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editoriale_298

di Rossano Lo Mele

Su uno degli ultimi numeri de “L’Espresso” compare una lunga, densa intervista a Umberto Contarello. Per farla breve, lo sceneggiatore dei film di Paolo Sorrentino. Contarello, 58 anni, è autore di corposa esperienza. Dice molte cose lungo la chiacchierata con l’intervistatore. Ma si sofferma soprattutto sul problema (dal suo punto di vista) del racconto della realtà circostante. Dice: “La verità, il reale, mi hanno stancato. Questo è il tempo dell’immaginario e della fantasia (…) La goliardia ha aspetti anche spaventosi, ma se mitigata da una forza contrapposta che è il calore raggiunge un tono accettabile (…) A un certo punto ho cominciato a sentire la maniera di me stesso. Si sono involontariamente sedimentati degli automatismi, addirittura dei trucchi o delle abitudini professionali. Non era più un’avventura incognita (…) Il racconto era come un tuorlo che stava compatto nel suo guscio e ne era protetto. Col disordine, ho cominciato a vedere film di registi che esplodevano (…) Il Calvino delle Lezioni americane sostiene che la vita e le opere sono lo specchio dilaniato dal desiderio di comporre il mondo e il desiderio di far assomigliare il più possibile le parole alla dispersione della realtà”. Teniamolo lì. E passiamo a Mauro Covacich, formidabile scrittore che proprio di recente sulle pagine de “La Lettura” (l’inserto domenicale e culturale del “Corriere Della Sera”) lamentava la scarsa verticalità, aderenza al reale, presente nei film italiani. Che a suo dire si occupano sempre più spesso di casi limite (super eroi, estremismi vari presenti nella società) e poco della vita e dei problemi di tutti i giorni: si racconta poco cioè il parente malato, il dramma del lavoro post-precariato e così via.

Sono due punti diversi, ma ci si trova un filo comune. Domandarsi cosa succede dentro allo storytelling di quella disciplina, qui e ora. Il mondo del cinema – l’abbiamo già detto, come quello della letteratura – tende a indagare maggiormente al suo interno in maniera diciamo adulta. Questo anche perché esiste un maggior numero di figure autenticamente professionali (e accademiche) che gli gira intorno. Nel mondo della musica sembra invece sempre tutto un po’ un gioco. Una goliardata. Ma proviamo ad alzare lo sguardo e a immaginare di rivolgere le medesime domande alla nuova musica italiana impostasi negli ultimissimi anni. Di cosa parla, esattamente? Caos, disordine e dispersione di realtà? Sembrerebbe di no. Molto spesso quello dei new normal è una forma di realismo che potremmo definire svenevole. Attento in maniera parossistica sì al qui e ora, ma della propria cerchia social ombelicale. Privato, non intimo. Si notava in redazione come alcuni dei dischi di maggior successo editi negli ultimi mesi da queste parti abbiano anzitutto due esigenze: 1) raccontare esperienze legate alla propria cerchia di seguaci, per non deluderli e alimentare quel rapporto morboso di fidejussione artistico/fanatico 2) raccontare secondo la modalità della narrazione social, con testi e temi che spesso suonano più come status dichiarativi che come narrazioni. Scaltrezza, spesso anche ottimo artigianato, ma senza calore, per citare Contarello.

Così abbiamo rapper giovanissimi che hanno già vissuto tantissimo ed esperito tutto, un po’ come l’incauto calciatore Icardi. E autori di canzoni pop che ruotano attorno a temi consolidati (le limonate, la spensieratezza domenicale, la “spaventosa” goliardia, l’ineffabilità della provincia, un atteggiamento generalmente malmostoso nei confronti dell’Italia che tanto funziona sempre, gli amori inconsolabili e istantanei alla fermata del bus e soprattutto il citazionismo spinto, ormai divenuto una forma di acrobazia linguistica più che di scrittura). Siamo in sala timoni, qui: e non si ha idea di quanto materiale così arrivi ed esca. Se ha funzionato prima, funzionerà poi. Ma – perdonate il bisticcio di parole – non funziona così. Ciò che ha funzionato prima sta nel suo solco, racconta la sua, di storia. La replica è stucchevole. Faust’O è stato un divo pop (oddio, per me lo è ancora oggi). Ma la sua dispersione di realtà aveva altre forme. Gli Assalti Frontali sono più “realisti” del re, ma ancora oggi, a 25 anni di distanza, la loro voce suona potente, magmatica, rabbrividente. Unica. E basta poi prendere un altro paio di dischi italiani fra quelli che più hanno lasciato il segno negli ultimi mesi. Ossia Afterhours e Niccolò Fabi. Che hanno scelto una forma di racconto malato, isolazionista, realista sì, ma in maniera altra.

Ce ne sono tante altre di storie così. Di narrazioni distopiche. Nuove e vecchie. Come quelle, sempre per restare in Italia e solo per fare qualche nome, in modo diverso, disegnate da gente come Esterina, Enzo Avitabile (sentire la pazzesca colonna sonora del film Indivisibili di cui diciamo nelle pagine successive), Murubutu, Leo Pari, Cesare Basile, Iacampo. Visto che ci sono e producono musica con continuità, sarebbe bello ce ne rendessimo conto e gli tributassimo i giusti meriti. Per quello che fanno per raccontare questo nostro disperso presente. Ecco.


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