RUMORE http://rumoremag.com Rivista indipendente di musica underground Mon, 16 Jan 2017 11:13:09 +0000 en-US hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.2.11 Le foto di Lou Rhodes al Magnolia di Milano – 15/01/2017 http://rumoremag.com/2017/01/16/le-foto-di-lou-rhodes-al-magnolia-di-milano-15012017/ http://rumoremag.com/2017/01/16/le-foto-di-lou-rhodes-al-magnolia-di-milano-15012017/#comments Mon, 16 Jan 2017 11:12:35 +0000 http://rumoremag.com/?p=34322 foto di Starfooker Una carriera come parte del duo Lamb, ma anche un presente come scrittrice e come cantautrice tra folk e pop. Un concerto, quello al Magnolia di Milano, dalle varie sfumature acustiche rette da piano, chitarre, violino, arpa e batteria. Al live, per noi, c’era Starfooker: di seguito trovate una selezione dei suoi scatti migliori. […]

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Una carriera come parte del duo Lamb, ma anche un presente come scrittrice e come cantautrice tra folk e pop. Un concerto, quello al Magnolia di Milano, dalle varie sfumature acustiche rette da piano, chitarre, violino, arpa e batteria. Al live, per noi, c’era Starfooker: di seguito trovate una selezione dei suoi scatti migliori.

LOU RHODES

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Guarda in anteprima il nuovo video degli Human Colonies http://rumoremag.com/2017/01/16/guarda-in-anteprima-il-nuovo-video-degli-human-colonies/ http://rumoremag.com/2017/01/16/guarda-in-anteprima-il-nuovo-video-degli-human-colonies/#comments Mon, 16 Jan 2017 11:07:28 +0000 http://rumoremag.com/?p=34344 Entro la fine del mese di gennaio gli Human Colonies pubblicheranno il loro nuovo EP Big Domino Vortex, in uscita via MiaCameretta Records / Lady Sometimes Records. La band, nata nel 2013 tra Bologna e Firenze, ha all’attivo un demo e un altro EP intitolato Calvary, che risale al 2015. Il primo singolo di questo nuovo lavoro […]

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Entro la fine del mese di gennaio gli Human Colonies pubblicheranno il loro nuovo EP Big Domino Vortex, in uscita via MiaCameretta Records / Lady Sometimes Records. La band, nata nel 2013 tra Bologna e Firenze, ha all’attivo un demo e un altro EP intitolato Calvary, che risale al 2015. Il primo singolo di questo nuovo lavoro è la title track Big Domino Vortex, qui sotto potete guardare in anteprima il suo video ufficiale.

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Guarda: Baustelle, Amanda Lear http://rumoremag.com/2017/01/13/guarda-baustelle-amanda-lear/ http://rumoremag.com/2017/01/13/guarda-baustelle-amanda-lear/#comments Fri, 13 Jan 2017 15:24:51 +0000 http://rumoremag.com/?p=34287 I Baustelle, presto in tour a febbraio per l’uscita del nuovo album L’amore e la violenza, hanno condiviso il video di un nuovo brano, Amanda Lear, che potete guardare qui sotto (regia di TO GUYS). Qui potete invece ascoltare e scaricare gratuitamente Lili Marleen, canzone uscita lo scorso ottobre.

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I Baustelle, presto in tour a febbraio per l’uscita del nuovo album L’amore e la violenza, hanno condiviso il video di un nuovo brano, Amanda Lear, che potete guardare qui sotto (regia di TO GUYS).
Qui potete invece ascoltare e scaricare gratuitamente Lili Marleen, canzone uscita lo scorso ottobre.

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Anteprima/Intervista: Tiger! Shit! Tiger! Tiger! e lo streaming del nuovo album Corners http://rumoremag.com/2017/01/13/anteprima-intervista-tiger-shit-tiger-tiger-streaming-nuovo-album-corners/ http://rumoremag.com/2017/01/13/anteprima-intervista-tiger-shit-tiger-tiger-streaming-nuovo-album-corners/#comments Fri, 13 Jan 2017 11:20:52 +0000 http://rumoremag.com/?p=34276 di Nicholas David Altea È stato un anno particolare per la musica rock alternativa/indipendente in tutte le sue accezioni. Quella con le chitarre, per intenderci. Mettiamoci lo strapotere della musica tendenzialmente black, l’hip hop trasversale e le nuove concezioni di pop che hanno sbancato le classifiche di mezzo mondo, per accorgerci che le chitarre se […]

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di Nicholas David Altea

È stato un anno particolare per la musica rock alternativa/indipendente in tutte le sue accezioni. Quella con le chitarre, per intenderci. Mettiamoci lo strapotere della musica tendenzialmente black, l’hip hop trasversale e le nuove concezioni di pop che hanno sbancato le classifiche di mezzo mondo, per accorgerci che le chitarre se ne sono restate defilate. Non per mancanza di qualità, ma perché hanno fatto fatica a ritagliarsi uno spazio adeguato e la considerazione non è stata come per altri. Eppure di dischi ne sono usciti, ed è una mezza bestemmia dire: “non ci sono più dischi con le chitarre”. Basta fare mente locale sul 2016 appena passato e sul fronte post-rock c’è un ottimo disco dei Russian Circles (Guidance), per poi andare verso la melodia e la rabbia post-hc di Touché Amoré (Stage Four) o Big Ups (A Million Universes) o qualcosa di un po’ meno ruvido come Tiny Moving Parts (Celebrate), The Hotelier (Goodness). E poi il fronte riverberato composto da DIIV (Is the is are), Flyying Colours (Mindfullness) e dalla declinazione post-punk dei Fews (Means) fino ai Minor Victories con il loro omonimo esordio. E poi ancora Mitsky (Puberty 2), LVL UP (Return to Love), Thee Oh Sees (An Odd Entrances), Ty Segall (Emotional Mugger) e potremmo andare avanti ancora senza dimenticare punk melodico e punk rock di Beach Slang (A Loud Bash of Teenage Feelings) e gli amati Descendents (Hypercaffium Spazzinate). Non ci avventuriamo in territori più estremi o diversamente psichedelici, ma quello meriterebbe un capitolo a parte. Il 2017, invece, parte in discesa con Japandroids e Cloud Nothings. E in Italia? Vengono in subito alla mente i dischi dei CRTVTR (Streamo), Soviet Soviet (Endless), Marnero (La malora), Ornaments (Drama), Klimt1918 (Sentimentale Jugend) e Bruuno (Belva), per esempio. Basta cercare. Basta aver ancora voglia di non fermarsi ai comunicati stampa che arrivano o ai soliti siti di riferimento. Oggi, in anteprima su Rumore, abbiamo il piacere di ospitare lo streaming di una band che ha sempre viaggiato un po’ defilata, diciamo con un basso profilo: i Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, ormai attivi da dieci anni. Scrivono quella musica lì, quella fatta con le chitarre che non riusciamo più a trovare perché non la cerchiamo. Al terzo disco (quarto se consideriamo l’EP Whispers) la band umbra, composta da Diego Masciotti (voce, chitarra), Giovanna Vedovati (basso, voce) e Nicola Vedovati (batteria) arriva a ridare nuova forma ai propri suoni, trovando quell’equilibrio che non si riusciva sempre a percepire nei precedenti lavori. Corners uscirà tra qualche giorno per To Lose La Track in collaborazione con Disk Union Japan/Miacameretta e abbiamo deciso di fare quattro parole con la band per farci raccontare le proprie esperienze e le sensazioni in merito al nuovo lavoro. Ecco lo streaming esclusivo del disco che vi accompagnerà nella lettura:

È un momento un po’ particolare per le band con le “chitarre”, sia in Italia che nel resto del monto. Attualmente c’è tantissima black music, tantissimo hip hop. Come vi sentite voi che siete una band che sul suono di chitarra, invece, si basa molto?



Diego Masciotti: “È un argomento di discussione che affrontiamo spesso anche con Luca Benni di To Lose La Track o con Francesco Melis di Asap Arts. È un periodo difficile in generale per la musica rock – ma non solo in Italia. Basti pensare che molti di quelli che ascoltavano rock si sono spostati verso altri lidi musicali”.


Nessuno vi ha mai detto che forse, dopo 10 anni, era il caso di cambiare un po’ il vostro suono sempre così legato fortemente alle chitarre?



Nicola Vedovati: “Molti gruppi possono avere un’evoluzione che parte da una base più rock/chitarristica e poi virare verso delle sonorità più elettroniche. L’evoluzione nostra l’abbiamo compiuta mantenendo sempre la chitarra al centro del nostro interesse, ma evolvendoci comunque. Siamo partiti da un aspetto sonoro che era più ruvido e siamo giunti ad uno più ricercato, che fa parte dei nostri ultimi lavori. Fedeli alla linea, fedeli alla chitarra. Noi abbiamo deciso di puntare su questo come evoluzione. Altri lo hanno fatto passando da un cantato in inglese a un cantato italiano che è molto più spendibile e ha un approccio diverso nelle nuove generazioni”.

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Avete mai pensato di iniziare a scrivere e cantare in italiano?

Nicola Vedovati: “Ci abbiamo provato a pensare, però, ogni volta, ci siamo messi a ridere perché non riusciamo a immaginarci così e di conseguenza non riusciamo a immaginare Diego (voce) cantare in italiano. È un limite un po’ nostro e non c’è nessun pregiudizio. Ormai la nostra strada è questa e vogliamo proseguire così”.

Ogni vostro disco ha una forma sonora diversa: Be Yr Own Shit mi ha riportato al garage punk/proto punk caotico; Whispers EP è più legato all’indie-rock sbilenco dei primi 2000; Forever Young era molto rumoroso e sconnesso. Corners si porta dietro un poco da tutti (chi più chi meno), però riesce ad arrivare alle orecchie di chi lo ascolta in maniera più a fuoco rispetto agli altri dischi. Che processo c’è stato dietro questo cambiamento continuo?

Diego Masciotti: Con Forever Young abbiamo tracciato un percorso ben definito che si è risolto con brani come Broken e Golden Age.
Giovanna Vedovati: “Con Corners invece abbiamo smussato degli angoli un po’ ruvidi che emergevano con Forever Young a livello musicale, così da chiudere più il cerchio e impostarlo più sulla forma-canzone. Pezzi più brevi, più orecchiabili e più melodia. Un’evoluzione da Forever Young”.
Nicola Vedovati: “Nulla però è stato premeditato: non ci siamo posti questo obiettivo nel momento in cui stavamo elaborando i pezzi. Lo abbiamo realizzato nel momento in cui siamo entrati in studio di registrazione e ci siamo resi conto che, definendo le canzoni nei loro aspetti essenziali, si arrivava alla formula giusta per suonare più concreti e meno dispersivi”.

È stato difficile ad arrivare a questo risultato?




Nicola: “Non è stato difficile. È successo in modo naturale. I pezzi che sono in Corners sono il frutto di una selezione fatta su tantissimo materiale prodotto. Abbiamo suonato tantissimo in sala prove in questi ultimi due anni e alla fine abbiamo fatto ‘decantare’ quelli che erano i pezzi che avevano più sostanza”.

Riascoltando Corners il primo disco a cui ho pensato è stato Bug dei Dinosaur Jr – soprattutto il brano Silver – ma anche ad una forte svogliataggine slacker di fine 90s. C’è qualcosa che vi ha influenzato più di altro?



Diego: “I riferimenti sono quelli giusti: partendo dai Dinosaur Jr., Pavement, Sebadoh e via dicendo. Ci riferiamo soprattutto al rock anni ’90. Tu poi hai citato il brano Silver e li ci puoi sentire una bellissima seconda chitarra registrata da Ettore Pistolesi dei Flying Vaginas“.
Giovanna: “Da quando abbiamo iniziato, i nostri riferimenti sono sempre stati quelli, col tempo poi li abbiamo rielaborati o riportati in varie forme”.

Corners significa angoli. Quindi spazi angusti, magari in un punto defilato, non proprio in prima vista. Vi siete fatti un po’ da parte nel periodo di gestazione del disco? È cambiato molto come processo rispetto agli altri dischi?

Nicola: “Il titolo ha diversi livelli di interpretazione per noi. Ci piace osservare la realtà non maniera frontale ma in modo più dimesso e nascosto: non siamo molto propensi all’apparenza. Angoli è anche il modo in cui piace osservare la realtà. Angoli può intendere anche tanti punti di vista, di fuoco e quindi rispecchia un po’ più la nostra visione. Ognuno di noi po darebbe un po’ la proprio interpretazione”.

La cover dell’album è realizzata da Giulia Mazza. Fino a questo momento non avevate mai utilizzato una foto per le copertine del vostro disco. Come è andata la scelta?

Giovanna: “Abbiamo una grandissima stima di Giulia Mazza perché riesce a cogliere degli aspetti di un immaginario che mi piace moltissimo. E quindi la scelta è facile. Quella foto in particolare esprime bene cosa c’è dentro a Corners: lo stato di abbandono, un non luogo dove apparentemente c’è il caos ma anche l’ordine”.
Nicola: “L’immagine definita rispecchia anche un po’ il suo definito e meno lo-fi che emerge dall’album”

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Qual’è il tema portante del disco?

G: “Ci abbiamo messo tutte le nostre sensazioni personali: delusione, sofferenza, entusiasmo e l’insofferenza verso la banalità”.

C’è stato qualche momento particolare in fase di registrazione?

D: “Ad esempio nel disco c’è Highland Park che è praticamente Girls rallentata. È stata ideata in studio mentre stavamo registrando. Non era un pezzo previsto, anzi, ne avevamo circa una ventina e ne sono stati scartati otto per varie esigenze, anche perché alcuni erano degli outtakes di Forever Young e volevamo mantenere omogeneità. È uno dei pezzi del disco di cui andiamo più fieri perché pensato durante le registrazioni insieme a Filippo Strang del VDSS Recording Studio. Potrebbe essere un esperimento da riprovare in futuro, anche perché attualmente i nostri pezzi rallentati mi piacciono di più”.

Il brano Sacramento, ad esempio, a cosa è legato?
D: “Abbiamo pensato di fare un road trip in California dal sud verso il nord per andare a vedere il live dell’ultima band psichedelica di Sacramento. Ed è anche un riferimento a un pezzo dei Pavement, Unfair. Una sorta di viaggio allucinato”.

Avete un rapporto abbastanza stretto con gli Usa. Quattro apparizioni al SXSW, il CMJ di New York. Come è nato e come si è sviluppato il sodalizio tra voi e gli Stati Uniti?

N: “Tutto è nato all’epoca dell’uscita del primo disco, semplicemente grazie a internet. Ci contattò una ragazza di un booking e ci propose di andare negli Stati Uniti a suonare. Non potendo fare dei tour lunghi a causa dei nostri lavori abbiamo partecipato al primo CMJ in uno showcase che prevedeva la partecipazione di Ari Up delle Slits. Da lì ci abbiamo preso gusto e ci hanno richiamato anche le volte successive. La stessa cosa è successa anche per il SXSW, poi andando ogni anno abbiamo avuto contatti con molte persone ed è uscita anche una cassetta per la Wiener Records.

E poi siete capitati anche dentro un po’ di film e serie tv. Come è successo?

Nel 2012 The Architects of Despair – brano tratto dall’album Be Yr Own Shit – è stato inserito nella colonna sonora del film Hated di Lee Madsen. Whispers, invece, è stata inclusa in una serie tv Music World Land della quale è uscita solo la puntata pilota, prodotta per la BBC dai creatori di Red Dwarf X, Richard Naylor Da poco però ci hanno ricontattato dicendo che è ripresa la produzione delle altre puntate e il nostro brano sarà la canzone portante della serie”.

Ultimamente, vedendo anche il crescente successo avuto dai S U R V I V E con Stranger Things, questa opportunità può essere un buon viatico per aprirsi a nuovi pubblici.

G: “Peraltro i S U R V I V E li avevamo visti al SXSW del 2010″.
N: “Siamo anche quasi compagni di etichetta perché Luca Benni ha prodotto il loro primo 7” nel 2011. Uno di loro ha un negozio di dischi”.



Voi invece che lavoro fate?

G: “Io vengo dal settore del copywriting e del network marketing ma sto abbandonando tutto per dirigermi verso mete totalmente differenti. Artistiche prevalentemente”.
N: “Io insegno”.
D: “Io faccio l’operaio”.

Avete mai creduto di poter sopravvivere di sola musica?

G: “L’approccio non è mai stato quello del guadagno. Per noi la musica è sempre stata un’estensione della nostra personalità: la voglia di esprimerci”.
N: “Per un momento ci abbiamo quasi creduto. Ci contattò la RedBull records per avere dei nostri provini ma eravamo troppo ingenui e perdemmo l’occasione. Ora saremmo molto più attenti”.

Ecco dove vederli prossimamente

13/01 Perugia, Urban – Corners data zero
20/01 Bologna, Inverno Fest / 20-21 gennaio Covo Club 
21/01 Verona, Colorificio Kroen (To Lose La Track Party!)
27/01 Roma, MONK Roma
28/01 Firenze, GLUE Alternative Concept Space
03/02  Milano, Linoleum
10/02 Napoli, MMB – Napoli
11/02 Angri (SA), TBC
17/02 Ascolti Piceno, Beer
18/02 Abano Terme (PD), L’IM
14-19/03 Austin, Texas (USA) SXSW 

 

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Intervista: You Me at Six http://rumoremag.com/2017/01/13/intervista-you-me-at-six/ http://rumoremag.com/2017/01/13/intervista-you-me-at-six/#comments Fri, 13 Jan 2017 10:08:24 +0000 http://rumoremag.com/?p=33890 di Elia Alovisi / fotografie di Dan Kendall “Credo che il rock britannico sia, oggi, in uno stato di grazia. Era da tanto che non andava tutto così bene,” mi dice Josh Franceschi degli You Me at Six mentre parliamo dei motivi per cui, nel 2016, esistono ancora. I loro esordi richiamano un immaginario ormai scomparso: […]

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di Elia Alovisi / fotografie di Dan Kendall

“Credo che il rock britannico sia, oggi, in uno stato di grazia. Era da tanto che non andava tutto così bene,” mi dice Josh Franceschi degli You Me at Six mentre parliamo dei motivi per cui, nel 2016, esistono ancora. I loro esordi richiamano un immaginario ormai scomparso: quello dei cosiddetti scene kids. Erano anni in cui i My Chemical Romance e i Panic! at the Disco sembravano avere in mano i teenager confusi di mezzo mondo, gruppi come i The Academy Is… se ne uscivano con piccole gemme di pop punk dimenticate e i 30H!3 collaboravano con una semi-esordiente Katy Perry su oneste hit pre-EDM e non erano ancora dei trentenni tristi che fanno canzoni sul loro pisello.

Sotto ai ciuffoni, agli accordoni tristi e alle voci lamentose di bei cantanti misteriosi non si celava, però, sempre il vuoto perpetuo. Diciamolo: a sentire le prime cose degli You Me at Six, principali e primordiali adottatori dell’estetica scene in Inghilterra, sarebbe stato facile immaginarsi una carriera breve ma intensa, che si sarebbe spenta con il passaggio a maggiore età dei loro fan più accaniti. E invece, oggi, Josh è qua a parlarmi in un tour bus con tutti i crismi mentre fuori una fila decentemente lunga di ragazzi aspetta di entrare nel locale, al freddo – tra l’altro nulla in confronto alle folle che tirano su nel loro paese.

Non so se il rock britannico sia veramente “in uno stato di grazia”. L’onda lunga dell’indie di metà anni Zero, ultima effettiva scena profondamente chitarristica a venire fuori da Albione, si è infranta lasciando sul bagnasciuga molti gruppi ad ansimare in cerca di aria. I posti principali nella narrazione dominante della musica britannica, negli ultimi anni, sono stati riservati al grime e all’elettronica. Ma, in termini di numeri, Franceschi ha ragione: che ci piacciano o no, gruppi come gli YMAS sono riusciti a trasformarsi da “ragazzini con le magliette collo a V” in “rocker da stadio”. Il che, va riconosciuto, è una grande impresa.

Riuscirai mai ad abituarti all’idea che c’è gente che aspetta ore al freddo per vedervi dal vivo?

È questione di passione… non credo arriverà mai il momento in cui non mi sentirò toccato da una cosa simile. Non è che quando non sei in tour e vivi la tua vita normale c’è una fila di persone che aspettano di fronte alla tua porta di casa. È tutto parte di un equilibrio, per me. Devono esserci entrambe le cose.

È curioso come, nonostante non siate più ragazzini, abbiate comunque scelto di devolvere il titolo di un album alla notte. 

Onestamente, non abbiamo pensato davvero al significato delle parole “Night People”: ci piacevano, erano in un testo, e via. Ci eravamo promessi di cambiarlo se ci fosse venuto in mente qualcos’altro, ma poi ci siamo messi a pensare al concetto dietro all’album, al logo, e lo abbiamo tenuto. Credo che la vita sia comunque più divertente, di notte. I momenti più belli capitano spesso a luci spente, all’inizio o alla fine di una serata, quando stai camminando per una città con i tuoi amici, o il tuo partner. È un’esperienza che ti dà sicurezza.

Credi che sia corretto definire Night People il vostro album della maturità?

Ti dirò, penso che siamo migliorati costantemente con il passare degli anni. Ci siamo concentrati sempre di più sulla scrittura, e soprattutto abbiamo smesso di pensare solo a quello che piaceva a noi stessi provando a metterci nei panni di chi ci ascolta. Quando abbiamo scelto un produttore siamo andati da Jacquire King [Kings of Leon, Tom Waits, James Bay, Modest Mouse e altri nda] perché non volevamo lavorare con nessuno che fosse riconducibile alla nicchia da cui siamo venuti fuori – ci sono comunque un sacco di persone incredibili e bravissime, come John Feldmann, ma volevamo sentirci in un contesto diverso, registrare un album rock, ed è quello che abbiamo fatto con Jacquire. Insomma, non è che ha rubato i tre Grammy che ha in casa, se li ha vinti ci sarà un motivo. Ci ha aiutato molto a livello sonoro.

Esatto, credo che Night People sia il vostro primo vero disco rock. Siete tra i pochi fortunati sopravvissuti della scena punk melodica della metà degli anni Duemila e siete riusciti a evolvervi in qualcosa di diverso.

Vero, ce la siamo sfangata! (ride) Molti dei nostri amici non sono riusciti a tirarsi fuori da quel pezzetto delle loro vite, siamo decisamente felici di avercela fatta.

Perché credi che molti si siano persi lungo la via? 

Ci sono molti motivi diversi. Prima di tutto devono esserci disponibilità a lavorare duramente, disciplina, volontà e fame, il desiderio di voler raggiungere un obiettivo. Non mi sono mai sentito soddisfatto dagli You Me at Six, ho sempre pensato alla pietra miliare successiva. Mi piace pensare che esista una strana sinergia che unisce atleti e musicisti. Se un anno vinci la Serie A non significa che sei il migliore, sei solo quello che quell’anno ha vinto la Serie A. Come fai a vincerla tre, quattro volte di fila? Sono sempre stato felice di quello che siamo riusciti a fare, e ho sempre celebrato le nostre conquiste, ma ho sempre voluto portare il tutto a un livello superiore. Inoltre, un gran bel ruolo lo ha giocato la fortuna. Molti dei gruppi che suonavano con noi, gruppi di amici, non sono più assieme non perché erano cattivi musicisti, o perché i loro pezzi erano brutti. Non saremo assieme per sempre e dobbiamo goderci il tempo che abbiamo, però credo che gli You Me at Six non abbiano mai avuto paura di provare qualcosa di nuovo. Non abbiamo mai voluto far parte di una singola scena.

Certo, poi non è che uno inizia a suonare con lo specifico obbiettivo di far parte di una scena. Suona quello che gli piace, e il resto va da sé.

Esattamente. Ma quando penso ad alcuni gruppi con cui siamo stati affiliati in passato, e guardo quelli che oggi sono riusciti a crescere e resistere, mi rendo conto che è questione di mettersi sempre in gioco di album in album. “Siamo questi”, “Ora siamo questi altri.” Non tutti hanno le palle per provare a farlo. Abbiamo sempre almeno provato a fare qualcosa di diverso e non ripeterci.

Hai sentito quello che ha detto Roger Daltrey degli Who sulla morte del rock e su come oggi il rap sia l’unico genere che importa? 

Oddio, non lo avevo sentito. Ovviamente è un personaggio di tale caratura che non puoi non rispettare quello che dice. Ma personalmente devo dire che credo che il rock britannico sia, oggi, in uno stato di grazia. Era da tanto che non andava tutto così bene. Dai tempi dei Who, degli Stones e dei Beatles forse. Ti guardi attorno e vedi i Foals, i Catfish and the Bottlemen, i Bring Me the Horizon… non siamo lì a metterci le mani nei capelli perché non c’è nessuno capace di rappresentarci. Gli Arctic Monkeys! Ci sono un sacco di band che ce la stanno facendo. E ormai la linea di divisione tra hip-hop e cultura pop è davvero sottile.

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È che la nostra generazione non pensa più a categorie, mentre chi viene dal mondo precedente ha ancora bisogno di pensare per categorie e dichiarare la morte del rock, credo.

Ma quando una delle più grandi popstar del mondo, Kanye West, è tutti i giorni in televisione con quella stronzata del suo programma, devi comunque renderti conto che non ci sono tanti musicisti rock a cui viene data la stessa opportunità, la stessa piattaforma. Ed è ok così, perché Kanye si merita di essere dov’è. Ma viviamo in un’era in cui la gente è molto attenta alla fama, la cultura pop attuale sta incoraggiando un modo di approcciarsi agli artisti che non considera solo la loro musica ma anche il modo in cui si vestono, le persone con cui escono e così via. Un tempo, a nessuno fregava un cazzo di quello che i Who facevano fuori dallo studio, ascoltavi i loro dischi e ti prendevi bene. Ci sono poi un sacco di altri fattori. Molti grandi gruppi stanno tornando, usciranno album nuovi di Green Day e Kings of Leon, i Red Hot Chili Peppers stanno suonando dal vivo. E noi, tutti i gruppi che ti nominavo prima, siamo nel pieno delle nostre forze. Se questo non è un segnale dell’eco che la nuova generazione di rock band sta avendo, non so cos’altro possa essere. Insomma, il 99% delle volte sarei d’accordo con quello che dice Roger Daltrey, ma stavolta ha torto! (ride) E tra l’altro l’EDM è molto più “grossa” dell’hip-hop.

Non credi che sia una bolla destinata a scoppiare?

No! I Chainsmokers sono uno dei gruppi più famosi del mondo. E sono passati, nel giro di un anno, dal fare canzoni in camera loro all’essere uno dei nomi che hanno più tirato pubblico al Coachella di sempre. Punto. L’hip-hop è enorme, gente come Drake o Kanye sono dove sono, ma c’è sempre un Calvin Harris, un Tiësto o un Avicii nelle top 5, top 10 di tutto il mondo. Siamo in una posizione in cui il mondo sta andando così a puttane, a livello politico, che la gente ha bisogno di una via di fuga. E l’EDM è perfetta, nessun artista EDM sta provando a scrivere canzoni che ti colpiscano nel cuore e continuerai ad ascoltare per i prossimi dieci anni. Sono canzoni che vivono il momento, ti fanno ballare, ti prendi qualche droga se ti va, ti bevi due birre…

E tu pensi agli You Me at Six come a un gruppo che scrive canzoni che la gente continuerà ad ascoltare per i prossimi dieci anni?

Sì, perché è quello che sto facendo adesso! Canzoni che ho scritto quando avevo quindici, sedici anni coi miei amici vengono ascoltate ancora oggi. Insomma, chi avrebbe scommesso dei soldi sul fatto che avremmo ancora fatto musica dopo due, tre album? Abbiamo appena finito di registrare il nostro quinto, e avevamo il budget maggiore che qualsiasi delle nostre etichette ci abbia mai garantito. Siamo molto fortunati, di solito le band arrivate attorno al quarto, quinto album stanno flirtando con la loro fine. Noi invece ci sentiamo come se la forza del gruppo stesse continuando a crescere.

Take On The World è una grande romanticata, e mi chiedevo: che cosa, per te, rende una canzone d’amore efficace?

Sarò onesto: gli You Me at Six non hanno mai pubblicato una ballata a tutti gli effetti, men che meno come singolo. Abbiamo fatto dei buoni tentativi in passato con Crash, Cold Night, Fireworks, ma non ci siamo mai trovati un brano del genere sotto mano di cui fossimo così sicuri da buttarlo fuori come un pezzo forte. E invece con Take on the World è successo. Per me, una canzone d’amore non deve semplicemente dire, “Ti amo, andrà tutto bene.” Che sono comunque cose che è bello sentire, ok, ma quando ho scritto Take on the World ho provato a ricreare il modo in cui mi ha fatto sentire Fix You dei Coldplay. È una canzone d’amore, che però parte da un dolore incredibile. Chris Martin che prova a spiegare a Gwyneth Paltrow, il cui padre è appena scomparso, che non sa come farà a farla stare meglio ma almeno ci proverà. Per me è il modo più bello di scrivere una canzone d’amore. Essere altruista. “Abbiamo qualcosa da affrontare, ma voglio essere in squadra con te per farcela.” Il pezzo parla della mia fidanzata, e quando gliel’ho fatta sentire si è messa a piangere. E io penso, “Che cazzo sta succedendo?” E le faccio, “Va tutto bene?” E lei, “Sì, è che non sapevo ti sentissi così.”

Come ci si sente a cantare di sentimenti ed esperienze legate alla gioventù mentre si invecchia? 

Ho sempre pensato che la cosa migliore che un gruppo può fare per continuare a essere rilevante fosse scrivere di cose sì attuali, ma in un modo che le renda interessanti a persone che non condividono lo stesso background. In questo tour non suoniamo niente da Take Off Your Colours [il loro primo LP, uscito nel 2008 nda], perché quando ci stiamo esibendo vogliamo essere il più puri e onesti possibili, senza stronzate. Personalmente, non riesco a scrivere dei miei sedici anni, di feste… non ricordo nemmeno quand’è stata l’ultima volta che mi hanno invitato a una festa! Capisci? Non mi sentirei “autentico” a cantare oggi una canzone come Save It for the Bedroom. Voglio che chi ci vede oggi abbia di fronte gli You Me at Six di oggi.

Ho visto alcuni tuoi tweet in cui denunci la rivendita di biglietti dei vostri concerti sui siti di secondary ticketing. È una questione che in Italia è venuta fuori da poco, ma con molto clamore. 

In realtà ne parlerò presto in parlamento! Sono in contatto con un politico, Nigel Adams, che ha la questione a cuore. Il punto è che finché ci sarà la possibilità di farci dei soldi, il fenomeno non svanirà. Il problema non è il singolo fan che compra un biglietto e lo rivende su eBay a venti sterline in più. È che sono proprio le compagnie di vendita di biglietti che gestiscono i siti di secondary ticketing e i bot, è tutta roba loro.

Certo, ad esempio StubHub è di proprietà di TicketMaster.

E alcuni artisti si accordano con loro, tra l’altro. Sanno tutto quello che succede, stringono accordi tipo, “Mandiamo il concerto sold out alla svelta, rivendiamo i biglietti a novanta sterline al posto di trenta e facciamo cinquanta e cinquanta con i profitti.” Roba così. Ed è assurdo! Vorrei solo che avessero tutti le stesse possibilità di acquistare un biglietto senza farsi fregare, tutto qua. Stiamo provando a rendere illegale l’uso di bot in Inghilterra, ora come ora, ed è di questo che parlerò a un comitato. Cercherò di spiegare perché dal punto di vista di un musicista, di un agente, di un’etichetta, tutto questo è terribile. Non posso promettere niente, ma speriamo di riuscire a portare più attenzione sul fenomeno, e magari ci saranno effetti anche su altri paesi.

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Anteprima: ascolta il nuovo album dei Vipassi, Sunyata http://rumoremag.com/2017/01/12/anteprima-ascolta-elpis-dei-vipassi/ http://rumoremag.com/2017/01/12/anteprima-ascolta-elpis-dei-vipassi/#comments Thu, 12 Jan 2017 15:00:46 +0000 http://rumoremag.com/?p=33862 I Vipassi, band progressive extreme metal australiana formata prevalentemente da membri dei Ne Obliviscaris, hanno annunciato l’uscita del loro album di debutto Sunyata, in arrivo il 20 gennaio via Season of Mist. Potete preordinarlo a questo link. Di seguito trovate la cover ufficiale dell’album, che potete ascoltare in anteprima qui sotto.

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I Vipassi, band progressive extreme metal australiana formata prevalentemente da membri dei Ne Obliviscaris, hanno annunciato l’uscita del loro album di debutto Sunyata, in arrivo il 20 gennaio via Season of Mist. Potete preordinarlo a questo link. Di seguito trovate la cover ufficiale dell’album, che potete ascoltare in anteprima qui sotto.

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Live Report: Green Day @ Mandela Forum, Firenze, 11/01/17 http://rumoremag.com/2017/01/12/live-report-green-day-mandela-forum-firenze-11-gennaio-2017/ http://rumoremag.com/2017/01/12/live-report-green-day-mandela-forum-firenze-11-gennaio-2017/#comments Thu, 12 Jan 2017 14:11:08 +0000 http://rumoremag.com/?p=34246 di Davide Agazzi Spacchiamo subito la chitarra in testa al famoso elefante nella stanza: power pop, ok? Perché che qualcuno, nel duemilaediciassette, stia ancora a domandarsi se i Green Day siano punk o meno, francamente fa un po’ sorridere. È un argomento che mi ha sempre interessato poco, se non in età adolescenziale, quando si […]

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green day

di Davide Agazzi

Spacchiamo subito la chitarra in testa al famoso elefante nella stanza: power pop, ok? Perché che qualcuno, nel duemilaediciassette, stia ancora a domandarsi se i Green Day siano punk o meno, francamente fa un po’ sorridere. È un argomento che mi ha sempre interessato poco, se non in età adolescenziale, quando si è insicuri ed è bello etichettare tutto per crearsi attorno falsi recinti di comode certezze. Penso che il punk sia un’altra cosa: un’attitudine prima di tutto, che si può trovare in ogni contesto, anche senza suonare necessariamente veloci e distorti. Possiamo procedere adesso?

Mi perdo, purtroppo, almeno metà del live dei lanciatissimi Interrupters, causa congestione stradale ma la combinazione della quasi contemporaneità del concerto dei Green Day con la partita di Coppa Italia della Fiorentina, all’interno della settimana della moda di Pitti, è una sorta di sogno bagnato al contrario per qualsiasi assessore al traffico. Riesco a vedere l’ultimo quarto d’ora, un tempo sufficiente per confermare le buone impressioni che già mi avevano fatto su disco. Suonano veramente simili ai Rancid (e non a caso escono per Hellcat Records, con Tim Armstrong in veste di produttore), periodo Life Won’t Wait, non sono particolarmente originali ma funzionano e tengono il palco alla grande.

Sono le 20.30 spaccate quando salgono sul palco Billie Joe e compagni, come sempre accompagnati da Jason White dei Pinhead Gunpowder alla seconda chitarra. Preceduti dalla classica intro western de Il Buono, il Brutto e il Cattivo, il 3+1 made in Berkeley apre le danze con Know Your Enemy prima di una doppietta estratta dall’ultimo album, Revolution Radio, composta dal bel singolo Bang Bang e dalla title track.

Green Day 1

È questo il momento in cui mollo i compari di avventura per avvicinarmi e tentare di fare una foto che non sia pietosa. Spero di guadagnarmi spazio fra le prima file alla vecchia maniera – pogo convinto e nessuna paura — ma il Mandela Forum è letteralmente intasato ed è difficile avanzare dalle retrovie. Quando arrivo a dieci metri circa da Billie, i Green Day virano sul passato, massimizzando l’effetto nostalgia per un over 30 come me: mi arrivano in testa Longview, Nice Guys Finish Last e pure una Hitchin’ a Ride, che dal vivo ha sempre il suo perché. La scaletta del concerto (due ore ed un quarto di musica, senza praticamente mai una pausa) abbraccia tutta la carriera del trio, dagli ultimi successi mondiali (American Idiot, Jesus of Suburbia) che hanno regalato una seconda carriera ai nostri, passando per il periodo più “buio” di Warning e Nimrod, album – quest’ultimo — dal quale vengono pescati anche brani meno noti come Scattered, ed arrivando così fino ad una cover di Knowledge della proto-band di culto Operation Ivy.

King for a Day è invece un’ottima occasione per riprendere il fiato e cazzeggiare un po’ (il brano diventerà un lungo medley dove troveranno spazio gli Wham!, Otis Day, i Beatles e pure gli Stones) mentre la chiusura del concerto, prevedibile ma inevitabile, è affidata a Good Riddance, col solo Billie Joe sul palco armato di chitarra acustica. Dookie, la pietra dello scandalo per i duri e puri, sarà rappresentato, oltre ai pezzi già citati, anche da When I Come Around, la bellissima She e l’imprescindibile Basket Case introdotta da un ammonimento da parte della band: no stage diving!

Green Day 3

I Green Day sono e restano una macchina pop di rara classe: tecnicamente perfetti, amatissimi dal pubblico, sanno stare sul palco dannatamente bene ed hanno anche la non comune dote di prendersi poco sul serio. Billie Joe è chiaramente il mattatore della serata, gioca continuamente col pubblico che lo segue incantato, forte anche di un innegabile carisma a cui i giovanissimi difficilmente resistono. Ma se pensate che gli ottomilapaganti del concerto fiorentino fossero tutti una scalmanata banda di ragazzini, beh, fareste davvero un grave errore di valutazione.

Non me ne vogliano hater, puristi fuori tempo massimo e radical chic per tutte le stagioni, ma l’ultimo volta mi son divertito così tanto ad un concerto (punk, pop, rap, jazz, quel che volete) fatico davvero a ricordarla. Se lasciamo da parte la parola punk, con tutto quel che si porta dietro, possiamo tornare a scassarci fraternamente la testa, senza che nessuno rompa i coglioni?

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Ascolta: Sampha, (No One Knows Me) Like the Piano http://rumoremag.com/2017/01/12/ascolta-sampha-no-one-knows-me-like-the-piano/ http://rumoremag.com/2017/01/12/ascolta-sampha-no-one-knows-me-like-the-piano/#comments Thu, 12 Jan 2017 09:43:22 +0000 http://rumoremag.com/?p=34241 Sampha, produttore e cantautore britannico di casa Young Turks, sta per arrivare al suo album di debutto dopo anni piuttosto turbolenti – tra i brividi di una scalata vertiginosa verso il successo in America, grazie a collaborazioni (tra i tanti) con Drake, Kanye West, Solange e Frank Ocean, e le preoccupazioni legate alla salute della […]

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sampha

Sampha, produttore e cantautore britannico di casa Young Turks, sta per arrivare al suo album di debutto dopo anni piuttosto turbolenti – tra i brividi di una scalata vertiginosa verso il successo in America, grazie a collaborazioni (tra i tanti) con Drake, Kanye West, Solange e Frank Ocean, e le preoccupazioni legate alla salute della madre, affetta da un cancro che se l’è portata via pochi mesi fa.

(No One Knows Me) Like the Piano è un nuovo estratto da Process, il suddetto LP di debutto, fuori a febbraio: è una ballata per piano e voce, il più minimal possibile, un confessionale familiare in cui Sampha personifica il pianoforte nel salotto di sua madre buttandogli addosso tutto il suo bisogno di conforto. Trovate il tutto qua sotto.

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Gli Slowdive sono tornati, ascolta Star Roving, il loro nuovo singolo http://rumoremag.com/2017/01/12/gli-slowdive-sono-tornati-ascolta-star-roving-il-loro-nuovo-singolo/ http://rumoremag.com/2017/01/12/gli-slowdive-sono-tornati-ascolta-star-roving-il-loro-nuovo-singolo/#comments Thu, 12 Jan 2017 09:20:35 +0000 http://rumoremag.com/?p=34238 Per iniziare la giornata col botto, ecco arrivare dal nulla l’annuncio che gli Slowdive, storica band shoegaze, pubblicheranno un nuovo album nel 2017 via Dead Oceans. Non c’è ancora una data d’uscita esatta, e il gruppo non aveva dato particolari segnali di attività creativa dopo la sua reunion iniziata due anni fa – a differenza della […]

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Per iniziare la giornata col botto, ecco arrivare dal nulla l’annuncio che gli Slowdive, storica band shoegaze, pubblicheranno un nuovo album nel 2017 via Dead Oceans. Non c’è ancora una data d’uscita esatta, e il gruppo non aveva dato particolari segnali di attività creativa dopo la sua reunion iniziata due anni fa – a differenza della loro Rachel Goswell, che è stata recentemente impegnata con i suoi Minor Victories.

La band ha inoltre già condiviso un estratto dall’album, che si intitola Star Roving. Lo potete ascoltare qua sotto.

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Due date in Italia per i Jesus and Mary Chain http://rumoremag.com/2017/01/12/due-date-in-italia-per-i-jesus-and-mary-chain-pistoia-blues-gardone-riviera/ http://rumoremag.com/2017/01/12/due-date-in-italia-per-i-jesus-and-mary-chain-pistoia-blues-gardone-riviera/#comments Wed, 11 Jan 2017 23:26:09 +0000 http://rumoremag.com/?p=34235 A inizio dicembre dello scorso anno i Jesus and Mary Chain avevano annunciato l’ufficialità dell’arrivo di un nuovo album, Damage & Joy, il primo dopo 18 anni di astinenza.  Il disco uscirà il 24 marzo via ADA / Warner Music. In Italia abbiamo avuto l’opportunità di vederli dal vivo questa estate al TOdays Festival di Torino. […]

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A inizio dicembre dello scorso anno i Jesus and Mary Chain avevano annunciato l’ufficialità dell’arrivo di un nuovo album, Damage & Joy, il primo dopo 18 anni di astinenza.  Il disco uscirà il 24 marzo via ADA / Warner Music. In Italia abbiamo avuto l’opportunità di vederli dal vivo questa estate al TOdays Festival di Torino. Li avevamo anche intervistati e ci avevano anticipato qualcosa sul nuovo lavoro – potete leggere qui la nostra intervista.

In occasione della promozione di Damage & Joy, la band scozzese passerà dall’Italia per due date:

6/7 Gardone Riviera (BS) – Festival del Vittoriale
7/7 Pistoia –Pistoia Blues

Qua sotto, potete guardare il video ufficiale del primo singolo, Amputation, estratto dal nuovo album:

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