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RIDE (foto di Patrizia Chiarello)  

di Nicholas David Altea

Quando finiscono i primi grandi festival europei di fine maggio-primi di giugno, inizia la proliferazione di articoli che si pongono la classica domanda: Perché noi, in Italia, non possiamo avere un festival come il Primavera Sound? Le risposte il più delle volte sono poco a fuoco, e gli esperimenti fatti in Italia per un motivo o per l’altro, non raggiungono mai un livello avvicinabile a quello a cui vorrebbero aspirare, per svariati motivi.

 Però, in Italia, siamo bravi a far una cosa: i festival piccoli e artigianali. Il mercato europeo degli eventi musicali – cosidetti festival boutique – è rigoglioso e fervente. Piccole località, il calore della gente, i prodotti del territorio e una line up coerente – cosa assai difficile. Boutique festival suona però un po’ troppo freddo. L’Ypsigrock fa parte di questa famiglia e nella categoria small festival una nomination la ottiene spesso (European Festival Awards). Pensare al festival di Castelbuono come una boutique non suona bene, lo definiremmo alto artigianato festivaliero nella sua più naturale accezione. Perché lo si vede crescere, muoversi, migliorarsi cercando di non snaturarsi, anche a costo di rischiare. E molto. 

La ventunesima edizione porta con sé l’esperienza ma anche la voglia di fare un passo avanti ogni anno, con costanza e lungimiranza. L’apertura di tutto il festival, come è ormai tradizione da un po’ di anni, avviene con i live nel Chiostro di San Francesco. È il punto di raccolta prima della sera, la gente si vede si saluta, si ritrova. Perché i festival funzionano anche da collettore di rapporti interpersonali, di amicizia o lavoro.

Sergio Beercock è il primo a salire sul palco. Voce, chitarra, qualche loop e poco altro; un indirizzo folk pop abbastanza definito, una parlantina tra un pezzo è l’altro che forse potrebbe lasciare più spazio alla sua tonalità bucolica, ancora in divenire ma già sicura. Bry invece ha tante fan molto giovani che lo idolatrano già, una piccola pop star con l’aspetto del ragazzo alternativo un po’ maledetto e un po’ indeciso. Quello che però ne viene fuori è un surrogato di Kooks e band NME/mid-’00 wannabe Ed Sheeran, che lascia totalmente indifferente. In discesa, direzione main stage, dentro la bianchissima Chiesa dell’Ex Crocifisso diamo un ascolto alla giovane e brava HÅN dalla quale ci si aspetta molto nel prossimo futuro.

I Cabbage sul palco di Piazza Castello sono la cosa musicale più sporca e ruvida che passi nei tre giorni di Castelbuono. Ragazzacci riottosi che suonano garage rock e alternative con la rabbia degli Sleaford Mods e con un frontman urlatore e in piena esplosione di ormoni. Solo il giorno dopo capiremo che il ragazzaccio in questione di giorno è un tranquillo padre di famiglia con moglie, figli al seguito e t-shirt d’ordinanza dei Cramps. Dei Viet Cong, poi diventati Preoccupations, avevamo un ricordo soddisfacente. Ricordo ormai annacquato vista la prova che manifesta limiti nella composizione di una setlist live che non coinvolge, se non in qualche sporadico caso come Continental Shelf. C’è chi in prima fila abbassa la testa e chiede pietà sull’ultimo reiterato incastro batteria/basso della durata di quasi 5 minuti.

Chiudono la giornata i Ride che la testardaggine dell’Ypsigrock è riuscita a portare, dato che due anni fa scapparono per un soffio di coincidenze aeree introvabili. L’esaltazione della band di Oxford la si vede sin dal soundcheck mattuttino quando, appena arrivati, Mark Gardener corre a fotografare il tipico asinello della nettezza urbana ai piedi del Castello.

Un gruppo rilassato con un Andy Bell in veste di festeggiato per i suoi 47 anni. Un live senza pecche, cali o mancanze. La perfetta armonia di brani estratti dall’ultimo album o classici estratti da dischi che hanno fatto la storia dello shoegaze. Manca solo In a Different Place se proprio si vuol cercare un difetto che non esiste. Una base ritmica (Laurence Colbert e Steve Queralt) che fa invidia e tiene assieme le due chitarre a loro modo diverse ma che si completano. E poi l’encore emozionante con altri due brani come White Sands e Chelsea Girl. Noi li aspettavamo da circa 18 anni. Loro si sono divertiti tanto. L’amico (e produttore) Erol Alkan gli aveva giustamente consigliato bene (via Twitter).

Il secondo giorno vede l’estrosa Este Luz prendere possesso del Chiostro con richiami al funk e al soul in chiave sintetica. La scoperta del giorno è però il folletto parigino Adam Naas: una voce che a raccontarla vien difficile ma si pensa ad un insieme di Benjamin Clementine, Marvin Gaye e addirittura Skin degli Skun Anansie. Tutti muti di fronte al suo timido pop educato e sofferto. Un Chiostro raccolto, silenzioso e senza fiato. La messa elettronico-destrutturata di Amnesia Scanner nella Chiesa dell’Ex Crocifisso è come ce la si aspettava: travolgente e surreale. Christaux, già metà degli Iori’s Eyes, riesce a catalizzare l’attenzione del pubblico del palco principale. Un mix anni 80 di pop drammatico e rifiniture elettroniche che nel loro insieme viaggiano ben coese in un live che convince pienamente e che lascia trasparire possibilità di crescita compositiva enormi dopo il primo album d’esordio, Ecstasy. Alla fine poi Geoff Barrow forse avrà fatto finta di dimenticarsi i suoi tweet non proprio piacevoli contro l’Italia; fatto sta che la sua super band con Billy Fuller (bassista di Robert Plant) e Will Young (Moon Gangs), i Beak, oltre a insultare Ryanair per aver perso uno strumento durante il viaggio, fa un concerto di altissimo livello dove il loro kraut-rock corre preciso e deciso, tra ritmi motorik e intenzioni quasi prog.

Rejjie Snow si fa anticipare dal suo beatmaker, poi sale sul palco e ribattezza il festival YpsiRap. Questo basta per far capire il tenore del personaggio: convinto, che dialoga in continuazione col pubblico, incontrollabile e trascinatore. Collaborazioni varie (Joey Badass, King Krule, Loyle Carner) e tanto talento figlio dell’hip hop che guarda un po’ indietro e un po’ avanti. Peccato che alcune volte il pubblico – fortunatamente qualche caso sparuto – non capisca ancora che un festival è un mix di generi legati da una coerenza di intenti e non di suoni. E sconvolgersi ancora per l’hip hop in un festival con una matrice sì rock ma da anni aperto a rap ed elettronica è, oltre che anacronistico, totalmente insensato. Spesso ci si lamenta da una parte che in Italia alcuni tipi di festival non ci sono, dall’altra, forse manca (o meglio c’è ed è in forte crescita ma non abbastanza) un pubblico che abbia capito cosa sia un festival musicale nel 2017. Non di certo una boutique monomarca, o meglio, monogenere. In quest’orbita i festival diventano veramente uno strumento musicale formativo atto a rompere un po’ di preconcetti inutili. L’attitudine della seconda serata dell’Ypsigrock vira ormai da anni verso hip-hop, sperimentazioni ed elettronica. Seminascosti dietro un velo mosso dal vento, ci sono i Digitalism a chiudere il sabato, facendo diventare la piazza un piccolo club open-air. Eppure da loro non ci aspettavamo nulla visto l’ultimo pressoché inutile album e la mancanza di ispirazione. Ma quel suono smaccatamente 2007-2008, a distanza di dieci, funziona benissimo per fare quello che deve fare senza correre troppi rischi. Pogo ne è l’esempio.


DIGITALISM  (foto di Patrizia Chiarello)

Il terzo giorno del festival è la serata clou e più attesa. Ci si ritrova per l’ultima volta al Chiostro di San Francesco dove l’alt-pop di Bobbypin non lascia molto, al contrario i Klangstof rielaborano il pop alternativo e ne fanno quello che vogliono. Il pubblico lo capisce e la sinergia che si crea tra i due è benefica. Benefica come la prestazione di Aldous Harding (sempre presso la Chiesa dell’Ex Crocifisso) captando e ritrasmettendo nell’aria una leggiadria chamber folk d’altri tempi. Poco dopo, Edda è super sold out con il suo piccolo live al Museo, nel frattempo la coda è lunga per entrare al festival. Un poco spaventa ma poi scorre. Le norme rigide in fatto di sicurezza dopo i fatti accaduti in estate rallentano come è normale che sia l’entrate in piazza per una delle serate più attese. Car Seat Headrest non ci aveva convinto per nulla al Primavera Sound, qua in Sicilia un poco di più ma solo in parte. Quella confusione lo-fi non è un marchio di fabbrica del genere, vuol dire che c’è ancora qualcosa da mettere a posto. I baffetti puberali sul viso di Will Toledo ci fanno anche dire che di tempo ce n’è ancora ma sistemare gli sbalzi, l’amalgama sonora e la riproposizione live sarà il prossimo passo. Alti e bassi post-adolescenziali.


BEACH HOUSE  (foto di Patrizia Chiarello)

I Cigarettes After Sex sono, a livello di direzione artistica di un festival, una scelta più che ottima in termini di crescita della band stessa. In tanti ci chiediamo però il motivo di tutta questa attenzione attorno ai texani che, per quanto intensi, vivono e suonano nella loro bolla di tristezza iper rallentata, senza sussulti ma con tanta intensità. Infine, ecco i Beach House davanti ad una distesa di stelle del loro backdrop. Nulla a che vedere con chi prima di loro ha provato ad appiattire e normalizzare le emozioni. Qua sono manifestate e suonate in un concerto che ha del magico per atmosfera, esecuzione e cuore dove un finale come Myth manda tutti a casa in pace col mondo. La bellezza della normalità sta nel vedere il mattino seguente Alex Scally addentare con molto godimento una brioche ripiena di oro verde di Fiasconaro. La bellezza dell’Ypsigrock è nelle piccole cose vissute fino in fondo.

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