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di Arianna Graciotti

Ecco dunque Benjamin Clementine, artista le cui performance sono state definite “qualcosa di mai sentito prima” da David Byrne, solcare il palco del Teatro Regio di Parma per l’unica data italiana dell’anno. Una cornice ancien régime gremita, grazie alla visione artistica dei curatori del Barezzi Festival, di post punk in tiro, radical chic asiatici, new dandy di provincia, anglofoni domiciliati o in transito in Emilia, habitués delle rassegne jazz, appassionati di belcanto e cultori di ogni estrazione anagrafica dell’antico rituale della musica dal vivo.

Clementine si siede al piano vestito di una casacca light blue, che sembra una versione minimal delle giacche militari indossate nei Sessanta da Hendrix, scalzo come vuole il mito e la documentazione delle sue esibizioni live. Le aspettative del pubblico sono alte e palpabili; quello di Clementine è considerato l’esordio più folgorante degli ultimi tre anni e sul suo personaggio, come capita ormai di rado, s’intersecano i paradigmi mitici del talento sacro e del giovane eroe bohémien, scoperto per caso mentre sbarcava il lunario a colpi di busking in metropolitana a Parigi.

Accompagnato da un quartetto d’archi e da un violoncello, Clementine esegue brani da At Least for Now,  il suo album d’esordio, e impressiona per il suo modo organico di cantare e suonare, quasi come se voce e pianoforte fossero estensioni fisiologiche della sua urgenza espressiva, della sua musa poetica. Risuona al Regio il timbro scuro delle liriche dei brani, le domande sospese di Then I Heard a Bachelor’s Cry (“who is next in line to get hurt?”), l’esistenzialismo urbano di London (“London is calling you, what are you waiting for, what you searching for?”), gli statement identitari e il virtuosismo vocale di Adios (“The decision is mine/ So let the lesson be mine/ ‘Cause the vision is mine”). Magnetica l’intesa con la violoncellista.

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Clementine è un performer ruvido e ad alto voltaggio emotivo; nelle pause sussurra parole mal scandite e sembra guardare negli occhi, con un velo di diffidenza, ognuno del pubblico. Le sue virate d’umore sono repentine, pronunciate come i suoi zigomi. Quando qualcosa lo infastidisce l’atmosfera in sala diventa tesa, addirittura l’esecuzione di uno dei brani più attesi dal pubblico, Cornerstone, ne risente. Ma quando dei fogli precipitano da un palchetto, alla sinistra del palco, Clementine si alza, li raccoglie. Contengono un suo ritratto, dei versi dedicati a lui: e così si entusiasma, scende dal palco, lancia lunghe occhiate ai loggioni alla ricerca della mano che li ha lanciati, si fa tradurre da una ragazza fra il pubblico la dedica in italiano. E da in piedi, sotto il palco, introduce Caruso cantandone le prime strofe a cappella, accompagnato in coro dal pubblico. Il concerto si chiude con una cover di River Man, l’arrangiamento al pianoforte a conservare le aperture dell’accordatura della chitarra che accompagnava Nick Drake.

L’impressione è di aver assistito, dal vivo, alla gloria di un eroe epico che si gode il favore degli dei. Eroe di un’epica contemporanea, che ha scoperto le sue origini mitiche (una su tutti, Nina Simone) tramite YouTube, che è passato dal busking per le vie di Parigi al Mercury Prize grazie a video filmati con il cellulare e a una serie di altre postmoderne casualità. Da non perdere, finché gli dei saranno dalla sua parte.

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