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di Lavinia Siardi

Dopo oltre un anno e mezzo di esplorazioni in territorio musicale nipponico, mi sono finalmente convinta ad approcciare uno dei due festival più importanti dell’estate giapponese: il Summer Sonic, che, accanto al Fuji Rock, ha popolato con le sue locandine le metropolitane e gli schermi luminosi di tutta Tokyo negli ultimi mesi.

Situato a Chiba, a una trentina di minuti dalla stazione centrale di Tokyo, il Summer Sonic raccoglie ogni anno una vasta line up che solitamente spazia dal punk rock all’elettronica passando per il metal e l’R&B senza troppi convenevoli. Anche quest’anno non è stato da meno: a fare da headliner per il palco principale c’erano Calvin Harris e i Foo Fighters, mentre nei palchi interni si alternavano idoli giapponesi e coreani, Phoenix, Blood Orange, Justice, Sum 41, indie band nipponiche e reperti archeologici del punk rock americano dei primi anni Duemila.

(Foo Fighters – Credit: Summer Sonic)

Una maratona musicale che oltre ai due giorni principali del festival prevede anche una notte di apertura nella parte interna delle strutture della manifestazione, chiamata Sonicmania, e un sabato sera dal taglio più raffinato, l’ Hostess Club All-Nighter, che quest’anno vedeva Mogwai, The Horrors, Cigarettes After Sex, St. Vincent e molti altri nomi interessanti susseguirsi sul Sonic e Rainbow Stage.

All’arrivo è facile stupirsi di come i giapponesi siano in grado di gestire le grandi folle con una naturalezza e un’organizzazione sconosciuta a noi europei: nonostante le centinaia di nuovi arrivi al minuto alla stazione della metropolitana più vicina, in pochi istanti il biglietto diventa un braccialetto (stretto sommariamente), la borsa viene controllata (anche questa sommariamente) e l’accesso alla venue garantito. La leggerezza dei controlli mi lascia un po’ perplessa, ma mi rendo conto che il pubblico a cui questa terra è abituata è un pubblico diligente, che non scambia i braccialetti sottobanco, fa la raccolta differenziata e non sbraita nelle orecchie del vicino nemmeno se ad esibirsi è il suo artista preferito di una vita.


(Justice – Credit: Summer Sonic)

Inizia con questi pensieri il mio Sonicmania, preludio al festival che inizierà il giorno successivo. Mi rendo conto immediatamente con una veloce occhiata ai Pandas, nuovo progetto del cantante dei Boom Boom Satellites, che il soundsystem dei palchi interni lascia a desiderare. Cerco di non farci troppo caso e mi dirigo a sentire i Justice, dove una folla di aficionados sta intonando D.A.N.C.E. in uno strano esperanto di giappo-inglese. Rimango colpita dalla regia di palco: uno show di luci, led e colori, minimale ed epico al tempo stesso, regala dinamica ad un live di per sé piuttosto prevedibile e senza particolari picchi. Dopo una veloce occhiata a Liam Gallagher, che sgangherato intona i vecchi successi degli Oasis in mezzo a una imponente folla di nostalgici e instagrammers, mi dirigo a quello che si rivelerà uno dei migliori concerti dei tre giorni: i Formation. Nuova rivelazione londinese, con uno show magnetico e un’energia e una spontaneità fuori dal comune, i ragazzi riescono a catalizzare un buon numero di curiosi musicali e a coinvolgerli in danze sfrenate e grida di supporto sincere. Sicuramente una band da tenere d’occhio, con canzoni solide, una presenza dal vivo più che convincente e un’insolita profondità di contenuti.

Finisco la serata con due concerti di giovani talenti raffinati: su un palco i locali D.A.N., band a cavallo tra l’alt-pop, lo shoegaze e un’elettronica scura, credibilissimi, con un sound avvolgente e un live onirico, dall’altro Lido, che propone un set di voce, sintetizzatori e batteria estremamente accattivante, grazie anche ai video-capolavoro che hanno accompagnato la sua carriera musicale proiettati sullo sfondo. Ottima conclusione di una prima giornata di festival, mi avvio alla prima metro del mattino camminando tra festivalgoers assopiti e staff diligente intento a dirigere i flussi di folla verso la stazione.


(Blood Orange – Credit: Summer Sonic)

Il giorno seguente scelgo di fare una breve, ma mirata e approfondita, puntata al Mountain Stage, palco principale della parte interna del festival. Si esibiranno infatti i chiacchieratissimi Suchmos, nuovo fenomeno alla Jamiroquai che da quando ha scalato le classifiche con Stay Tune, colonna sonora nel 2016 dello spot della Honda, sono diventati i nuovi volti della Tokyo underground (e un po’ hipster) e successivamente i Phoenix, in tour con Ti Amo, album freschissimo di pubblicazione.

Nel dirigermi al palco indulgo in una manciata di minuti ad ascoltare Blood Orange: non è la prima volta, e di nuovo Dev Hynes si conferma un grande performer, supportato da una grande band. Faccio giusto in tempo a godermi un paio di canzoni prima di rendermi conto che fiotti di ventenni e trentenni che sembrano appena usciti da una festa revival degli anni novanta si stanno fiondando a prendere posto sotto palco per i Suchmos. Spinta dalla curiosità mi affretto anch’io, e al mio arrivo, un venti minuti abbondanti prima dell’inizio dello show, sono già in migliaia ad affollare la sala. L’aspettativa è alta, probabilmente il pubblico il più vasto che la band abbia mai fronteggiato nella sua breve ma intensa carriera.

Al momento in cui i ragazzi salgono sul palco, la sala del Mountain Stage è completamente piena: il colpo d’occhio è forte, e il pubblico probabilmente sfiora le 20.000 persone. Nonostante un percepibile (e più che comprensibile) lieve nervosismo tra i membri della band, i Suchmos propongono un live estremamente valido, dimostrando un forte affiatamento musicale e consegnando al pubblico i più movimentati tra i loro brani, con una solidità esecutiva sorprendente e una performance dal forte groove. Tra le punte di diamante di un revival nipponico di jazz, funk e soul, i Suchmos sono innanzitutto dei musicisti molto preparati, ma grazie all’immediatezza dei loro brani e ad un’attitudine estremamente low profile, riescono a non sfociare mai in noiosi tecnicismi.


(Phoenix – Credit: Summer Sonic)

Un grande trionfo che lascia ben sperare, anche se la preoccupazione per un mercato musicale come quello giapponese è che la bolla di popolarità che si è creata attorno a loro possa sparire altrettanto in fretta di come si è sviluppata. Mentre molto del pubblico defluisce, mi avvicino al palco in attesa dei Phoenix. I pochi spettatori occidentali presenti al festival si affollano nelle prime file, insieme a qualche giapponese dal background internazionale e a qualche serio appassionato musicale. La sala si riempirà di nuovo in fretta, e nel giro di mezz’ora i Phoenix sono sul palco.

Un’ora abbondante di live, la band francese ripercorre i suoi tormentoni degli ultimi anni alternandoli ai singoli dell’ultimo album. Thomas Mars canta con una disinvoltura disarmante, e la sua voce non perde una singola sfumatura rispetto a come la ricordo su disco. I pezzi risuonano freschi e la band ribadisce più volte il suo amore per il pubblico giapponese, che accompagnerà Thomas nell’unico crowd surfing a cui assisto in tutto il festival. Un live gioioso e ironico, che non lascerebbe mai immaginare che prima dell’uscita di Ti Amo la band non abbia suonato live per un lungo periodo. Una splendida conferma.

L’ultimo giorno di Summer Sonic lo dedico invece a una serie di band giapponesi, conosciute e meno conosciute, che hanno fatto la scelta che qui è ancora rivoluzionaria di cantare in inglese ed aprirsi quindi al di là del mercato locale. Comincio con i Survive Said The Prophet che, freschi dell’uscita del nuovo disco WABI SABI, radunano una considerevole folla aprendo l’ultimo giorno di festival alle dieci del mattino. Rock band dalle tinte a volte emo e post-hardcore ma sempre più pop con il passare degli anni, forti dell’innato senso melodico del cantante Yosh Morita, riescono a dare un forte scrollone al pubblico mattiniero, grazie a una forte intensità live e un ampio spettro di emozioni e registri. Live godibile e troppo breve.


(Survive Said The Prophet – Credit: Summer Sonic)

Mi sposto allo Space Odd Stage dove, se non mi fosse giunta voce che si sta esibendo una delle nuove sensazioni della Tokyo indie, scommetterei essere sul palco una nuova band londinese nostalgica dei migliori anni del brit pop. E invece no: i Newspeak sono chiaramente nipponici, ma sound, accento e melodie non lasciano intravedere nulla della tradizione pop del paese del sol levante. Band che raggruppa musicisti provenienti da altri progetti della scena cittadina, colpiscono per la voce calda e matura del cantante e per dei pezzi ben scritti. Li annoto mentalmente tra le band da tenere d’occhio durante la stagione invernale.

Continuo le mie esplorazioni della scena locale presso il Garden Stage, dove si esibiscono i Wonk. Da pochissimo sulle scene ma con un seguito sempre più massiccio e una chimica musicale più che matura, i Wonk sono una band di fuoriclasse. Guidati dal batterista Hikaru Arata, i Wonk si definiscono una “band soul sperimentale con base a Tokyo”. Sicuramente il soul c’è tutto, grazie alla voce di Kento Nagatsuka, dai toni caldi, anche se a volte un po’ impostati, in bilico tra Chet Faker e Anohni, e il resto della band, special guest inclusi, contribuiscono a regalare un tocco sperimentale al tutto. Probabilmente una delle band il cui successo oltremare potrebbe essere più facile da immaginare.

Concludo le mie indagini sulle nuove promesse giapponesi al delizioso live di Maika Loubté: mezza francese, cresciuta a Tokyo e artigiana delle sue stesse basi in cameretta, Maika propone un live schietto e adorabile, ma in un modo molto lontano dal tipico concetto giapponese di “kawaii”. Maika ha carattere e personalità, e nonostante le piccole imperfezioni confeziona un synth pop dal retrogusto francese che fa pensare, anche nel look, immediatamente a Yelle.  Una inaspettata sorpresa musicale, che si va aggiungere alla lista di giovani artisti giapponesi che sanno guardare oltre i confini dell’isola e si preparano ad esplorare un mercato a cui raramente la scena musicale giapponese si rivolge.

Qua sotto trovate la playlist con un po’ di nomi del festival da ascoltare


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