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di Mauro Fenoglio

Il Day For Night arriva al suo terzo anno e si consolida come lo spiraglio di Houston sulla contemporaneità musicale, che fluisce dal resto del mondo. Nato nel 2015 come collaborazione fra il guru cittadino Omar Afra e l’agenzia creativa newyorchese Work – Order, da sempre il festival unisce la tipica offerta di artisti di punta della scena alternativa internazionale, con uno sguardo al mondo più sperimentale e avant. Il tutto, con l’appendice d’istallazioni visuali e interviste. Musica e immagini che raccolgono le pulsioni più moderne dell’elettronica sperimentale, e offrono inconsuete atmosfere (per il Texas), tipiche dei festival europei più coraggiosi e nuovi. L’asettico spazio in cemento del Barbara Jordan Post Office offre una perfetta scenografia modernista, dai toni post-industriali, per le decine di migliaia di appassionati e curiosi della tre giorni. Costruito in piena guerra fredda, all’inizio degli anni sessanta (con annesso rifugio anti atomico), dagli stessi architetti che progettarono l’Astrodome (altra icona architettonica cittadina), lo storico edifico era destinato a demolizione, prima che le notti creative del D4N tornassero ad animarne il destino. Due grandi palchi esterni accolgono i grossi nomi del cartellone, mentre all’interno delle ampie sale dell’ex ufficio postale, aree dedicate ospitano varie istallazioni visuali, e danno voce ai numeri più sperimentali. Uno dei problemi tipici del festival è, da sempre, l’imprevedibile clima invernale della città dei bayou. Nel 2016 la folla (un’entusiasta Björk inclusa) che assisteva al ritorno sulle scene di Aphex Twin, venne investita da un fronte freddo, che fece crollare la temperatura di circa 15oC in pochi minuti, con corredo di pioggia ghiacciata. Quest’anno le nuvole gonfie d’acqua della notte di sabato, costringono i concerti esterni a finire in anticipo. Il set in solitaria di Tyler, The Creator e il muro (metal) di chitarre dei Nine Inch Nails vengono (in parte) penalizzati. La pioggia battente non incide troppo, comunque, sul fervore dei devoti di Trent Reznor, che ripaga gli astanti zuppi d’acqua, con una scaletta che pesca rabbiosa, da tutta la sua gloriosa carriera.

Controversa è la decisione dell’organizzazione di non rilasciare il solito bugiardino con gli orari degli eventi. Si accede alla scaletta del festival e agli eventuali cambi d’orario dell’ultima ora solo con un’applicazione digitale. Tutto molto moderno e con grande senso di responsabilità per l’ambiente, ma anche complicato per chi si è dimenticato di caricare il telefonino per tempo. Dettagli, comunque, che non inficiano ricchezza e varietà della tre giorni. Che inizia il venerdì (biglietto dedicato e diverso da quello del weekend) con interviste ad un pugno di artisti (fra cui Chelsea Manning e Laurie Anderson) e performances laterali di Saul Williams, Jenny Hval e del pungente cantastorie Earl Sweatshirt. Il sabato pomeriggio, si dà un occhio ai palchi grandi. Gli Of Montreal inscenano una sorta di baracconata psichedelica, con tanto di travestimenti, che non va molto oltre una riproposizione del circo Barnum (rock) dei Flaming Lips, senza ambirne ai picchi di gloriosa follia. Seguono i movimenti sinuosi di Perfume Genius. Dichiaratamente alle prese con un torcicollo, Mike Hadreas riesce comunque a riscaldare il pomeriggio di Downtown, con la sua gioiosa macchina da guerra gender. Per chiudere con l’ironia socio-politica delle Pussy Riot. Fra maschere, campionamenti, danze scatenate, inglese e russo (tradotto nei video ai lati del palco), le quattro ragazze offrono tutto il loro armamentario di protesta contro suprematismo bianco e populismo presidenziale trans nazionale. Si ride e si partecipa convinti, anche se il contenuto musicale rimane un puro espediente, per il messaggio da veicolare.

È il Blue Stage all’interno della struttura dell’ex-ufficio postale, ad offrire le esperienze più significative del D4N. I Demdike Stare arrivano con le loro macchine e l’affascinante supporto video disegnato da Michael England. Fra immagini queer, turisti orientali alle cascate del Niagara e danzatrici butoh, i due scultori elettronici di Manchester spingono sui ritmi scuri del loro ultimo Wonderland, immergendo il pubblico in un mare di sapori elegantemente orrifici, dando un senso all’oscurità post bellica degli spazi. Segue la teoria del dub applicato alla modernità dei Forest Swords. I video sono un elemento strutturalmente necessario, per le concettuali performance degli artisti più moderni, e rappresentano il sotto testo del festival: musica e immagini, appunto. Il vulcanico Matthew Barnes non sfugge al canovaccio. Fronteggiato dal fido bassista James Freeman, si contorce su macchine e chitarra, abbandonandosi ai ritmi scuri, mentre gli archi sanguinano sui tappeti convulsi, e ai lati i contributi video dei diversi registi che hanno lavorato con lui, forniscono le necessarie coordinate visive. Sarà uno dei set più sorprendenti del festival, nonostante Barnes non smetta di lamentarsi con gli addetti per la qualità dei suoni. La croce e la delizia dei festival, che allineano scalette dense. C’è spazio anche per le glorie locali. B L A C K I E è un volitivo rapper cittadino. Le sue autoproduzioni si cibano della lezione southern del leggendario DJ Screw, e le miscelano a grime, hardcore e post punk. Sale sul piccolo podio circolare del minuscolo yellow stage e fa tremare le pareti, con il volume eccessivo dei suoi suoni e il suo rabbioso dolore esposto. Per appassionati, ma anche ignari e sorpresi astanti. Laurie Anderson dispone paziente le sue attrezzature, concedendo sorrisi. Il suo sarà un reading surreale, puntellato dal violino elettrico. Storie raccontate col supporto della realtà virtuale, per una settantenne che non ha ancora smesso di ricercare nuove forme d’espressione. Encomiabile, affascinante e commovente quando si scorge il profilo di Lou Reed, fra le immagini dietro di lei. Chiude il footwork digitalizzato dell’attesissima Jlin, che lascia al laptop il ruolo (quasi totemico) di sviluppare i ritmi e farli entrare nelle coscienze (e le gambe) di chi le sta davanti. Computer che prendono il centro del palco, immagini che guidano gli spettatori. La modernità prende decisamente il sopravvento.

E continua il giorno dopo, dentro il rifugio oscuro del Jordan Post Office, mentre fuori è ancora pomeriggio, con i tribalismi nu jazz di Shabazz Palaces. Il ritmo è il linguaggio e Sun Ra il nume tutelare. Si mette fuori la testa al pallido sole, quasi come vampiri emaciati, per farsi intrappolare dalla seduzione virginale (in mise turchese, con ammiccante cerniera frontale) di Katie Greer e l’asciuttezza punk dei suoi Priests. E il post rock informato da radici folk dei sempre ottimi The Album Leaf. Mentre cartelli, proiettati ai lati dei pachi, fra i set, lanciano messaggi situazionisti (Fuck Brunch), è ora di rientrare nel buco nero. Giusto in tempo per assaporare la follia del collettivo texano House Of Kenzo. Accompagnato dal terrorista sonoro conterraneo Rabit, inscenano una iper danza, twerking e improvvisazione esplosiva. Anche il Texas è pronto alla rivoluzione digitale. Passiamo indenni, fra i frattali in bianco e nero del piccolo Ryoji Ikeda e i significati narcolettici in chiave anti Brexit, di Dean Blunt/Babyfather. È tempo di riaffacciarsi al crepuscolo. Le eterne En Vogue ci ricordano che l’R’n’B sa ancora far muovere nostalgicamente i fianchi. Il loro è un vero successo (anche per i fan più giovani), che fa rifiatare la rincorsa ossessiva alla contemporaneità. Ma la scaletta è serrata e non c’è quasi tempo di tirare il fiato, che è già ora dell’apocalisse dei Godspeed You! Black Emperor. Ortodossia post rock e illustrazione del crescendo in musica. Il loro supporto video è proiettato su un imponente (quanto artigianale) lenzuolo, che avvolge l’orchestra come un sudario. La scritta HOPE che campeggia (e li accompagna oramai da quasi due decenni) è oramai un monito disperato. Il loro set rimane, ancora oggi, un’esperienza indimenticabile.
La carezza soul color arancio della regina di casa Solange, serve anche a ricaricare le batterie, dopo tanta emozione. Il lungo palco esterno è illuminato dalle luci dei grattacieli di Downtown e lei consegna uno spettacolo di ricca (ma mai sopra le righe) eleganza, sostenuta da musicisti precisi e danzatrici in tinta. Una cosa che assapora gli anni settanta, per tuffarli nel futuro.

Intanto il folto contingente LGBT si prepara all’avvento dell’icona St. Vincent. Il suo nuovo set è perfetto per le necessità del festival. Si presenta in completo latex rosa vagamente sado maso, avvolta nella sua micro chitarra (disegnata appositamente, per la sua esile figura). Rimane da sola sul palco, circondata da immagini che raccontano le astrazioni tematiche del suo ultimo Masseduction. Il rock è tutto nelle sue solitarie (e concettuali) rasoiate di chitarra su basi, ma riscopre la sua teatralità tradizionale, in forme nuove, che sfuggono a messinscena prevedibili. È l’alternativa analogica all’inevitabilità del laptop. Interessante quanto più di testa, che di pancia. Esausti, si rientra nel ventre di cemento del Jordan Posto Office. Per farsi trasportare, inermi, dal mare di droni di Tim Hecker. Le casse sono solo appendici per un magma tellurico, in cui l’eco di melodie malinconiche, prende l’ascoltatore dal basso, e lo solleva. Sul palco l’ombra di una figura umana appoggiata a delle macchine. Non ci sono più immagini che debbano riferire ad una narrativa, qualsiasi. È puro suono. L’appendice di Thom Yorke, quando oramai è lunedi mattina, è un obbligo quasi non necessario (e vagamente tedioso). Il Day For Night non ha bisogno di altro da dire.


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