche senza suonare necessariamente veloci e distorti. Possiamo procedere adesso?

Mi perdo, purtroppo, almeno metà del live dei lanciatissimi Interrupters, causa congestione stradale ma la combinazione della quasi contemporaneità del concerto dei Green Day con la partita di Coppa Italia della Fiorentina, all’interno della settimana della moda di Pitti, è una sorta di sogno bagnato al contrario per qualsiasi assessore al traffico. Riesco a vedere l’ultimo quarto d’ora, un tempo sufficiente per confermare le buone impressioni che già mi avevano fatto su disco. Suonano veramente simili ai Rancid (e non a caso escono per Hellcat Records, con Tim Armstrong in veste di produttore), periodo Life Won’t Wait, non sono particolarmente originali ma funzionano e tengono il palco alla grande.

Sono le 20.30 spaccate quando salgono sul palco Billie Joe e compagni, come sempre accompagnati da Jason White dei Pinhead Gunpowder alla seconda chitarra. Preceduti dalla classica intro western de Il Buono, il Brutto e il Cattivo, il 3+1 made in Berkeley apre le danze con Know Your Enemy prima di una doppietta estratta dall’ultimo album, Revolution Radio, composta dal bel singolo Bang Bang e dalla title track.

Green Day 1

È questo il momento in cui mollo i compari di avventura per avvicinarmi e tentare di fare una foto che non sia pietosa. Spero di guadagnarmi spazio fra le prima file alla vecchia maniera – pogo convinto e nessuna paura — ma il Mandela Forum è letteralmente intasato ed è difficile avanzare dalle retrovie. Quando arrivo a dieci metri circa da Billie, i Green Day virano sul passato, massimizzando l’effetto nostalgia per un over 30 come me: mi arrivano in testa Longview, Nice Guys Finish Last e pure una Hitchin’ a Ride, che dal vivo ha sempre il suo perché. La scaletta del concerto (due ore ed un quarto di musica, senza praticamente mai una pausa) abbraccia tutta la carriera del trio, dagli ultimi successi mondiali (American Idiot, Jesus of Suburbia) che hanno regalato una seconda carriera ai nostri, passando per il periodo più “buio” di Warning e Nimrod, album – quest’ultimo — dal quale vengono pescati anche brani meno noti come Scattered, ed arrivando così fino ad una cover di Knowledge della proto-band di culto Operation Ivy.

King for a Day è invece un’ottima occasione per riprendere il fiato e cazzeggiare un po’ (il brano diventerà un lungo medley dove troveranno spazio gli Wham!, Otis Day, i Beatles e pure gli Stones) mentre la chiusura del concerto, prevedibile ma inevitabile, è affidata a Good Riddance, col solo Billie Joe sul palco armato di chitarra acustica. Dookie, la pietra dello scandalo per i duri e puri, sarà rappresentato, oltre ai pezzi già citati, anche da When I Come Around, la bellissima She e l’imprescindibile Basket Case introdotta da un ammonimento da parte della band: no stage diving!

Green Day 3

I Green Day sono e restano una macchina pop di rara classe: tecnicamente perfetti, amatissimi dal pubblico, sanno stare sul palco dannatamente bene ed hanno anche la non comune dote di prendersi poco sul serio. Billie Joe è chiaramente il mattatore della serata, gioca continuamente col pubblico che lo segue incantato, forte anche di un innegabile carisma a cui i giovanissimi difficilmente resistono. Ma se pensate che gli ottomilapaganti del concerto fiorentino fossero tutti una scalmanata banda di ragazzini, beh, fareste davvero un grave errore di valutazione.

Non me ne vogliano hater, puristi fuori tempo massimo e radical chic per tutte le stagioni, ma l’ultimo volta mi son divertito così tanto ad un concerto (punk, pop, rap, jazz, quel che volete) fatico davvero a ricordarla. Se lasciamo da parte la parola punk, con tutto quel che si porta dietro, possiamo tornare a scassarci fraternamente la testa, senza che nessuno rompa i coglioni?

green day

di Davide Agazzi

Spacchiamo subito la chitarra in testa al famoso elefante nella stanza: power pop, ok? Perché che qualcuno, nel duemilaediciassette, stia ancora a domandarsi se i Green Day siano punk o meno, francamente fa un po’ sorridere. È un argomento che mi ha sempre interessato poco, se non in età adolescenziale, quando si è insicuri ed è bello etichettare tutto per crearsi attorno falsi recinti di comode certezze. Penso che il punk sia un’altra cosa: un’attitudine prima di tutto, che si può trovare in ogni contesto, anche senza suonare necessariamente veloci e distorti. Possiamo procedere adesso?

Mi perdo, purtroppo, almeno metà del live dei lanciatissimi Interrupters, causa congestione stradale ma la combinazione della quasi contemporaneità del concerto dei Green Day con la partita di Coppa Italia della Fiorentina, all’interno della settimana della moda di Pitti, è una sorta di sogno bagnato al contrario per qualsiasi assessore al traffico. Riesco a vedere l’ultimo quarto d’ora, un tempo sufficiente per confermare le buone impressioni che già mi avevano fatto su disco. Suonano veramente simili ai Rancid (e non a caso escono per Hellcat Records, con Tim Armstrong in veste di produttore), periodo Life Won’t Wait, non sono particolarmente originali ma funzionano e tengono il palco alla grande.

Sono le 20.30 spaccate quando salgono sul palco Billie Joe e compagni, come sempre accompagnati da Jason White dei Pinhead Gunpowder alla seconda chitarra. Preceduti dalla classica intro western de Il Buono, il Brutto e il Cattivo, il 3+1 made in Berkeley apre le danze con Know Your Enemy prima di una doppietta estratta dall’ultimo album, Revolution Radio, composta dal bel singolo Bang Bang e dalla title track.

Green Day 1

È questo il momento in cui mollo i compari di avventura per avvicinarmi e tentare di fare una foto che non sia pietosa. Spero di guadagnarmi spazio fra le prima file alla vecchia maniera – pogo convinto e nessuna paura — ma il Mandela Forum è letteralmente intasato ed è difficile avanzare dalle retrovie. Quando arrivo a dieci metri circa da Billie, i Green Day virano sul passato, massimizzando l’effetto nostalgia per un over 30 come me: mi arrivano in testa Longview, Nice Guys Finish Last e pure una Hitchin’ a Ride, che dal vivo ha sempre il suo perché. La scaletta del concerto (due ore ed un quarto di musica, senza praticamente mai una pausa) abbraccia tutta la carriera del trio, dagli ultimi successi mondiali (American Idiot, Jesus of Suburbia) che hanno regalato una seconda carriera ai nostri, passando per il periodo più “buio” di Warning e Nimrod, album – quest’ultimo — dal quale vengono pescati anche brani meno noti come Scattered, ed arrivando così fino ad una cover di Knowledge della proto-band di culto Operation Ivy.

King for a Day è invece un’ottima occasione per riprendere il fiato e cazzeggiare un po’ (il brano diventerà un lungo medley dove troveranno spazio gli Wham!, Otis Day, i Beatles e pure gli Stones) mentre la chiusura del concerto, prevedibile ma inevitabile, è affidata a Good Riddance, col solo Billie Joe sul palco armato di chitarra acustica. Dookie, la pietra dello scandalo per i duri e puri, sarà rappresentato, oltre ai pezzi già citati, anche da When I Come Around, la bellissima She e l’imprescindibile Basket Case introdotta da un ammonimento da parte della band: no stage diving!

Green Day 3

I Green Day sono e restano una macchina pop di rara classe: tecnicamente perfetti, amatissimi dal pubblico, sanno stare sul palco dannatamente bene ed hanno anche la non comune dote di prendersi poco sul serio. Billie Joe è chiaramente il mattatore della serata, gioca continuamente col pubblico che lo segue incantato, forte anche di un innegabile carisma a cui i giovanissimi difficilmente resistono. Ma se pensate che gli ottomilapaganti del concerto fiorentino fossero tutti una scalmanata banda di ragazzini, beh, fareste davvero un grave errore di valutazione.

Non me ne vogliano hater, puristi fuori tempo massimo e radical chic per tutte le stagioni, ma l’ultimo volta mi son divertito così tanto ad un concerto (punk, pop, rap, jazz, quel che volete) fatico davvero a ricordarla. Se lasciamo da parte la parola punk, con tutto quel che si porta dietro, possiamo tornare a scassarci fraternamente la testa, senza che nessuno rompa i coglioni?

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