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A Roma, si sa, l’inverno è un concetto un po’ relativo, e girare per bancarelle natalizie senza cappotto non è una cosa eccezionale. Ma in questo inizio dicembre il cappotto ci vuole, e anche sciarpa e guanti non guastano. Il Monk, poi, è uno di quei posti dove c’è sempre un microclima più rigido, sarà il giardino che fa subito umidità che ti entra nelle ossa, signora mia, sarà la collocazione geografica, sarà quel che sarà, sta di fatto che sembra proprio la serata giusta per immergersi nella nube grigio-fumè sprigionata dalla musica dei Cigarettes After Sex. Dentro il locale, comunque, non fa freddo, anzi, con il sold-out il calore è assicurato.

Piccola nota prosaica nonché promemoria per i prossimi concerti e consiglio per voi che leggete: se possibile, evitare di sistemarsi dal lato delle uscite di sicurezza: i bagni sono strategicamente ubicati dietro il palco a destra, quindi sarà un via vai continuo e passerete molto tempo spiaccicati contro il muro. Fine dell’informazione di servizio, si spengono le luci e sullo schermo compare una nevicata che accoglie la band e la sua altrettanto algida presenza scenica. Momento chiarimento sulla definizione “algida”: no “disinteressata”, “snob”, “respingente”, sì “mercuriale”, “siderale”, “impalpabile”, “aerea”. Capito, sì? No? Se non capite è normale, perché i Cigarettes sono proprio uno di quei fenomeni difficili da capire, e da spiegare. Qualcuno potrebbe dissentire, e con facilità liquidare il tutto come tipico caso di hype sovradimensionato destinato a dissolversi come il vapore di cui sembrano fatte queste canzoni generate dalla moda retromaniaca dello slowcore. Può darsi.

Ma se è così, come mai è così difficile distogliere lo sguardo da quest’omino dall’aspetto assolutamente ordinario che sta lì pressoché immobile a cantare – con impressionante vicinanza alla perfezione peraltro, a proposito di algidità – le sue canzoni tanto simili una all’altra? E qui torniamo alla difficoltà di spiegare il fascino di Greg Gonzalez e i suoi strani sodali – strani più che altro nel senso che non siamo mai stati a El Paso, Texas e forse sbaglieremo, ma non ce li immaginiamo esattamente così i cittadini di El Paso, Texas. Tranne il bassista, lui sì, dal look e dalla postura sembra quello che starebbe a suo agio anche in una band southern rock di El Paso, Texas. Proviamo: sullo schermo alle spalle del gruppo scorrono immagini di languidi e seducenti primi piani, di nuvole, neve e sfere trasparenti, sul palco scorrono Sunsetz, John Wayne, K., Apocalypse… Tutto, foto e canzoni, in bianco e nero. Ma dire “bianco e nero” è una convenzione per significare le tante sfumature del grigio, e i brani dei CAS vivono proprio dentro quello che sta in mezzo fra il bianco e il nero, da quella voce senza genere, al sound riverberato – che stasera soffre un’acustica non proprio eccelsa, va detto – alle melodie che sfumano una dentro l’altra, in un susseguirsi di gradazioni emotive, una serie di dissolvenze e (quasi) impercettibili cambi di inquadratura. Il fascino del bianco e nero sta nel non detto, nei colori che devi immaginarti, negli spazi che puoi riempire, ed è questo, forse, il segreto dell’ipnosi collettiva di cui siamo “vittime”, da cui non vorremmo risvegliarci quando alla fine sfuma Please Don’t Cry, sfumano le note e le immagini che per un’ora e mezzo abbiamo riempito con le nostre storie, che vogliamo tenerci ancora un po’ dentro mentre ci accendiamo una sigaretta e alziamo lo sguardo per vedere se nevica anche nel mondo reale.


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