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di Nicholas David Altea

C’è una traccia che chiude Protestant (1993), album multiforme dei Rorschach (uscito per la newyorkese Wardance) che all’hardcore violento aggiunge una propaggine metal, che fuse insieme andranno poi a comporre la primigenia del metalcore, a tutti gli effetti legittimato dai dagli americani Converge. Quella traccia è Ornaments, punto di partenza e parola – dai significati cupi e funebri – di ispirazione per la band, ora divisa tra Mantova, Carpi e Bologna che della trasformazione lenta e della ricerca ne ha fatto tesoro, malgrado un percorso non lineare, che ha portato la band ad una lunga pausa per poi ripartire con tutte le difficoltà del caso in mondo profondamente modificato. Un suono che si è forgiato negli anni tra le influenze dei Neurosis, il post-harcore e il post-metal in aurea spirituale e sacrale. Il secondo album in circa quindici anni si intitola Drama (in uscita il 18 novembre via INRI/ Tannen records) ed è in esclusiva streaming su Rumore (lo potete ascoltare poco più sotto). Questo segna un passaggio e un cambiamento nel processo di concepimento che si eleva ad un livello superiore e ancor più cerebrale, che segue e si fa ispirare dalla tragedia greca di Eschilo, Prometeo incatenato, l’unica tragedia della trilogia del titano (Prometeo Portatore di fuoco, Prometeo Incatenato, Prometeo Liberato) che è arrivata a noi.  Negli anni, una caratteristica della band che non è mai cambiata è l’enfasi che si crea tra live e pubblico, ampliata dall’assenza della voce – salvo rari casi. Un legame strumentale, mentale ed esoterico portato avanti da Davide Gherardi (chitarra), Alessandro Zanotti (chitarra), Enrico Baraldi (basso e chitarra baritona) Riccardo Bringhenti (batteria) e Gianluca “Turro” Turrini (sound engineer). Per l’occasione abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Alessandro Zanotti, già chitarra dei Death of Anna Karina. Ecco lo streaming esclusivo del disco che vi accompagnerà nella lettura:

A che punto sono arrivati gli Ornaments nel 2016 dopo quasi 15 anni di carriera?

Alessandro: “La domanda è un po’ complessa perché probabilmente ognuno di noi potrebbe dirti qualcosa di differente. Io ti dico il mio punto di vista. Abbiamo fatto fondamentalmente un percorso che poi ha avuto un arresto piuttosto lungo. Il percorso nasce dal fatto che volevamo tradurre un immaginario che abbiamo – non necessariamente visivo – in musica, in modo un po’ differente dagli altri progetti in cui eravamo coinvolti. Due di noi suonavano con i Death of Anna Karina (Alessandro e Davide ndr), Riccardo era coinvolto in altri progetti jazz e indie rock. Il percorso è iniziato molti anni fa e siamo partiti subito con l’idea di creare un immaginario, non solo di far musica. Che si creasse un’interazione tra pubblico e gruppo, creando un’emotività ben precisa. In quel percorso poi abbiamo sviato molte volte, adesso secondo me siamo arrivati al punto di creare qualcosa che ha un immaginario un po’ più alto nel quale la musica mantiene la sua importanza però si scarnifica un attimo per lasciare lo spazio a quello che poi è l’emotività nostra e di chi ci ascolta. Questo è il punto attuale del percorso: forse siamo riusciti ad arrivare a qualcosa che si avvicina di più a quella che era la nostra idea iniziale. Riusciamo maggiormente a condurre il viaggio emotivo in modo circoscritto, a ‘guidare’ chi ci ascolta“.

Come ha influito sul gruppo quella pausa di circa 6 anni, immagino legata ai vostri impegni lavorativi e non, compresa tra il primissimo demo (2003) e l’EP Ornaments (2011)?

Alessandro: “In realtà la pausa è stata dovuta al fatto che comunque eravamo tutti molto impegnati con la musica in altri progetti, ma soprattutto perché c’erano delle divergenze musicali all’interno del gruppo. Divergenze proprio di visione e di quello che era il progetto, e ad un certo punto abbiamo deciso di fermarci. In quel momento avevamo acquisito una visibilità piuttosto accentuata anche oltre il confine italiano e avevamo suscitato l’interesse di alcune etichette oltreoceano. Fermarci in quel momento ha influito negativamente perché poi siamo riaffiorati sei anni dopo, forti di una nostra necessità che suonavamo e della presenza di un nuovo bassista (Enrico Baraldi). Ci trovammo davanti un panorama musicale molto cambiato e un nome che ormai era ricordato soltanto in Italia: insomma non siamo riusciti a consolidare il lavoro che avevamo fatto nei primi anni che questa pausa ha praticamente cancellato. Quindi siamo ripartiti fondamentalmente da zero, però con una consapevolezza diversa: sei anni di vita in più sulle spalle, sei anni di musica e un bagaglio nostro differente. Se il tutto avesse avuto uno sviluppo continuativo forse ci saremmo trovati un po’ più porte aperte, ma questo nessuno può dirlo. Siamo ripartiti con un buon vigore, e adesso siamo al secondo album, varie collaborazioni, un split, un EP. Siamo attivi ed energici”.

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Come siete arrivati a Drama? C’è stato un processo diverso dagli altri dischi o diciamo che vi lasciate coinvolgere dal momento, dalle sensazioni e lasciate tutto andare in maniera fluida?



A: “
Non suoniamo per vivere, fatta eccezione per Riccardo che insegna batteria e porta avanti la carriera di jazzista. Con l’avanzare degli anni e degli impegni abbiamo avuto meno tempo per comporre e quindi abbiamo cercato di scremare molto e questo è stato un processo importante. Abbiamo cercato di minimizzaregli arrangiamenti questo è stato uno dei punti di partenza. Altro punto di partenza importante è che siamo partiti immediatamente a concepire il disco come un concept e quindi abbiamo costruito i pezzi seguendo il profilo logico ed emotivo di quella che è poi la tragedia di Eschilo a cui è ispirato il disco, ovvero Prometeo incatenato. Quindi avevamo già una traccia emotiva nel momento in cui ci approcciavamo alla costruzione dei pezzi. E questa è stata una grande differenza col passato perché Pneumologic (2013) è stata una constatazione costruita attorno ad un percorso che avevamo fatto, mentre Drama nasce proprio con la necessità e la voglia di fare qualcosa di più narrativo: una narrazione costruita però nel momento in cui stai componendo”.

Eschilo è un po’ considerato il padre della drammaturgia. Avete seguito quindi un copione?

“Il tutto è nato dalla lettura del Prometeo incatenato a cui sono arrivato in modo un po’ casuale. La classica folgorazione che hai in libreria e dici “toh, proviamo”, e quando ti metti a leggerlo non riesci a staccarti e scopri un mondo. Poi ho fatto una bella chiacchierata con Davide Gherardi (chitarra) che mi ha fatto scoprire tutta una serie di letture collaterali che hanno fatto sì che io costruissi un’emotività da seguire, condivisa poi con tutta la band. Non si può assolutamente pensare ad un copione, anche perché non abbiamo seguito in modo didascalico il libro. Il disco segue semplicemente una serie di immagini e di emotività che la tragedia ci ha ispirato, ma alcune cose sono completamente inventate.

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Tipo?



“L’intro (Efesto) è un qualcosa che è fuori dal disco perché si ispira al momento prima del dramma, in cui il fratello di Prometeo, Efesto, lo conduce alla rupe. Questo passaggio non c’è nel dramma. Il dramma inizia che sono già alla rupe. Il primo pezzo è un dialogo muto ma io ho immaginato cosa direbbe Prometeo a suo fratello mentre lo sta incatenando. Non segue pedissequamente il dramma.

Era già entrata la mitologia nelle vostre composizioni?

“Nel maggio scorso è uscito il nostro EP Cymatic, nel quale è contenuto il brano Chione feat. Lili Refrain che è ispirato a una dea della neve che è questa Chione. Qualcosa di mitologico è presente anche se in realtà non è stato ispirato da quella storia. Chione è stato per me un simbolo nel momento in cui ho dovuto dare un’identità. Quando fai musica strumentale, penso sia fondamentale costruire un minimo di identità ai pezzi, perché altrimenti non dai nessun appiglio alle persone che stanno ascoltando oltre alla loro idea che si creano. Per noi la comunicazione è molto importante e quindi nel momento in cui facciamo musica vogliamo avvicinare l’ascoltatore al mio pensiero. Poi ognuno dà l’interpretazione che vuole”.

Non è la prima volta che vi affidate anche ad una voce. Qui, nello specifico, c’è Lili Refrain. Ne sentite il bisogno ogni tanto di mettere una voce?

Liliana è un’artista che stimiamo molto che ha gestito in modo molto professionale la cosa. L’idea è stata quella di utilizzare una voce come se fosse uno strumento, in tutto il dramma Oceano non può parlare direttamente a Prometeo, parla tramite le Oceanine che sono le sorelle di Prometeo formano un coro femminile. Era importante avere una voce come quella di Liliana, innegabilmente dotata. Non è stata un forzatura, ma è giunto tutto in modo naturale

”.

Le Oceanine di Gustave Dorè

Cosa pronuncia nei brani?



A: “Liliana in realtà non ha scritto testi, interpreta. Soprattutto in Oceano, che è quello più complesso a livello di linea vocale, l’ha costruita dopo aver letto il dramma immedesimandosi nei personaggi. Voleva interpretare la resistenza come stato d’animo e quindi non canta un vero e proprio testo. Parla una lingua sconosciuta, un dialogo prettamente evocativo”.

Nel brano Io sento delle registrazioni di fondo di musica lirica, o sbaglio?

Mentre mi stavo appassionando alla storia di Prometeo ho iniziato a raccogliere tutto il materiale che trovavo, e c’è questa opera lirica di metà del secolo scorso con alcuni brani di Beethoven ispirata al Prometeo. Componendo e pre-producendo ho cercato di creare un legame con chi prima di noi aveva voluto portare questo dramma, che ha una lettura estremamente contemporanea, moderna e antica allo stesso tempo. Mi piaceva legarlo ad un personaggio specifico che è Io, questa oceanina che rifiutò Zeus e fu trasformata in un essere errante

La traccia Ermes invece è schizzofrenica.

Nel dramma di Eschilo, Prometeo, oltre ad aver donato il fuoco agli uomini ha concesso la capacità di premonire, e lui conosce oltre al suo futuro – ossia che un giorno sarà liberato – anche il futuro di Zeus, e conosce il motivo della sua caduta. Ermes, è figlio e portavoce di Zeus, e cerca di estorcere il segreto a Prometeo, ma ovviamente non cede. È evocativo in quel momento della tragedia.

Le vostre cover degli album sono sempre molto simboliche, quasi esoteriche. In questa c’è il fuoco, naturalmente.

“Per tutte le nostre immagini statiche e copertine ci siamo sempre affidati a questo artista mantovano, Luca Zampriolo. Abbiamo parlato di questo concept con lui e la sua proposta è stata di creare questa scultura, che in origine avrebbe dovuto rappresentare un fegato, perché una delle condanne di Prometeo è quello di farsi mangiare il fegato ogni notte con conseguente ricrescita continua ogni volta. Luca ha trovato questo ceppo di legno, ha iniziato a scolpirlo per farlo diventare quell’organo ma poi ha assunto altre forme e ha inserito alcuni elementi chiave della sofferenza infinita del titano, dopodiché ha contattato un amico fotografo e gli ha appiccato il fuoco all’opera. 
Arte fatta e poi distrutta. Ha ancora in studio dei resti della scultura”.

Scultura di Luca Zampriolo

Pneumologic era un concept legato al respiro come tre grandi direttrici. Metamorphosplit, lo split con gli Zeus! era legato alla matematica e alle ripetizioni. Cymatic EP era legato ad una teoria sulla propagazione delle onde sonore. Come è nata l’idea per ognuno di questi?



Pneumologic è stato un percorso molto lungo, ci sono dentro 10 anni di attività musicale. Ispirato da alcune letture fatte da Davide legate alla teoria pneumologica. Avevo avuto l’impressione di un sentire collettivo: di avere uno stato di conoscenza non solo legato alle orecchie e alle vibrazioni dello stomaco durante un live, ma che ci fosse una sorta di respiro comune tra noi e il pubblico. E questa era stata la base di partenza”.


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Su Metamorphosplit (2015) è molto semplice: noi volevamo creare una sorta di metamorfosi in cui ci fondevamo a vicenda con gli Zeus!, da lì si arriva al Ciclo delle metamorfosi di Escher, la matematica, le ripetizioni, i canoni.


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In Metamorphosplit (2015), per doverci immedesimare in una musica molto più matematica della nostra, abbiamo costruito poi i due pezzi che hanno fatto parte di Cymatic EP (2016). E lì il concept nasce dal fatto che alla fine la fisica e la matematica sono parte fondamentale della musica, e creano delle leggi per cui si sviluppano delle onde, che non sono altro che le onde sonore.


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La prima volta che vi ho visti dal vivo eravate nella mia città, ad Alessandria al CSA Subbuglio, prima di voi gli Eyeless. Era il 2003 se non erro. Ho ancora il vostro cd con la copertina stampata con la stampante a getto d’inchiostro. Che anni erano quelli fatti di centri sociali in Italia e tante possibilità di fruizione live?

Anche quel disco aveva la copertina di Luca Zampriolo. 
A suon di leggi e interventi di polizia, ai centri sociali hanno dato una bella rasa al suolo. Diciamo che in Italia se non sono decimati, poco ci manca, purtroppo.

Per voi come band cosa è cambiato?

“Ognuno di noi suona da circa 25 anni ed è cambiata indubbiamente la possibilità che abbiamo di suonare: meno tempo da dedicarci, purtroppo. E inoltre, probabilmente, è cambiata la nostra aspettativa sul risultato che intravediamo nella nostra musica. Non siamo più malleabili sul fatto di poter suonare in ogni condizione. Cerchiamo di proporre un live che ci convinca e perché ciò accada necessitiamo di determinate condizioni. Dopo molti anni di ricerca non è di per sé cambiato l’approccio alla musica, ma cerchiamo in continuazione il migliore dei modi possibili per generare quel dialogo con i fruitori che inseguiamo da 15 anni“.

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Dalle tue parti, Bologna e dintorni, come è cambiata la situazione in 10 anni circa in quei luoghi di aggregazione?

Poco più di un anno è stato chiuso l’Atlantide, che era un luogo fondamentale per la controcultura bolognese: un centro sociale che offriva una libertà di espressione molto importante. Bologna, come tutta l’Emilia, è estremamente attiva, si creano spesso occasioni per suonare. Ci sono band dotate e c’è un buon movimento musicale. Cambiano i modi di fruizione: in Emilia c’è lo strapotere dei circoli Arci e i ci sono i club. I luoghi di controcultura fanno davvero più fatica.

Le prossime date degli Ornaments (in aggiornamento)

26/11 Modena – La Tenda Release Party
2/12 Crema – Il Paniere
29/12  Milano – LoFi


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