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di Elia Alovisi / fotografie di Dan Kendall

“Credo che il rock britannico sia, oggi, in uno stato di grazia. Era da tanto che non andava tutto così bene,” mi dice Josh Franceschi degli You Me at Six mentre parliamo dei motivi per cui, nel 2016, esistono ancora. I loro esordi richiamano un immaginario ormai scomparso: quello dei cosiddetti scene kids. Erano anni in cui i My Chemical Romance e i Panic! at the Disco sembravano avere in mano i teenager confusi di mezzo mondo, gruppi come i The Academy Is… se ne uscivano con piccole gemme di pop punk dimenticate e i 30H!3 collaboravano con una semi-esordiente Katy Perry su oneste hit pre-EDM e non erano ancora dei trentenni tristi che fanno canzoni sul loro pisello.

Sotto ai ciuffoni, agli accordoni tristi e alle voci lamentose di bei cantanti misteriosi non si celava, però, sempre il vuoto perpetuo. Diciamolo: a sentire le prime cose degli You Me at Six, principali e primordiali adottatori dell’estetica scene in Inghilterra, sarebbe stato facile immaginarsi una carriera breve ma intensa, che si sarebbe spenta con il passaggio a maggiore età dei loro fan più accaniti. E invece, oggi, Josh è qua a parlarmi in un tour bus con tutti i crismi mentre fuori una fila decentemente lunga di ragazzi aspetta di entrare nel locale, al freddo – tra l’altro nulla in confronto alle folle che tirano su nel loro paese.

Non so se il rock britannico sia veramente “in uno stato di grazia”. L’onda lunga dell’indie di metà anni Zero, ultima effettiva scena profondamente chitarristica a venire fuori da Albione, si è infranta lasciando sul bagnasciuga molti gruppi ad ansimare in cerca di aria. I posti principali nella narrazione dominante della musica britannica, negli ultimi anni, sono stati riservati al grime e all’elettronica. Ma, in termini di numeri, Franceschi ha ragione: che ci piacciano o no, gruppi come gli YMAS sono riusciti a trasformarsi da “ragazzini con le magliette collo a V” in “rocker da stadio”. Il che, va riconosciuto, è una grande impresa.

Riuscirai mai ad abituarti all’idea che c’è gente che aspetta ore al freddo per vedervi dal vivo?

È questione di passione… non credo arriverà mai il momento in cui non mi sentirò toccato da una cosa simile. Non è che quando non sei in tour e vivi la tua vita normale c’è una fila di persone che aspettano di fronte alla tua porta di casa. È tutto parte di un equilibrio, per me. Devono esserci entrambe le cose.

È curioso come, nonostante non siate più ragazzini, abbiate comunque scelto di devolvere il titolo di un album alla notte. 

Onestamente, non abbiamo pensato davvero al significato delle parole “Night People”: ci piacevano, erano in un testo, e via. Ci eravamo promessi di cambiarlo se ci fosse venuto in mente qualcos’altro, ma poi ci siamo messi a pensare al concetto dietro all’album, al logo, e lo abbiamo tenuto. Credo che la vita sia comunque più divertente, di notte. I momenti più belli capitano spesso a luci spente, all’inizio o alla fine di una serata, quando stai camminando per una città con i tuoi amici, o il tuo partner. È un’esperienza che ti dà sicurezza.

Credi che sia corretto definire Night People il vostro album della maturità?

Ti dirò, penso che siamo migliorati costantemente con il passare degli anni. Ci siamo concentrati sempre di più sulla scrittura, e soprattutto abbiamo smesso di pensare solo a quello che piaceva a noi stessi provando a metterci nei panni di chi ci ascolta. Quando abbiamo scelto un produttore siamo andati da Jacquire King [Kings of Leon, Tom Waits, James Bay, Modest Mouse e altri nda] perché non volevamo lavorare con nessuno che fosse riconducibile alla nicchia da cui siamo venuti fuori – ci sono comunque un sacco di persone incredibili e bravissime, come John Feldmann, ma volevamo sentirci in un contesto diverso, registrare un album rock, ed è quello che abbiamo fatto con Jacquire. Insomma, non è che ha rubato i tre Grammy che ha in casa, se li ha vinti ci sarà un motivo. Ci ha aiutato molto a livello sonoro.

Esatto, credo che Night People sia il vostro primo vero disco rock. Siete tra i pochi fortunati sopravvissuti della scena punk melodica della metà degli anni Duemila e siete riusciti a evolvervi in qualcosa di diverso.

Vero, ce la siamo sfangata! (ride) Molti dei nostri amici non sono riusciti a tirarsi fuori da quel pezzetto delle loro vite, siamo decisamente felici di avercela fatta.

Perché credi che molti si siano persi lungo la via? 

Ci sono molti motivi diversi. Prima di tutto devono esserci disponibilità a lavorare duramente, disciplina, volontà e fame, il desiderio di voler raggiungere un obiettivo. Non mi sono mai sentito soddisfatto dagli You Me at Six, ho sempre pensato alla pietra miliare successiva. Mi piace pensare che esista una strana sinergia che unisce atleti e musicisti. Se un anno vinci la Serie A non significa che sei il migliore, sei solo quello che quell’anno ha vinto la Serie A. Come fai a vincerla tre, quattro volte di fila? Sono sempre stato felice di quello che siamo riusciti a fare, e ho sempre celebrato le nostre conquiste, ma ho sempre voluto portare il tutto a un livello superiore. Inoltre, un gran bel ruolo lo ha giocato la fortuna. Molti dei gruppi che suonavano con noi, gruppi di amici, non sono più assieme non perché erano cattivi musicisti, o perché i loro pezzi erano brutti. Non saremo assieme per sempre e dobbiamo goderci il tempo che abbiamo, però credo che gli You Me at Six non abbiano mai avuto paura di provare qualcosa di nuovo. Non abbiamo mai voluto far parte di una singola scena.

Certo, poi non è che uno inizia a suonare con lo specifico obbiettivo di far parte di una scena. Suona quello che gli piace, e il resto va da sé.

Esattamente. Ma quando penso ad alcuni gruppi con cui siamo stati affiliati in passato, e guardo quelli che oggi sono riusciti a crescere e resistere, mi rendo conto che è questione di mettersi sempre in gioco di album in album. “Siamo questi”, “Ora siamo questi altri.” Non tutti hanno le palle per provare a farlo. Abbiamo sempre almeno provato a fare qualcosa di diverso e non ripeterci.

Hai sentito quello che ha detto Roger Daltrey degli Who sulla morte del rock e su come oggi il rap sia l’unico genere che importa? 

Oddio, non lo avevo sentito. Ovviamente è un personaggio di tale caratura che non puoi non rispettare quello che dice. Ma personalmente devo dire che credo che il rock britannico sia, oggi, in uno stato di grazia. Era da tanto che non andava tutto così bene. Dai tempi dei Who, degli Stones e dei Beatles forse. Ti guardi attorno e vedi i Foals, i Catfish and the Bottlemen, i Bring Me the Horizon… non siamo lì a metterci le mani nei capelli perché non c’è nessuno capace di rappresentarci. Gli Arctic Monkeys! Ci sono un sacco di band che ce la stanno facendo. E ormai la linea di divisione tra hip-hop e cultura pop è davvero sottile.

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È che la nostra generazione non pensa più a categorie, mentre chi viene dal mondo precedente ha ancora bisogno di pensare per categorie e dichiarare la morte del rock, credo.

Ma quando una delle più grandi popstar del mondo, Kanye West, è tutti i giorni in televisione con quella stronzata del suo programma, devi comunque renderti conto che non ci sono tanti musicisti rock a cui viene data la stessa opportunità, la stessa piattaforma. Ed è ok così, perché Kanye si merita di essere dov’è. Ma viviamo in un’era in cui la gente è molto attenta alla fama, la cultura pop attuale sta incoraggiando un modo di approcciarsi agli artisti che non considera solo la loro musica ma anche il modo in cui si vestono, le persone con cui escono e così via. Un tempo, a nessuno fregava un cazzo di quello che i Who facevano fuori dallo studio, ascoltavi i loro dischi e ti prendevi bene. Ci sono poi un sacco di altri fattori. Molti grandi gruppi stanno tornando, usciranno album nuovi di Green Day e Kings of Leon, i Red Hot Chili Peppers stanno suonando dal vivo. E noi, tutti i gruppi che ti nominavo prima, siamo nel pieno delle nostre forze. Se questo non è un segnale dell’eco che la nuova generazione di rock band sta avendo, non so cos’altro possa essere. Insomma, il 99% delle volte sarei d’accordo con quello che dice Roger Daltrey, ma stavolta ha torto! (ride) E tra l’altro l’EDM è molto più “grossa” dell’hip-hop.

Non credi che sia una bolla destinata a scoppiare?

No! I Chainsmokers sono uno dei gruppi più famosi del mondo. E sono passati, nel giro di un anno, dal fare canzoni in camera loro all’essere uno dei nomi che hanno più tirato pubblico al Coachella di sempre. Punto. L’hip-hop è enorme, gente come Drake o Kanye sono dove sono, ma c’è sempre un Calvin Harris, un Tiësto o un Avicii nelle top 5, top 10 di tutto il mondo. Siamo in una posizione in cui il mondo sta andando così a puttane, a livello politico, che la gente ha bisogno di una via di fuga. E l’EDM è perfetta, nessun artista EDM sta provando a scrivere canzoni che ti colpiscano nel cuore e continuerai ad ascoltare per i prossimi dieci anni. Sono canzoni che vivono il momento, ti fanno ballare, ti prendi qualche droga se ti va, ti bevi due birre…

E tu pensi agli You Me at Six come a un gruppo che scrive canzoni che la gente continuerà ad ascoltare per i prossimi dieci anni?

Sì, perché è quello che sto facendo adesso! Canzoni che ho scritto quando avevo quindici, sedici anni coi miei amici vengono ascoltate ancora oggi. Insomma, chi avrebbe scommesso dei soldi sul fatto che avremmo ancora fatto musica dopo due, tre album? Abbiamo appena finito di registrare il nostro quinto, e avevamo il budget maggiore che qualsiasi delle nostre etichette ci abbia mai garantito. Siamo molto fortunati, di solito le band arrivate attorno al quarto, quinto album stanno flirtando con la loro fine. Noi invece ci sentiamo come se la forza del gruppo stesse continuando a crescere.

Take On The World è una grande romanticata, e mi chiedevo: che cosa, per te, rende una canzone d’amore efficace?

Sarò onesto: gli You Me at Six non hanno mai pubblicato una ballata a tutti gli effetti, men che meno come singolo. Abbiamo fatto dei buoni tentativi in passato con Crash, Cold Night, Fireworks, ma non ci siamo mai trovati un brano del genere sotto mano di cui fossimo così sicuri da buttarlo fuori come un pezzo forte. E invece con Take on the World è successo. Per me, una canzone d’amore non deve semplicemente dire, “Ti amo, andrà tutto bene.” Che sono comunque cose che è bello sentire, ok, ma quando ho scritto Take on the World ho provato a ricreare il modo in cui mi ha fatto sentire Fix You dei Coldplay. È una canzone d’amore, che però parte da un dolore incredibile. Chris Martin che prova a spiegare a Gwyneth Paltrow, il cui padre è appena scomparso, che non sa come farà a farla stare meglio ma almeno ci proverà. Per me è il modo più bello di scrivere una canzone d’amore. Essere altruista. “Abbiamo qualcosa da affrontare, ma voglio essere in squadra con te per farcela.” Il pezzo parla della mia fidanzata, e quando gliel’ho fatta sentire si è messa a piangere. E io penso, “Che cazzo sta succedendo?” E le faccio, “Va tutto bene?” E lei, “Sì, è che non sapevo ti sentissi così.”

Come ci si sente a cantare di sentimenti ed esperienze legate alla gioventù mentre si invecchia? 

Ho sempre pensato che la cosa migliore che un gruppo può fare per continuare a essere rilevante fosse scrivere di cose sì attuali, ma in un modo che le renda interessanti a persone che non condividono lo stesso background. In questo tour non suoniamo niente da Take Off Your Colours [il loro primo LP, uscito nel 2008 nda], perché quando ci stiamo esibendo vogliamo essere il più puri e onesti possibili, senza stronzate. Personalmente, non riesco a scrivere dei miei sedici anni, di feste… non ricordo nemmeno quand’è stata l’ultima volta che mi hanno invitato a una festa! Capisci? Non mi sentirei “autentico” a cantare oggi una canzone come Save It for the Bedroom. Voglio che chi ci vede oggi abbia di fronte gli You Me at Six di oggi.

Ho visto alcuni tuoi tweet in cui denunci la rivendita di biglietti dei vostri concerti sui siti di secondary ticketing. È una questione che in Italia è venuta fuori da poco, ma con molto clamore. 

In realtà ne parlerò presto in parlamento! Sono in contatto con un politico, Nigel Adams, che ha la questione a cuore. Il punto è che finché ci sarà la possibilità di farci dei soldi, il fenomeno non svanirà. Il problema non è il singolo fan che compra un biglietto e lo rivende su eBay a venti sterline in più. È che sono proprio le compagnie di vendita di biglietti che gestiscono i siti di secondary ticketing e i bot, è tutta roba loro.

Certo, ad esempio StubHub è di proprietà di TicketMaster.

E alcuni artisti si accordano con loro, tra l’altro. Sanno tutto quello che succede, stringono accordi tipo, “Mandiamo il concerto sold out alla svelta, rivendiamo i biglietti a novanta sterline al posto di trenta e facciamo cinquanta e cinquanta con i profitti.” Roba così. Ed è assurdo! Vorrei solo che avessero tutti le stesse possibilità di acquistare un biglietto senza farsi fregare, tutto qua. Stiamo provando a rendere illegale l’uso di bot in Inghilterra, ora come ora, ed è di questo che parlerò a un comitato. Cercherò di spiegare perché dal punto di vista di un musicista, di un agente, di un’etichetta, tutto questo è terribile. Non posso promettere niente, ma speriamo di riuscire a portare più attenzione sul fenomeno, e magari ci saranno effetti anche su altri paesi.


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