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di Daniele Ferriero

Souleyman ha l’aplomb serafico del mito fattosi carne. Oppure, più semplicemente, ha un’età piuttosto avanzata e una concezione del palco, e della performance, del tutto diversa dalla nostra. Quale che sia il caso, Omar si muove come se i suoi atomi fossero ben più densi della comune materia. Sul capo, la kefiah inamovibile. A coprirgli lo sguardo, gli immancabili occhiali scuri. Sopra le labbra sornione e dall’espressione indecifrabile, gli irrinunciabili baffi. Il corpo è interamente ricoperto da un’elegante thawb. Volenti o nolenti, si presenta al primo sguardo come un’icona fatta e finita. Gli ultimi anni sono lì a testimoniarlo, con gli attestati di stima, le collaborazioni (Four Tet, Modeselektor, Gilles Peterson e Björk) e gli inviti eccellenti (Oslo, 2013, Nobel Peace Prize Concert). La sua musica che scorre a destra e a manca, il singolo portante Warni Warni che suscita lodi e acclamazioni e scalda gli animi. Venerdì sera, al Magnolia, l’ennesima e ulteriore conferma.

Dopo l’apertura vincente dei Balera Favela, quando l’attesa ha raggiunto il limite e ci si avvicina alla rottura, Souleyman sale sul palco e parte la bolgia. L’atmosfera si fa rovente in pochi secondi. I presenti chiudono gli occhi e iniziano a dimenare membra e fianchi. È una festa, purissima, non diversa dai matrimoni nei quali Omar ha mosso i suoi primi passi musicali. Quando la consacrazione internazionale era ancora lontana. I suoi movimenti sono quelli di una statua: minuscole variazioni dovute più alla luce e agli agenti atmosferici che al corpo vero e proprio. Facezie a parte, canalizza l’attenzione dei presenti con tale rapidità e forza da far vibrare l’aria. Tuttavia, mentre tutti ballano e il cantante a tratti perde qualche colpo, la voce che cala, le mani che battono fuori tempo, spontaneo sorge un dubbio.

Non sarà che, a far la differenza sul piano strettamente sonoro, sia Rizan Said, funambolico tastierista del duo? Le sue mani macinano note e scale con la velocità della luce. La maniera in cui piega interi patrimoni musicali e culturali ha del miracoloso. Rasenta il kitsch (almeno all’orecchio occidentale) e al tempo stesso inventa storture melodiche e tonali degne dell’avanguardia. Collassa tensioni prog rock, acid house e dabke pura sopra a moduli che dovrebbero essere suonati durante normalissimi matrimoni. Germinando interi mondi, infinite possibilità. È un attimo. Il balenio di un pensiero grezzo. I due suonano per poco più di quaranta minuti. Le mani di Said sono talmente veloci, la presenza di Souleyman così iconica, che non si fa in tempo ad arrivare a una conclusione. Nessuno vuole pensare ad Omar come a una caricatura, un esempio non sempre felice di un’appropriazione culturale (passione? Amore? Come possiamo chiamarla altrimenti?) schiacciata tra l’indebita meraviglia e il realismo dell’economia. In chiusura, riprende il set di Balera Favela: in sincronia totale con la serata e i presenti. Vengono sciorinate musiche folk da tutto il mondo, con un occhio particolare per le scale mediorientali e lo spirito affine a quello di Souleyman. La cassa e l’elettronica non mancano e prolungano la voglia di ballare e sudare. Gli ultimi pensieri tetri e i dubbi vengono via con loro.


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