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Testo e foto di Tommaso Tecchi

Se provate a cercare la voce “atrocity exhibition” su Wikipedia troverete quattro note di disambiguazione, in ordine cronologico: The Atrocity Exhibition, opera del 1970 dello scrittore inglese J. G. Ballard; Atrocity Exhibition, brano d’apertura di Closer dei Joy Division; The Atrocity Exhibition… Exhibit A e B, due album della band thrash metal Exodus ed infine The Atrocity Exhibition, il quarto ed ultimo disco di Danny Brown uscito il 27 settembre via Warp. Ciò che lega il nuovo progetto del rapper di Detroit con i testi di Ian Curtis e di Ballard è l’atmosfera cupa e il senso di perdizione che già avevano caratterizzato diversi lavori precedenti dell’artista, ma che questa volta sono amplificati da un concept totalmente affine al titolo e dalle strumentali più coraggiose della sua carriera. L’unico difetto, o svista, è stato svelare tutti i brani migliori prima dell’uscita dell’LP, dato che il resto della tracklist non regge purtroppo il confronto con When It Rain, Pneumonia, Rolling Stone e Really Doe. Poco male, Danny Brown passa a Parigi il 20 novembre e sono molto curioso di vederlo in questa nuova veste.

Era da poco più di un anno che non tornavo a Parigi; l’ultima volta ci ero stato giusto un paio di settimane prima del 13 novembre e la città che ho ritrovato è praticamente la stessa di prima: il Bataclan è tornato in attività e la gente non ha paura ad andare ai concerti, come del resto è normale che sia in qualunque società civilizzata di questa epoca. L’Exhibition Tour di Danny Brown fa tappa in una location perfetta per il tipo di spettacolo che ci si aspetta: lo YOYO, ovvero un’ex sala della Cinématheque Française adibita a locale per concerti, all’interno del museo d’arte contemporanea Palais de Tokyo. Sarebbe stato decisamente più inusuale vedere il rapper esibirsi in questa venue per il tour di Old, disco meno ambizioso e con un’intenzione nemmeno paragonabile a quella che sta dietro a The Atrocity Exhibition. Superato il Monumento della Francia Libera di Antoine Bourdelle e l’imponente colonnato adiacente ci si ritrova dentro ad una sala buia e in discesa.

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Prima dell’arrivo sul palco del protagonista, il compito di scaldare il pubblico è affidato ai membri del suo collettivo Bruiser Brigade. Il primo ad arrivare è il producer Skywlkr, che con il suo dj set pieno di hit trap e di estratti dall’ultimo disco dell’A$AP Mob sembra divertirsi più degli stessi spettatori e continuerà a farlo per tutto il live. È poi la volta di Zelooperz, altro rapper di Detroit. Il suo set è il warm up perfetto per il concerto principale, soprattutto perché l’artista è praticamente identico a Danny Brown, solamente un po’ più giovane e un po’ meno talentuoso. Per colmare questo gap e arruffianarsi i presenti Zelooperz si gioca però la carta dell’amico del pubblico, prendendo decine di telefoni e girando un po’ di video per le Instagram Stories di chi si è appostato in prima fila e il giorno dopo potrà vantarsi di ciò con i suoi amici.

Un’ora dopo entra finalmente in scena Danny Brown, che arriva sorridendo e mostrando la sua dentiera d’oro. Il suo live comincia piano, con Lost e qualche brano dei suoi lavori precedenti, per poi crescere smisuratamente col passare dei minuti. Prima di iniziare con gli estratti di TAE si spiana la strada da solo con le pompatissime Monopoly, Dip, Blunt After Blunt, 25 Bucks e Smokin’ & Drinkin’. Tutto il pubblico sa i testi a memoria e il Palais de Tokyo diventa una bolgia. Dopo un breve annuncio, il rapper parte con la sua esibizione di atrocità: When It Rain, Pneumonia, Dance in the Water e Really Doe (no, purtroppo né Earl Sweatshirt, né Kendrick Lamar, né Ab-Soul sono comparsi a sorpresa, ma c’era da aspettarselo). In alternanza ai nuovi brani l’artista continua a ripescare un’ottima selezione dal suo archivio: Grown Up e soprattutto Attak (estratto dal secondo album di Rustie, Green Language) sono tra i momenti più intensi dell’intero live. Danny Brown si diverte, salta, ride e scherza con il suo pubblico, ma arriva alla fine con pochissima voce e dopo una cinquantina di minuti il set è terminato. Tutti – me compreso – attendono un bis che purtroppo non arriverà mai: non è chiaro se dipenda dallo stato di forma dell’artista o piuttosto dagli orari rigidi del museo, ma alle 22.30 la sala inizia già a svuotarsi e tutto il pubblico si dirige verso la metro di Iéna.

Nonostante sia comprensibile rimanere un po’ delusi per la, seppur prevedibile, brevità complessiva del concerto, per quanto riguarda l’intensità e la qualità dell’esibizione non c’è sicuramente spazio per alcun tipo di lamentela. Il personaggio che abbiamo avuto il piacere di vedere sul palco questa sera è molto più simile ad una rock star che ad un semplice rapper, e senza che ce ne rendessimo conto ci ha fatto ballare e divertire sulle note di brani tutt’altro che felici. Un po’ come faceva un certo Ian.

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