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klimt-1918

 

di Luca Minutolo

“Ci abbiamo messo due anni. Due fottuti anni. Registrando nei week-end, durante le feste comandate e le ferie estive. Registrando di notte dopo 9 ore passate in ufficio. Sentimentale Jugend è il suono della determinazione e del nostro amore per la musica”. Sono parole che calzerebbero piuttosto bene a chiunque – dentro e fuori il nostro paese – dedichi la propria vita alla musica. Trattandosi di una band come i Klimt 1918, una frase spontanea e banale come quella appena citata acquisisce immediatamente un significato ben più profondo. La band romana ha sempre giocato un campionato a sé, conquistando in tredici anni di carriera, spalmati in soli quattro dischi, lo status di entità al di fuori di qualsiasi moda o tendenza momentanea. Esempio di indipendenza assoluta, specialmente in terra nostrana, dove spesso i confini e i significati vengono fraintesi. Di piccole gemme come Undressed Momento, Dopoguerra e Just In Case We’ll Never Meet Again se n’è già goduto e disquisito abbastanza. O probabilmente no. Ma adesso siamo qui. Facciamo i conti con il presente. Affannandoci dietro un futuro che si succede alla velocità inafferrabile dell’immediato. L’annuncio di un nuovo disco dei Klimt 1918 è sempre un buon motivo per rallentare questa folle corsa. Per riprendere tempo e fiato. Sentimentale Jugend si presenta subito in linea con i loro ideali. Raccolta doppia che si muove attraverso 107 minuti di durata. Roba fuori dal tempo. Che se ne sbatte bellamente del contemporaneo, richiedendo tempo e attenzione. La stessa che Marco Soellner, Francesco Conte, Davide Pesola e Paolo Soellner hanno speso per la sua realizzazione. Un’onda che sale e che scende di suggestioni shoegaze e un sound granitico. Il disco più solido nella dilatata carriera dei Klimt 1918 e per questo (e tanti altri motivi che scoprirete scorrendo su questa pagina) anche il migliore. Ve ne diamo un piccolo assaggio con l’anteprima del brano It Was To Be e questa chiacchierata con Marco. Per capire la gestazione di un disco imponente. Definendo dei punti fermi. Districandosi attraverso ogni sfaccettatura che Sentimentale Jugend racchiude nel suo fragile guscio.

Qui sotto potete ascoltare in anteprima il terzo estratto dal nuovo album dei Klimt 1918, It Was to Be:

Innanzitutto è una sorpresa ritrovarvi dopo otto anni di silenzio. La prima domanda è tanto banale quanto spontanea. Come avete trascorso tutti questi anni?

Abbiamo vissuto le nostre vite nel modo più semplice e comune possibile. Un lavoro, il precariato, la disoccupazione, la dipendenza economica dalla propria famiglia pur avendo raggiunto la soglia dei quarant’anni. Un tipico sfacelo italiano, insomma. Inoltre non siamo mai stati una band particolarmente prolifica. Entriamo in studio solo e soltanto quando siamo certi di avere buon materiale da registrare. Abbiamo bisogno anche di far collimare le nostre esigenze personali come gli impegni di lavoro e le contingenze familiari. Diciamo che, superati i 35 anni, continuare ad avere una carriera musicale, diventa un’impresa assai avventurosa. C’è stato un periodo in cui non riuscivamo a trovare il tempo per provare. Nel frattempo, però, non ho mai smesso di comporre, così le canzoni sono cresciute, come le pagine scritte di un diario. Erano lì, nella mia testa, accatastate come un cumulo di libri da leggere. Quando abbiamo cominciato a lavorarci erano diventate 20. Alcune ce le tiravamo dietro da anni. Erano ostacoli insormontabili, argomenti di discussione, cause di litigi. Altre ci convincevano subito e in un pomeriggio erano pronte per essere registrate. In ogni caso erano tante, troppe.

Viviamo dei tempi che definire frenetici e immediati è un eufemismo. Come vi rapportate con questa dimensione? Proprio voi che avete sempre fatto del tempo e della corposità un marchio di fabbrica. Specialmente questo vostro ultimo capitolo è un disco che non si adatta assolutamente ad un consumo veloce e superficiale. Reclama tempo e attenzione. Un disco all’antica, a tutti gli effetti.

All’inizio Sentimentale e Jugend dovevano uscire a distanza di alcuni mesi l’uno dall’altro. Poi però la Prophecy ha voluto pubblicarli contemporaneamente, aggiungendo una versione doppia a tiratura limitata alle edizioni singole. Se fosse dipeso da me avrei scaglionato le release in una parentesi di tempo non inferiore a sei mesi, proprio perché so bene quanto difficile sia assimilare un doppio album. Ma così non è stato. Dobbiamo farcene una ragione. Rimanendo fermi per così tanti anni abbiamo accumulato molte canzoni. Quando abbiamo dovuto scegliere quali inserire nel nuovo album siamo entrati in crisi perché non volevamo lasciarne fuori nessuna. Ognuna di esse si riconnetteva ad un momento preciso delle nostre vite. Così abbiamo pensato che l’unica soluzione era quella di registrarle tutte. È stata la scelta più difficile della nostra carriera perché il percorso per registrare quasi due ore di musica ha assunto sfumature a dir poco omeriche. Abbiamo lavorato sei anni, masticando le melodie lentamente. Ruminando come dannate vacche che pascolano su di un altipiano. Quando immagino i Klimt 1918, mi vengono in mente sempre animali grandi e lenti. Pachidermi che procedono inesorabili sotto le intemperie e le avversità senza curarsi del tempo che passa. Siamo stati elefanti, nella nostra minuscola sala prove. Le sere infrasettimanali, dopo il lavoro. Stanchi, spesso litigiosi. Ma sempre accurati. Sempre pronti a sperimentare.

La prima cosa che balza agli occhi, ancor prima di far cominciare a girare il vostro ultimo disco, è che si tratta di un doppio piuttosto corposo. Possiamo dire che Sentimentale/Jugend sono due dischi complementari, oppure sono stati concepiti in momenti differenti?

Sono dischi complementari. Anche se il termine forse non è esatto se ci si riferisce ad un percorso creativo e compositivo durato 8 anni. Le tracklist che compongono Sentimentale e Jugend sono state stilate all’ultimo, senza seguire criteri particolari. Volevamo semplicemente che i due album sembrassero artisticamente equilibrati. Le canzoni si chiamavano a vicenda seguendo sentieri e modalità sentimentali e rabdomantiche. Sempre senza progettualità, senza vezzi prog, senza concept esoterici nascosti dietro ai titoli. Volevamo solo che l’opener di Sentimentale fosse Montecristo, il brano meno adatto per aprire un album. Una traccia lenta, rarefatta e ripetitiva, la cui gestazione è stata tra le più travagliate. Abbiamo pensato che sarebbe stato bello e paradossale tornare così, in modo spiazzante, con una canzone influenzata dai Dead Can Dance, che ci mette sei minuti ad ingranare. Ci siamo detti: “questi maledetti riff sono il simbolo di dieci anni di silenzio. Sono lenti come sono stati lenti i Klimt 1918. Sono il nostro manifesto.

Diciamo che ad un primo impatto sembra che Sentimentale sia un disco più atmosferico, mentre Jugend si muove attraverso brani più fisici ed energici. Quali sono le caratteristiche che legano questi due capitoli? Sicuramente ci sarà un tema portante che lega entrambe i dischi.

Come ho accennato prima, non esiste nessun concept, nessuna differenziazione tematica tra i due album. Il fatto che Sentimentale Jugend venga percepito come un album doppio, inevitabilmente porta a pensare che si tratti di una specie di un’opera pseudo-progressive costruita attorno ad un concept. In verità ci siamo mossi con un’attitudine davvero punk dividendo le canzoni velocemente senza starci troppo a pensare. Avevamo una fretta del diavolo. Lavoravamo a distanza con Alan Douches e lui ci spingeva ad essere rapidi.
Credo che alla fine sia stata la cosa migliore perché la situazione ci ha impedito di riflettere troppo.

Anche in questo caso la vostra cifra stilistica è rimasta pressoché intatta. Probabilmente questo è il disco che sancisce una volta per tutte la vostra posizione di “istituzione” all’interno del panorama italiano. In tutti questi anni spalmati in soli quattro dischi cosa è cambiato nelle vostre vite e nel metodo con cui vi approcciate alla vostra musica?

Io ho sempre considerato i Klimt 1918 come una band in continuo movimento che non ha mai registrato un album simile al precedente. Anche quando questo ci ha precluso molte porte e ci ha per sempre impedito di fare parte di un ambiente musicale definito. Credo che una cifra stilistica non l’avremo mai. Abbiamo un modo di sentire, questo sì. Una sensibilità armonica ed un gusto melodico abbastanza definito. Certamente. Ma il bello di questo mestiere è fare in modo che le tue idee vengano espresse sempre in modo diverso, usando arrangiamenti differenti, strumentazioni differenti. In sedici anni di vita i Klimt 1918 hanno rivoluzionato il loro modo di approcciarsi alla musica, approfondendo molto la loro ricerca sonora. Quando abbiamo registrato Undressed Momento usavamo tre suoni preconfezionati di un vecchio multieffetto. Con gli anni abbiamo raggiunto maggiore consapevolezza. Abbiamo lavorato ad un suono che ci appartenesse completamente. Ci siamo riusciti mettendo tanta dedizione nel nostro lavoro. Ripenso alle ore trascorse dietro ad un singolo suono di chitarra, provando amplificatori diversi, diversi effetti analogici. È stato un processo meraviglioso. Lento, analitico, ma molto coinvolgente.

Da dove sbuca fuori la cover di Take My Breath Away? Sarà forse una coincidenza voluta che si tratti di un brano dei Berlin, oppure c’è dell’altro dietro questa scelta?

L’abbiamo scelta perché è una bella canzone scritta da un musicista che tutti noi stimiamo molto: Giorgio Moroder. Inoltre si riconnette direttamente alla nostra infanzia, durante gli anni ’80. Coverizzarla è stato coronare un piccolo sogno.

Sembra quasi riduttivo parlare di influenze nel vostro caso. Piuttosto si tratta di lezioni interiorizzate nel tempo, fatte vostre e rielaborate in maniera originale. In questo caso, più che in passato, piuttosto che determinate band o artisti, sembra quasi che siano stati dei luoghi ben precisi ad ispirare maggiormente il vostro lavoro. Come da titolo, impossibile non proiettarsi in Germania e ad una immagine di Berlino ben lontana dalla multietnicità metropolitana che rappresenta oggi. Cosa vi ha trascinati in questi luoghi e tempi ormai lontani?

Qualche anno fa ho letto Wir Kinder vom Bahnhof Zoo di Vera Christiane Felscherinow (Christiane F.). L’ho trovata una biografia molto interessante. Un libro atmosferico, più che aneddotico, capace di creare una suggestione narrativa molto forte, quasi un’aura sentimentale. A me piacciono tutti i luoghi caratterizzati da grandi contrasti. Berlino, a partire dagli anni 60, fino alla fine degli anni 80, è stato un territorio di confine tra due culture in conflitto. Nella zona ovest c’era grande fermento culturale: registi, musicisti, artisti visivi che si prendevano molto sul serio. C’erano l’eroina e i sedicenni che si prostituivano per una dose. Tutto molto intenso, autoreferenziale e maudit.
Dall’altra parte del muro invece vigeva una tale rarefazione sociale che qualsiasi esperienza artistica e sentimentale avveniva di nascosto seguendo traiettorie quasi esoteriche. Ho pensato che valeva la pena tentare di ricreare un sound che ricordasse questi contrasti. Melodie che fossero al contempo spettrali e sensuali, rarefatte e carnali.
Ovviamente Berlino ha rappresentato per Sentimentale Jugend solo uno starter narrativo. Sarebbe stato quanto mai bislacco parlare di un luogo e di un’era che non abbiamo mai vissuto. Ma l’approccio della Felscherinow è condivisibile. Una cifra stilistica utile a trattare argomenti che non hanno nulla a che spartire con i tossicodipendenti di ZooBahnhof.

Quando si tira in ballo la Berlino degli anni del muro è impossibile non includere la figura di David Bowie, specialmente in questo 2016 che ce lo ha portato via in maniera teatrale e inaspettata, del tutto in linea con la sua figura. Cosa pensi di Bowie? Quale credi sia il suo lascito maggiore? Hai ascoltato Blackstar?

Quando è morto David Bowie ho postato un video dei Bauhaus che coverizzavano Ziggy Stardust. Ho pensato che tutte le band che ho veramente amato, fin da quando ero un ragazzo, hanno cominciato a suonare perché erano fan del Duca Bianco. Dagli U2 ai Cure. Dai Talk Talk ai Duran Duran, passando per Joy Division, Virgin Prunes e appunto Bauhaus. E noi ultimi arrivati, musicisti di terza e quarta generazione, siamo la reiterazione di un modello antico. Nipoti con il sangue sporco. Abbiamo nel DNA i suoi geni. Un retaggio inconfondibile che scorre nelle vene degli artisti più improbabili nelle zone più distanti di questo sterminato universo musicale. Quello che trovo veramente paradossale e al tempo stesso affascinante è che questo lascito sia vissuto inconsapevolmente da tanti musicisti. Mangiamo e deglutiamo melodie masticate da mascelle più forti. Ci appropriamo di mode come pelli di leopardo, senza sapere il nome di quel cacciatore che ha lottato contro la belva, l’artista che ha sfidato le consuetudini culturali, l’identità di genere, risultando alla fine vittorioso. Blackstar è un’esperienza dolorosa e crepuscolare. Non mi fa bene ascoltarlo. Non adesso almeno. Ci sarà un tempo per amarlo, nonostante sia l’ultima, criptica riflessione di un artista che ha accompagnato gran parte della mia vita. Trovo un po’ difficile ascoltare soprattutto il silenzio dopo I Can’t Give Everything Away. Ti rendi conto che hai sentito la sua voce per l’ultima volta. Che non ci sarà un altro disco, un’altra canzone. Una sensazione di nostalgia feroce.

Il fatto che più ha colpito è stata la sua coerenza portata avanti fino all’ultimo respiro. Blackstar è un disco criptico che dopo la sua morte assume immediatamente un senso compiuto. L’ultimo colpo di scena di un artista completamente votato alla sua arte. Eppure, ancora dopo tutti questi mesi, ci sono sfaccettature che devono ancora essere svelate. Tutto questo gioco di interpretazioni si ricollega molto bene con l’idea che i Klimt 1918 hanno portato avanti in questi anni. Anche Sentimentale/Jugend gioca sugli stessi labili confini interpretativi. Che ne pensi?

Penso sempre che la musica non dovrebbe mai essere spiegata. La gente dovrebbe sentirsi libera di interpretarla come meglio crede costruendo su di essa i propri percorsi vitali. Ma dovrebbe anche accettare il mistero che si nasconde dietro di essa.
Blackstar è un disco buio, impenetrabile. Criptico come dovrebbe essere l’esistenza di qualcuno vista da fuori. David Bowie è come se ci dicesse che la vita, come la morte, devono essere affrontate per mezzo dei propri sensi, senza scadere nella necessità furibonda di dover sapere tutto/comprendere tutto.

Presenterete il disco il prossimo 8 dicembre al Quirinetta di Roma. Poi quali saranno le prossime tappe per la band? Avete in progetto di suonare anche all’estero?

Si, ricominceremo a suonare dal vivo anche all’estero. Per ora ancora non abbiamo nulla di confermato ma ci stiamo lavorando. Sempre con inarrestabile lentezza pachidermica


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