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Martedi 7 Aprile 1998, al Brownies di New York. In scena The Fall, il gruppo del re dei bastian contrari, Mark E. Smith. È la parte finale del tour americano a supporto di Levitate, album uscito l’anno prima, dalla gestazione e registrazione piuttosto travagliate. Il locale è pieno. Il passaparola di continui litigi e turbolenze durante i concerti ha fatto crescere l’interesse del pubblico americano. Tensioni che montano da mesi, farcite da conti in rosso e una recente fattura IVA astronomica, che mette a rischio di pignoramenti personali, sono la classica benzina sul fuoco. Dopo appena due minuti dall’inizio del concerto, Mark comincia a schiaffeggiare uno dei piatti del batterista Karl Burns. Fra gli innumerevoli membri che si sono avvicendati nella band negli anni, Karl detiene il record assoluto di dipartite o licenziamenti. Ben nove, dal 1977 in poi. Insomma, a tutti gli effetti, uno dei bersagli preferiti degli scazzi (travestiti da decisioni artistiche) del leader maximo e dittatore artistico del gruppo, Mark E Smith. Karl si mette a posto pazientemente (ancora una volta) i piatti e riaggiusta i microfoni davanti a sé. Sbuffando, ricomincia a suonare. Appena due canzoni dopo, come farebbe il perfetto compagno di scuola più petulante, che esiste esattamente per essere molesto, come una zanzara che non si riesce mai a scacciare, Mark ricomincia a prendersela con la batteria di Karl. Riprova a schiaffeggiare i piatti, mancandoli, e le prime file di spettatori attoniti capiscono rapidamente che la sua capacità di movimento è per lo meno chimicamente precaria. L’ennesimo tentativo di disturbo è la goccia che fa traboccare il vaso. Karl salta su, si scaglia contro il suo cantante, gli prende la testa fra le mani, urlandogli “t’ammazzo, dannato pezzo di merda”. È la volta di Steve Hanley, il bassista. L’uomo a cui dovrebbero dare una medaglia al merito per la sopportazione prolungata degli sfiati caratteriali di Mark E Smith. Ci ha pazientemente lavorato assieme nel gruppo, dal 1979. Uno, per dire, che insieme a Peter Hook dei New Order e Andy Rourke degli Smiths, è ancora oggi considerato uno dei più importanti bassisti della generazione post punk britannica. Temendo quanto potrebbe succedere, Steve si mette in mezzo ai due e probabilmente salva la vita al leader dei Fall e suo vecchio (forse) amico.
Il pubblico non sa se sia tutto vero oppure un’abile messinscena da parte di un pugno di eccentrici svogliati inglesi del nord. Mark tenta di ingraziarsi gli astanti, sdrammatizzando, ma riesce a trattenersi per poco, prima di ricominciare la sua tirata di strali verso i tre, che lo sopportano sul palco. Neanche una sigaretta, che gli viene piazzata tatticamente in bocca da qualcuno, riesce a placarlo. Oramai, non è neanche più ben chiaro quali pezzi della scaletta vengano suonati e, soprattutto, perché. È un magma malsano di basso pulsante, chitarra tagliente e ritmi che fumano rabbia. Le tastiere accompagnano timide, con il cantante che ci deambula attorno, appoggiandoci le mani incauto, e tirando fuori improvvise scariche, fuori sincrono. La jam post punk inconsapevolmente definitiva e terminale, che neanche a immaginarla per settimane. Potrebbero andare avanti cosi per ore, senza arrivare a capo di nulla. Alla fine, anche il chitarrista Tommy Crooks decide che è giunta l’ora di fare i conti, e inizia a prendere a calci in culo il cantante, che gli assicura “morte certa”. Mark cerca ancora conforto fra il pubblico. Fregandosene del bollore degli animi, dichiara di essere stato assalito da uno scozzese scemo come una capra. A questo punto, i tre alla chitarra e sezione ritmica decidono di averne avuto abbastanza. Se ne vanno definitivamente dopo sei canzoni. Non torneranno mai più.
Quell’incarnazione di The Fall finisce quella sera, su quel palco. Incurante, come sempre, Mark rimane con la sconsolata tastierista (e fidanzata dell’epoca) Julia Nagle a finire Powder Keg, oramai trasfigurata in un simulacro di staffilate da elettronica povera e rantoli gutturali. Il gesto (post) punk definitivo. Fra il serio e il faceto, “Cari newyorkesi, è meglio che stiate qui ad ascoltare. Il padrone di Brownies non sarà contento, anche se spero arrivi ancora con un assegno almeno a quattro zeri”. Mark finirà la serata, andando a cercare i tre traditori in albergo. Con conseguente arresto il giorno dopo, per aver sfogato tutto il rancore sulla malcapitata e incolpevole Julia, secondo ingiustificabili dinamiche di coppia, tentando anche amabilmente di strangolarla.

Il nostro tributo a Mark E Smith potrebbe finire comodamente qui, senza bisogno di aggiungere altro. In qualche modo, siamo abbastanza confidenti, che lui, da qualsiasi parte si trovi la sua buonanima, ne apprezzerebbe i toni con un ghigno. Il decesso del leader e assoluto padrone dei Fall è avvenuto dopo mesi di notizie poco confortanti sul suo stato di salute. Concerti posticipati all’ultimo minuto e tour americani annullati. Malanni (guarda caso) rari e bizzarri, come si evince da sparute dichiarazioni dell’ufficio stampa. Problemi, pare, legati a gola e respirazione. Si saprà probabilmente di più in futuro. Rimane il fatto che fino alla fine, Mark è rimasto indomitamente attaccato alla sua deforme creatura artistica, al punto da non vergognarsi di affrontare il palco anche sulla sedia rotelle, verso la fine dell’anno scorso. I Fall, il suo esclusivo oggetto artistico, dal 1976. Fondati con Martin Bramah, Uma Baines e Tony Friel. Una sorta di società dei poeti estinti, senza orizzonti di gloria aulica. Si trovavano di sera, nel ventre anonimo di Prestwich, sobborgo di Manchester, a leggersi i loro scritti a vicenda, vincendo la vergogna adolescenziale, a botte di alcol e droghe. La miccia che li convinse di potercela fare, il leggendario concerto dei Sex Pistols alla Lesser Free Trade Hall di Manchester , il 4 giugno del 1976. Fra il pubblico, Howard Devoto e Pete Shelley dei Buzzcocks, Morrissey degli Smiths, Tony Wilson della Factory e Ian Curtis, Peter Hook e Bernard Sumner dei Joy Division. E pure un imberbe Mark E Smith, dei non ancora esistenti Fall. La furia pura del punk si estingue già inconsapevolmente lì, ma i germogli contaminati di tutto il verbo post e new wave, si seminano sotto a quel palco. Il resto è un nome preso proverbialmente da un romanzo di Camus, l’assillo per la ripetizione e l’ossessività abrasiva in musica, di Captain Beefheart, i Velvet Underground e i Can, in saccoccia e il tedio del Nord dell’Inghilterra della fine degli anni settanta a far da plumbeo contesto lirico.

Mark nasce a Salford, quarto figlio (unico maschio) di un idraulico e una dipendente delle poste. Lavora per anni presso i docks della città, nutrendosi della noia di una società dimessa e orgogliosa del proprio grigiore, lontana anni luce dalle pulsioni moderniste di Londra. Un mondo di reietti, costretto nella rinuncia depressiva quotidiana e gli sfoghi ubriachi che esplodono al pub. Terreno fertile, per uno che vede comunque lo straordinario nella pietosa ordinarietà delle cose. Con in testa le distopie malate dei romanzi e le storie di HP Lovercraft e Philip Dick e il vignettismo ironico dei Kinks, Mark s’affaccia alla novità del punk, senza mai rimanerne veramente affascinato, ma piuttosto riconoscendone il metodo, per dare forma artistica ai propri vizi. Un percorso che non è alieno a quello di altri eroi della nuova musica mancuniana post ’76, ma che, nel caso di Mark, non è mai stata una strada di eroismi generazionali, che sfociano in martirio. Il nulla della depressione urbana non viene elevato a estetica tragica, quanto piuttosto esposto per la sua terribile (ma inevitabile) ordinarietà. Da lì sarà una corsa lunga 32 album (se non contiamo i live e le raccolte, a volte nemmeno autorizzate) e soprattutto la gestione di una macchina musicale, che vede i membri del gruppo come pedine da muovere secondo la mercuriale (ma metodica) strategia del leader. Più di 60 membri in tutto (compresi il batterista originario, che non durò più della serata del primo concerto, il 23 maggio, 1977, o Stuart Estell che si unì al gruppo per i bis del concerto a cui assisteva, a Leicester nel 1989). Tutti, chi più chi meno, abusati psicologicamente, insultati, prima o poi licenziati dall’umorale (ma costante nell’applicazione dei metodi) Mark. “Se ci sono io e tua nonna ai bonghi, siamo i Fall”, come amava dire. Con sintesi perfetta. Cosi come, con naturalezza, sosteneva di trattare la band come avrebbe fatto un allenatore alla Ferguson (il glorioso manager del Manchester United). Gestiva i musicisti (forgiati dal loro ingresso nella band, per essere alla Fall), fino a quando non arrivavano al massimo delle loro potenzialità (ovviamente a suo insindacabile giudizio) e poi se ne sbarazzava. Come aveva fatto Ferguson, appunto, con David Beckham. C’era altro da spiegare? L’aneddotica da soap opera rock di Mark e le varie incarnazioni dei Fall è immensa e, spesso, ricopre di una coltre quasi da tabloid la sostanza di quanto quest’uomo intrattabile ha lasciato alla musica. In fondo, se David Bowie ha trasformato la sua vita in una mirabile espressione artistica, arrivando a disegnarne la morte, come perfetta e definitiva uscita di scena, Mark E Smith è stato un involontario e bastardo rovescio della medaglia, dell’equazione vita = arte. Nel suo caso, un’esistenza da precariato sociale, alimentata dalla noia di una città del Nord, ha trovato l’unico sbocco nell’attualizzazione rock del vecchio brontolone dickensiano. Contro tutto e tutti, sbuffante astio, per arrivare alla verità.

Mark non poteva fare altro che sputare la sua non appartenenza a nessun club, o il suo viscerale rifiuto per qualsiasi vessillo, da un palco, circondato dalla ripetitività ossessiva delle sue composizioni. Appeso al rifugio dell’abrasività dei suoi sputi verbali, anche forzato su una sedia a rotelle, poco prima della morte. Un’interpretazione annoiata dell’essere rockstar, punk per casualità temporale, forse country per vocazione, senza la sovrastruttura di un’immagine da difendere, con la sgradevolezza come accento d’autenticità. Alla fine, Mark E Smith lascia il campo, come ultimo eroe di un Novecento, che si ostina a non allinearsi alla teoria dei superlativi in ogni cosa, alla necessità di vestirsi di significati, all’obbligo di bruciare in un minuto, per guadagnarsi una gloriosa eternità. Lungo 40 anni di carriera, i suoi fan hanno gioito ad ogni nuovo album, sapendo ogni volta esattamente cosa attendersi. Basso pulsante, un motorik ritmico essenziale, chitarre affilate e secche, intrusioni di sintetizzatori o eventuale elettronica disponibile al momento. Non molto di più. Sempre diversi, sempre gli stessi, come ebbe a dire il loro più grande ammiratore, il DJ John Peel che ne registrò le gesta per ben 24 volte (record per una band). Senza mai un capolavoro definitivo, con le botte d’ispirazione e le secche d’ordinanza, disseminate lungo una discografia sterminata. Quasi che rifugiarsi nella ripetitività fosse lo stratagemma di Mark, per continuare a confessare la propria diversità, il suo rifiuto per qualsiasi convenzione da percorso obbligato, di una qualsiasi convivenza sociale. Un’alzata di spalle preferita ad un gesto di ribellione, contro opportunismi ed eccitazione. Sempre da una posizione dialetticamente obliqua e defilata. Cosi come l’obliquità musicale è il tesoro che quest’uomo lascia al rock (o a qualsiasi musica c’attenda da qui in poi). Come sarebbe stato più ordinario il pop deviato della comunità neozelandese della Flying Nun, senza che le loro melodie incontrassero lo sguardo di sbieco di Mark E Smith. Cosa sarebbero stati i Pavement in balia dell’onda d’urto del grunge, se non avessero avuto a disposizione le dissonanze dei Fall, per svignarsela pigri, in chiave slacker, e fare le boccacce agli Smashing Pumpkins. O le meteore della new wave of new wave, capitanate dalle Elastica e gli eroi per una notte del brit pop, a inizio anni novanta, alla ricerca di un nume tutelare squisitamente britannico ed essenzialmente sardonico. Giusto per citarne alcuni. Tutti carinamente prima o poi catalogati dal burbero Mark, il compagno di classe rompiballe, che chiosò i Pavement, per tagliare corto: “sono come i Fall nel 1985, non hanno avuto una sola idea originale nelle loro teste”. Sempre diretto, alla ricerca ossessiva, a suo modo, di una qualsiasi verità.

Perché, di tutte le sue frasi che si possono facilmente trovare in rete, fra un bislacco elogio di Gheddafi, la logica malata di bombardare la Russia e una presa per il culo di Joaquin Phoenix nel ruolo cinematografico di Johnny Cash (altro idolo del nostro), forse scegliamo questa, per riassumere: “Mi piace spingere le persone, fino a che da loro non ottengo la verità. Li posso ubriacare o qualcos’altro. Cosi scopro cosa pensano veramente. E poi li spingo, li spingo e li spingo”. Eccolo qui. Sempre a spingere per tirare fuori la verità, a qualsiasi costo. Magari, sputandola fuori velenoso, quando uno meno se lo aspetta. Oppure continuando, insistente, a battere il palmo della mano sul piatto della batteria, per ottenerla, anche in modo violento, nel posto sbagliato. La verità, punto e basta.

Mark E. Smith, un tedioso eroe novecentesco, che lascia il campo alle illusioni immediate di una contemporaneità che della verità ha un po’ paura. Che Dio lo abbia in gloria, Mark. Di certo, d’ora in poi ce l’avrà in mezzo ai coglioni per l’eternità.


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