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william basinski chiesa rossa 3

di Daniele Ferriero / fotografie di Delfino Sisto Legnani

L’installazione site specific di Dan Flavin comanda la chiesa di S. Maria Annunciata in Chiesa Rossa, in via Neera, a Milano: detta le note alla scena. La sala dovrebbe essere lucente di verde, blu, rosa, “oro” e colatura di luce a infrarossi. Ma i colori cominciano a cascare sulle nostre teste solo quando William Basinski fa l’ingresso in “sala”. È allora che la chiesa si accende e affina i propri spigoli, permeata di mistica e voci entusiaste. Basinski ha il portamento e l’aplomb della rockstar consumata. La criniera bionda e leonina scende fluida sulla maglietta nera a maniche lunghe, sulla silhouette magra e allampanata che scende ulteriore, sempre nera, fino ai piedi. Sui polsi, tra le dita, una moltitudine spessa di gioielli. All’estremità inferiori, sandali. Bacia il pubblico, ride, sorride, ciancica parole di benvenuto in italiano. Prima ancora s’inginocchia davanti all’altare e improvvisa un segno della croce in moto accelerato. Pare felice e a suo agio, nella moltitudine dei presenti.

Il pubblico è una massa sformata di presenzialisti, vecchie volpi, veri testardi interessati ai droni dell’uomo. Note di costume hip e divise da bell’evento infestano ogni angolo della chiesa; chic senza ritrovare alcuna riserva di radicalità estetica, il tutto rivisto alla lente della contemporaneità che tutto miscela. Non una brutta vista, solo che sembra di trovarsi in una vetrina. Molti i giovani e i giovanissimi, parecchi i probabili “dropout” delle scuole cittadine più trendy: Naba, IULM, IED; fate vobis, la sostanza è letteralmente la medesima.

william basinski chiesa rossa 2
Tuttavia basta un cenno e Basinski ottiene il silenzio ricercato. Nell’istante in cui i loop attaccano,ogni movimento della calca si fissa in un’implacabile e immobile ascolto. In qualcosa meno di pochi secondi si passa dal rumore parlato più puro, in odore di scandalo ecclesiastico, alla routine concertistica dell’ascolto fisso e attento. Comincia l’incanto. Le musiche sono, come da copione, in gran parte prelevate da Cascade. La colonna sonora di una messa laica innalzata sull’altare dell’ambient, dei loop e del drone.

La figura del musico si staglia contro l’abside colorato, come si trattasse di un’icona del presente. Basinski chiude spesso gli occhi, si concentra, si appoggia al tavolo da “lavoro”; a tratti sembra un ingegnere glam nell’attesa dei risultati di un test, uno qualsiasi. Sul tavolaccio fissato davanti all’altare giacciono, spesso inutilizzati, due giradischi e un computer. Un mixer la fa da padrone, sulle frequenze e sull’attività del maestro di cerimonie. Ogni tanto, che sia dovuto all’acustica, alle sensazioni ondivaghe o al clima da ipnagogia cerebrale, sembrano spuntare nuovi fraseggi, altre stratificazioni di suono, un fantasma musicale inatteso. Qualcheduno si addormenta, in molti si concentrano, altri parlano e sorridono e mettono su smorfie imprecise a tutto spiano.

william basinski chiesa rossa
L’evento ha tutti i crismi della performance, anzi dell’happening, più che del concerto. La sacralità, soprattutto musicale, a tratti viene meno, in favore della pura superficie. La musica, un contorno di assoluta presenza per la quale siamo tutti accorsi. Così la presenza di William Basinski, che diventa un profilo scontornato dalle luci soffici di Flavin: come un’alba appena evocata ma insistente e in grado di dominare il pulpito dal quale predicare la morbidezza dei suoni. Il chiacchiericcio subsonico del pubblico si fa strada come una traccia ulteriore. La musica ne perde e guadagna un’ennesima dimensione, persa tra la necessità fisiologica di essere riconosciuta come un segno del tempo (passato?) e la possibilità d’essere goduta come puro suono, nient’altro che suono, piacere eterno e non misurabile. Sul finale si fa strada persino una voce angelicata e attesa sin dall’inizio. Non si tratta comunque di giudicarne la potenza all’interno delle musiche contemporanee, né la componente vitale o l’originalità. Semplicemente, s’ascolta.

All’esterno, prima del concerto, le facce imbambolate dei residenti e dei passanti di fronte alla coda chilometrica (e un poco disorganizzata)la dicono lunga sulla distanza tra questo pubblico e il resto del mondo là fuori. All’esterno, dopo il concerto, i finestroni rischiarati dalle luci rosa e blu rimandano l’immagine di un esorcismo tenue e ancora da compiere. La calca di ascoltatori così attentamente vestiti e modellati fugge verso casa, lontana da questa periferia, che tanto avrebbe bisogno di struggersi in quel senso del sacro, di quelle musiche sfuggenti, ripetitive ed eterne.

Ascolta Cascade di William Basinski:


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