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Tindersticks 2

di Mauro Fenoglio

È una Londra quasi surreale quella che si prepara ad abbracciare le illusioni dell’estate, in questo giugno d’incertezza e inquietudini. L’incendio della Grenfell Tower di qualche giorno prima è solo l’ultima tragedia di una città che sembra quasi aver dimenticato la capacità d’integrazione, alimentata per decenni come suo segno distintivo. Una città ferita che isola gli sfregi delle grida di protesta e dolore nell’alveo grigio dei sobborghi multirazziali, lontano dalle necessità estetiche di perfezione della City. All’ombra del London Eye stormi distopici di studenti stranieri, visitatori e lavoranti da mezza Europa continuano, quasi anestetizzati dalla necessità di tirare avanti, nonostante tutto, a partecipare alla glorificazione della città delle opportunità e della quintessenza britannica pret-a-porter. D’altra parte è stato Stuart Staples, voce e leader dei Tindersticks, a dirlo. “Il mondo oggi sacrifica tutto alla fretta”. Anche lo scorrere lento e inesorabile delle lacrime, che meriterebbe altre pause di riflessione.

Il Barbican Centre è il centro per le arti più grande d’Europa. Una torre di Babele tutta spigoli, nelle vicinanze dei resti delle antiche mura romane, a nord del centro città. Dal 1982, la sua architettura brutalista è oggetto di dissidi continui. Fra chi ne ha sempre elogiato la coraggiosa spinta modernista, a chi ne continua a criticare l’eccessiva asetticità. I suoi multipli livelli accomodano piacevoli spazi per mostre, concerti e convention. I Tindersticks qui sono di casa. Da anni, la loro musica è pensata come necessaria compagna di immagini, film e sceneggiature. Le intime colonne sonore, per i film di Claire Denis e i cortometraggi che accompagnavano le canzoni del loro ultimo (e bellissimo) The Waiting Room, mostrati proprio al Barbican un anno fa, gli esempi più eclatanti di una carriera musicale devota alla cinematografia.

Il cinema è la vera ossessione di Staples, che arriva a dirigere il suo primo film – in collaborazione col British Film Institute – dedicato alla bizzarra arte dei microfilm domestici di F. Percy Smith. Girati nel giardino della sua casa nei sobborghi di Londra in quel periodo fra illusioni ed ansia a cavallo fra la prima e la seconda guerra mondiale, il filmini di Smith rappresentano uno dei primi esempi di micro filmografia del mondo naturale. Armeggiando artigianalmente con le lenti e (praticamente) inventando la tecnica del time lapse, l’eccentrico inglese catturava i dettagli di un mondo che pulsa di vita propria, sotto i nostri occhi distratti, in un tempo in cui la tecnologia era ancora una possibilità. Staples ne è rimasto affascinato al punto da raccoglierli in un’ora in bianco e nero vintage, che si racconta da sé, accompagnandone lo sviluppo con la musica della sua piccola e fedele orchestra di collaboratori.  L’immersione in un mondo che è stato sempre a portata di mano, che racconta anche di un universo – quello dei sobborghi londinesi dove Smith girava i suoi film – che non c’è più, cancellato da paure e incertezze più grandi di noi. Percy Smith si suiciderà negli anni sessanta col gas. I suoi piccoli corpi, filmati con una passione al limite della follia, rimangono il suo testamento per un mondo che non sa più guardare le cose.

Il calore del legno del teatro abbraccia la band di Nottingham, che si dispone sul palco, circondata dalle imponenti canne acustiche sui lati. Proprio l’acustica del Barbican messa sempre in discussione. Portata ad esempio d’eccellenza, per la perizia formale con cui e stata disegnata; o giudicata troppo asciutta e piatta, da eminenti esperti di musica classica. Simile destino quello dei Tindersticks. Esempio perfetto di band di culto, quintessenza di stile britannico per tutti gli orfani crepuscolari del primo Scott Walker, ma anche schiacciata nel suo percorso dal peso di un disco d’esordio inarrivabile. Una carriera segnata da album per lo più indiscutibili o quasi, ma sempre, forse molto volutamente, elusivi e mai definitivi.

Partono le immagini domestiche di Percy Smith e la piccola orchestra Tindersticks si muove suadente e ordinata, attraverso tracce che rivelano un espressionismo più marcato rispetto a quanto già sappiamo di loro. Piante di piselli che crescono istantaneamente come un’esplosione dalla terra, api che voluttuosamente impollinano fiori concilianti, rampicanti che danzano nell’aria, la muffa che, inesorabile, invade tracce di cibo o il fondo di un bicchiere di vino come la superficie di un pianeta inesplorato. Meraviglie naturali, rivelate come spettacoli ipnotizzanti. Staples e soci seguono, attraverso esperimenti ambientali che a tratti richiamano il morriconiano Gruppo D’Improvvisazione Nuova Consonanza. O si riscoprono malinconici, nei tocchi di pianoforte di Peas and Ques e Brewsters Magic. Piante che si muovono sensuali in un bianco e nero amniotico, giochi di lenti che diventano specchi rivelatori di una vita misteriosa. Il pubblico sorride, quasi divertito alle assonanze che alcune immagini sembrano suggerire. Sulla bossa jazz di World in a Wine Glass o l’Esquivel descostruito di Scarlet Runner. Il noto corredo strumentale è accompagnato da eleganti fiati e dagli echi d’antan dell’Ondes Martenot, una tastiera analogica degli anni venti, già adorata da Jonny Greenwood dei Radiohead, e cui elemento portante della sonorizzazione. Come sempre, e ancora di più in un contesto acustico che ne favorisce l’approccio intimo e discreto, i Tindersticks sono impeccabili.

Dopo una pausa si parte con la seconda metà dello show, dedicata al repertorio del gruppo. I musicisti, Staples incluso, rimangono seduti e distribuiti sull’accogliente spazio del palco. Ecco la splendida Seaweed, dal secondo disco omonimo (che riceverà altre tre citazioni) e l’acustica del Barbican sembra coglierne subito la natura non impositiva, per tradurne al meglio l’eleganza atemporale. La sua melodia cresce, facendosi spazio, come un piccolo pisello di Percy Smith, fra le muffe della voce sibilante e pastosa di Staples. Un pasto che non potrà mai essere per tutti, un’eleganza che non potrà dare spazi a gloriose cialtronerie in cerca del facile applauso. La scaletta si sofferma su episodi secondari, chiaramente cari a Staples. Friday Night (e i suoi lievi contrappunti percussivi) e What Are You Fighting For? sono inediti che i fan conoscono bene. Medicine uno dei pezzi più sentiti della discografia recente. Il tutto reso con un rispetto dei vuoti e dei pieni, una discrezione ragionata, una cura per l’amalgama fra ogni singolo strumento, che rimane la loro cifra riconoscibile.

Staples guida l’orchestra fino ai bis. How We Entered (dall’ultimo album) viene accompagnata dal suo cortometraggio, cosi come la nota Travelling Light dal suo video originale. La chiusura è tutta per lo struggimento baritonale di Staples in una stupenda My Oblivion. Un’invocazione lunare fra onde di chitarra, xilofono e archi. I can’t tell you what you already know, sussurra Staples al microfono. E c’è tutto quello che questa band continua a significare per molti. Da più di vent’anni, indomitamente resistente all’incedere marziale e ottuso di una contemporaneità che relega l’eleganza a puro gesto di stile. Applausi ordinati ma sentiti da parte di una platea competente, che ha accompagnato la band durante tutto il concerto con rispettoso silenzio. È tempo di farsi inghiottire di nuovo dalle penombre di una Londra incerta sul suo futuro, accompagnati solo dalle luci di pub che della tradizione hanno tenuto solo le insegne gloriose, per concedersi all’illusione di menù più internazionali e moderni.


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