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rolling-stones

Q&A pubblico tradotto da Emanuele Sacchi

Prima che divenissero gli “England’s newest hit makers”, ossia che uscisse il primo fatidico album, i Rolling Stones battevano i club di Londra a ritmo di blues. Cover di brani che portano con sé l’odore della terra e che strisciano come serpenti; brani di Jimmy Reed, Howlin’ Wolf e Elmore James.

Più di mezzo secolo dopo, gli Stones commemorano quelle radici con Blue & Lonesome, una raccolta di blues crudo e trascinante, registrata in tre giorni lo scorso dicembre ai British Grove Studios di West London, a due passi dai pub in cui la band mosse i primi passi, studiando i classici della Chess Records. Prodotto da Don Was e dai Glimmer Twins, Blue & Lonesome esce il 2 dicembre su Polydor e offre ai fan l’opportunità di provare sulla propria pelle la spontaneità e l’atmosfera intima di quei primi concerti. Dallo storico avvio al Marquee Club di Londra del 1962 a oggi, gli Stones hanno attraversato un ampio spettro di stili, dalla disco al punk, senza mai abbandonare il suono roccioso alla base della loro figura iconica, che gli ha garantito il titolo di “World’s Greatest Rock ‘n’ Roll Band”.

Gli Stones sono stati sinonimo di blues sin dal principio. Persino il nome proviene da un brano di Muddy Waters, Rollin’ Stone. Nel loro album di debutto piazzarono delle versioni taglienti di I’m a King Bee di Slim Harpo e di I Just Want to Make Love to You di Willie Dixon. Lo stesso anno la conturbante cover di Little Red Rooster, sempre di Dixon, schizzò in testa alle classifiche UK. Attraverso decenni di successi pazzeschi, il blues ha continuato a strisciare tra le composizioni originali degli Stones, dalla sinistra Midnight Rambler (su Let It Bleed) o dalla spettrale No Expectations (su Beggars Banquet) all’ultraterrena Ventilator Blues (su Exile on Main Street).
Blue & Lonesome, il loro primo album di studio da A Bigger Bang del 2005, immortala gli Stones durante la transizione da una sequenza di album di rock spavaldo, pronto per essere suonato negli stadi, a una jam session viscerale che imprigiona anima e suono dei dischi del blues di Chicago anni ’50. Un tuffo in profondità tra gemme semi-oscure di Little Walter, Jimmy Reed, Eddie Taylor, Magic Sam e altri che hanno acceso l’immaginazione degli Stones ancora adolescenti.

Mick Jagger (voce e armonica), Keith Richards (chitarra), Charlie Watts (batteria) and Ronnie Wood (chitarra) suonano sull’album insieme ai musicisti che li affiancano in tour, come Darryl Jones (basso), Chuck Leavell (tastiere) and Matt Clifford (tastiere). L’amico di lunga data Eric Clapton, che casualmente si trovava a registrare nello stesso studio, partecipa a due brani.

La band era entrata in studio armata di canzoni nuove per registrare un album di rock. Come si è finiti a dipingerlo di blu, o meglio “Paint it blue”? Gli Stones e il co-produttore Don Was spiegano il loro ritorno imprevisto laddove tutto ha avuto inizio.

Cosa ci dice sugli Stones Blue & Lonesome?

MICK: Questo album è un omaggio ai nostri artisti preferiti, a quelli che ci hanno spinto a suonare musica. Sono la ragione stessa per cui abbiamo dato vita a una band. Eravamo dei predicatori di blues. In fondo, è quel che stiamo facendo ancora.

RONNIE: L’altro giorno stavo parlando con Jesse Dylan e mi chiedeva se siamo una specie in via di estinzione o se sopravvivrà questo tipo di dedizione e di entusiasmo infantile che ci porta continuamente a imparare, ad andare in tour e a suonare in maniera semplice. Sperabilmente, tutto questo non morirà. Sperabilmente, stiamo settando degli standard perché le nuove generazioni possano seguirli.

KEITH: E così finalmente, dopo una cinquantina di anni, abbiamo fatto un album di blues. Benché, non ce lo dimentichiamo, abbiamo portato Little Red Rooster di Howlin’ Wolf in cima alle classifiche nel 1964 e nessun’altra band aveva fatto niente del genere prima. Tutto quel che volevo era poter dire “ho superato il test” e penso che con Blue & Lonesome il mio sogno si sia finalmente realizzato.

DON: Per loro rivisitare il materiale con cui hanno cominciato è come la chiusura di un cerchio. Farlo con decenni di vita e concerti insieme alle spalle, poi, ti permette di approcciare i brani da una prospettiva emozionale completamente diversa, anche dal punto di vista dei testi, rispetto a quando avevano 22 anni. I Rolling Stones vantano una situazione unica. Sono davvero una band che improvvisa. Niente è pianificato. Niente è suonato allo stesso modo due volte. C’è un enorme quantitativo di ascolti e scambi di idee tra tutti i membri alle spalle. Ed è incredibile vedere fino a che punto possano forzare le cose e poi rimetterle a posto. È qualcosa che deriva dall’esperienza.

Come si è trasformato questo progetto da un album di brani originali in cover di repertorio blues?

MICK: Abbiamo inciso qualche brano nuovo inizialmente. Un giorno ci siamo stancati di suonare un pezzo in particolare. Ci capita abbastanza spesso durante le session. Allora abbiamo suonato qualcosa di blues, poi un altro pezzo e poi un altro ancora. Alla fine ho detto “ok, torniamo qui domani e suoniamone altri tre o quattro”. È stato davvero veloce.

KEITH: Sono stato un istigatore innocente. A ottobre dell’anno scorso ho chiamato Ronnie e gli ho detto: “Sentiti questo pezzo di Little Walter, Blue and Lonesome”. È sempre una buona cosa scaldarsi in studio con cose che conosci e buttar dentro qualcosa quando si crea il vuoto. Siamo venuti a Londra, in uno studio nuovo, per passare un paio di giorni a lavorare sul materiale nuovo. Ho detto a Ronnie: “adesso è il momento, tira fuori quel pezzo blues di cui ti parlavo”. Quando l’abbiamo suonato, è venuto fuori bene. All’improvviso Mick se ne esce così: “facciamo qualcosa di Howlin’ Wolf”. E da lì abbiamo preso il volo, Mick non lo fermavi più. In un certo senso, è nato tutto per puro caso.

DON: In ogni session arrivi a un punto in cui devi staccare. Keith ha suggerito che provassimo Blue and Lonesome, un gran pezzo di Little Walter, solo per ripulire il palato creativo prima di ritornare al pezzo su cui stavamo lavorando. Ed è stato magnifico. Era così intenso. Quando l’abbiamo risentito ha preso tutti di sorpresa. Alla fine del primo giorno, avevamo messo da parte sei brani blues. È stato pazzesco vedere l’album che prendeva forma, con brani che un tempo suonavano nei pub. Prima che ci rendessimo conto di quanto stesse succedendo, poi, era già tutto finito. La spontaneità è un elemento fondamentale del sapore del disco. Non è mai stato progettato a tavolino un album di blues. I fan ne hanno chiesto uno per decenni ed era una grande idea, anche se non è la ragione iniziale per cui ci siamo trovati in uno studio.

CHARLIE: Mick continuava a scegliere ogni brano e noi andavamo avanti. Nessuno si è preoccupato di nuove registrazioni dei pezzi. Non è stato concepito come un normale album.

Come avete scelto i brani?

MICK: Il primo è stato Blue and Lonesome, che è uno strano tipo di blues emotivo, diretto, che ti arriva dal cuore. Mi piace un sacco. Tutti lo hanno suonato con molta energia, credendoci. Poi sono tornato a casa e ho guardato la mia collezione di dischi. Ho pensato: “che pezzo possiamo fare domani?”. Ho cercato di scegliere quelli meno scontati per i fan di blues, di evitare quelli ripresi infinite volte. E di variare le scelte il più possibile – diverse ritmiche, diverse emozioni, diverse battute.

KEITH: Sono andato dietro all’entusiasmo di Mick. Ho lasciato che prendesse il controllo. Tenevo le dita incrociate nella speranza che Mick non si annoiasse a metà dell’opera – del tipo: “ma cosa stiamo facendo qui, ci siamo messi a suonare blues?” Invece non ho mai visto Mick così intenso nel mettere a punto il tutto nel migliore dei modi e nella volontà di fare tutto questo per la band.

Avete dovuto rimparare i pezzi o i muscoli della memoria vi hanno aiutato?

KEITH: Parte di questo materiale non lo suonavamo dai giorni dei pub. È stato incredibile. Non so se riesco a ricordarmene, ma non ho bisogno di farlo. Sono le tue dita a ricordare. È questa bellissima libertà che ha reso speciale l’album.

CHARLIE: Non conoscevo molti brani, (ma) mi sono tornati alla mente.

RONNIE: Ho dovuto impararne qualcuno. Qualche pezzo era completamente nuovo per me, come Ride ‘Em on Down. Su altri andavo a orecchio. Su altri ancora, dammi la nota e l’arrangiamento e sono pronto. Poteva funzionare oppure no. una scelta molto insolita è stata Little Rain. La uso come ninna nanna per le mie gemelline. Adorano andare a dormire ascoltandola.

Quattro pezzi di Little Walter richiedono una notevole parte di armonica. Mick, eri preparato a questo?

MICK: Non suono molto l’armonica nella mia vita. Sono molto pigro. Se avessi saputo di doverla suonare qui, sarei andato avanti ad allenarmi per settimane. Non è uno strumento difficile da suonare. L’unico fatto peculiare è che non vedi quello che stai facendo, a differenza di chitarra o tastiera. Non puoi vedere i buchi, puoi solo sentirli con la lingua. Il bello di suonarla in studio è che ti puoi sentire mentre lo fai. In cuffia alzo il volume del microfono per catturare ogni sfumatura. In genere la suono su un palco con i Rolling Stones e non riesco a sentire una nota, altro che sfumature.

KEITH: Mick qui ha davvero spaccato; è il solo rimasto in giro a saper suonare così l’armonica. Molta gente in genere si dimentica di che musicista sia Mick, ma quest’album mette le cose a posto. Le sue parti vocali e la sua armonica sono ai massimi livelli.

DON: Non so se la gente lo sa, ma Mick è davvero uno dei più grandi armonicisti blues di sempre.

Eric Clapton suona su I Can’t Quit You Baby e Everybody Knows About My Good Thing. Come è salito a bordo?

RONNIE: Un altro scherzo del destino. Stava faccendo tappezzeria mentre incidevamo un pezzo. Gli abbiamo chiesto se gli andasse di suonare su questo o quel brano. Le mani gli facevano male e suonò un pezzo finger-style e un altro con la slide. Penso che Eric dia il meglio quando suona con gli Stones. Succede qualcosa di magico. È il sollievo di non dover essere il leader della band, quello che si assume tutte le responsabilità.

Cosa distingue la realizzazione di Blue & Lonesome dal consueto processo di registrazione degli Stones?

CHARLIE: In genere quando si arriva al mixaggio, subentra un po’ di smarrimento e la tentazione di aggiungere continuamente cose. È questo può allontanarti dal giusto spirito. In questo caso ci si è imposti di non fare niente del genere. Ci siamo riusciti grazie a Don Was, secondo me. Sai, lui è una specie di rabbino rastafariano. È davvero facile lavorare con lui, è di grande sostegno in tutto il processo.

RONNIE: Amo l’immediatezza del blues. È eccitante anche realizzare nuova musica, ma richiede molto più tempo.

KEITH: Qui c’è un quantitativo davvero minimo di sovraincisioni e post-produzione. Non è materiale con cui puoi metterti a giocare, questo. Non abbiamo mai registrato così tanti pezzi in così poco tempo, penso che nessuno abbia richiesto più di due o tre registrazioni. Alcuni, come Blue and Lonesome, soltanto una.

MICK: È divertente tirar fuori qualcosa e averlo subito pronto. È anche stancante in un certo senso. Non puoi permetterti di sputtanarlo. Se stecchi qualcosa, tutti steccano. Se cerchi di suonare live e non sei in una cabina (e non vuoi stare sempre lì dentro) ci sono problemi di sound. Se Charlie suona i piatti troppo forte, devo alzare il microfono della voce e dirgli di piantarla, o spostarmi o cantare più forte. È piuttosto difficile registrare in quel modo. È meglio registrare in meno di cinque o sei persone, ma è anche meno divertente ed esilarante. È tutto suonato in presa diretta, ma usando comunque lo studio come un grosso strumento. Ci sono milioni di componenti elettronici all’opera: eco, distorsione, ecc. Il tuo lavoro come performer e producer è quello di far suonare tutto ciò il più eccitante possibile e un po’ come fossimo nel 1954, ma con allusioni al 2016.

Con questo tipo di approccio, così sciolto, la precisione tecnica ha lasciato spazio all’energia?

DON: Nei Rolling Stones le questioni tecniche hanno sempre lasciato spazio al feeling. Loro sono al meglio quanto più il sound è crudo e spontaneo. Abbiamo sempre cercato di preservare il sound di cinque persone che suonino assieme nello stesso momento. Non abbiamo fatto partire una drum machine costruendoci sopra una canzone. Penso che non dovendo incidere brani propri, una parte del bisogno di gravità artistica evapori. Non devi sottostare a nessuno standard come songwriter. Penso che sia un grande sollievo. Permette a tutti di suonare in maniera più libera e accettare il lato grezzo della cosa. Questo album è stato registrato totalmente in presa diretta. Se c’era un errore lo lasciavamo. Se qualcosa andava storto, ripartivamo con un’altra take. Realizzare così un disco dei Rolling Stones è l’ideale. E pochissime band sono in grado di farlo. È la testimonianza di che musicisti siano e di come il totale sia largamente superiore alla somma degli addendi.

Una volta finite le 12 tracce e dopo aver cominciato a considerare il passo successivo, hanno apprezzato tutti l’idea di raccogliere queste cover in un album ad hoc?

CHARLIE: Sì, ma io ho anche sempre pensato che avremmo dovuto realizzare un album strumentale. The Rolling Stones sono una grande band di blues. Questo è un esempio. Quando ci lasciamo andare, suoniamo così. So che Keith in particolare lo voleva, ma anch’io ho sempre voluto realizzare un album come questo. Penso che sia un’ottima cosa da fare anche se non è un cosa grande. È una bella opera, molto ben realizzata, regalata al mondo. E suona tutto molto autentico. Abbiamo suonato come una band di Chicago più di quanto ci sia mai accaduto di fare.

RONNIE: Mi sento davvero a mio agio con un album blues. È una cosa che sento come naturale. Ho chiuso il cerchio: ho cominciato come un fan nei primi giorni della band per arrivare a suonare blues con loro oggi.

KEITH: Ci sono voluti alcune settimane e mesi perché l’idea prendesse forma. È come se a un certo punto urlasse: “fatemi uscire!”. Non abbiamo fatto niente del genere prima e suona davvero alla grande.

Queste session vi hanno riportato ai primi giorni in cui ascoltavate e suonavate blues?

KEITH: Ci riporta agli inizi con un senso inconfondibile di déjà vu. Tra le canzoni che suoniamo ce ne sono alcune che non facevamo dal 1962 o ’63. Ai tempi le eseguivamo a ogni concerto. È blues del sud di Chicago tardi anni ’50, forse il massimo in termini di suono, voce e scrittura. Nonostante siano passati 50 e rotti anni, e ogni tanto mi ritrovi a pensare: “non so se mi ricorderò questa cosa”. Ma non ho dovuto farlo. Erano le mie dita a ricordare, e benché si tratti di musica in apparenza semplice da suonare, in realtà è molto molto complessa.

MICK: Era uno stile di musica totalmente diverso dal pop zuccherino in circolazione all’epoca. Parlava per esperienza diretta e i suoni erano più vibranti, le ritmiche più interessanti e ballabili. Aveva un appeal immediato.
Per la mia generazione, è l’equivalente di ragazzi bianchi dei sobborghi che fanno del rap. Culturalmente è lontano anni luce dalla loro esperienza di vita. Io lo faccio da così tanto tempo, che probabilmente sono più in connessione ora con quel feeling rispetto a quando avevo 19 anni. E mi piace ancora da pazzi suonare blues.

CHARLIE: Io suonavo jazz. Non ho mai suonato blues prima di unirmi alla band di Alexis Korner, la Blues Incorporated. Facevamo pezzi di Muddy Waters. Quando, dopo aver girato qualche band, mi sono unito agli Stones, era tutto Muddy Waters e Jimmy Reed. Rock‘n’roll e jazz sono parenti stretti del blues. Grande somiglianza. Il blues è quello da cui hanno preso tutti in prestito. Chuck Berry è un grande artista blues. Idem Louis Armstrong. Se suoni jazz, suoni anche blues.

RONNIE: Ero un cacciatore di dischi di importazione. Se qualcosa mi sfuggiva arrivavano le raccolte in soccorso. Avevo un piccolo giradischi in camera da letto, ed ero solito copiare gli accordi e fare la mia imitazione di Chuck Berry o Big Moose e di alcuni chitarristi – Elmore James, Hubert Sumlin.

Vi siete immersi in Blue & Lonesome durante le vostre apparizioni a Desert Trip. Prevedevate di suonare questi pezzi sul palco?

MICK: In uno stadio è difficile. Suonare un pezzo di questi e poi tornare a Brown Sugar non è semplice. Sono tipi diversi di musica e richiedono un mix differente e una disciplina differente. Ecco, in un piccolo club, se si potesse chiedere agli Stones di suonare a un volume più basso… Diciamo che se tutto ciò fosse possibile, probabilmente si potrebbe anche fare.

RONNIE: Sarebbe l’ideale per una data in un club degli Stones. Mi piacerebbe che capitasse prima o poi.

CHARLIE: Certo, c’è bisogno di quell’intimità. Non sono mai stato a un concerto in uno stadio come spettatore. Penso che sia il posto più assurdo per sentir suonare della musica. Anche se campo facendo proprio questo!

Nei primi anni ‘60, gli Stones hanno reso popolare il blues, iniziando i fan americani alla cultura della loro terra. Il blues rimane oggi un genere marginalizzato. Esiste un pubblico per questo album?

CHARLIE: I giorni in cui era di moda sono andati, ma c’è sempre un pubblico per jazz e blues.

DON: La prima volta che ho sentito suonare blues è stato grazie ai Rolling Stones. Pensavo che i Rolling Stones avessero inventato il blues. Penso che ci siano un po’ di giovani oggi che non conoscono il blues e che sentendo questo disco vorranno saperne di più. È uno schiaffo di freschezza nel mondo della musica programmata al computer che oggi domina le stazioni radio. Se non ti smuove qualcosa questa cosa qui, vuol dire che ti devi far vedere da uno bravo. Ho fatto sentire il disco al mio amico Ryan Adams, che è un super fan degli Stones, e mi ha detto: “il loro lato grezzo (“rawness” in originale, nda) è il loro superpotere”. Prevedo una grande risposta a questo disco.

Considerereste l’idea di tirar fuori altro blues d’annata per una prosecuzione dell’esperienza?

KEITH: Io faccio qualunque cosa purché l’impulso a farla provenga dalla band. Gli Stones non pianificano mai nulla; Blue & Lonesome è semplicemente successo. Non si può dire se faremo un volume due oppure un disco di country. Con gli Stones, le cose succedono e basta. Se sei fortunato e i microfoni sono caldi e tutti stanno in botta, allora approfittane finché puoi.


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