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editoriale_294-295
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di Rossano Lo Mele

Per quanto sia naïf anche solo pensarlo (figurarsi scriverlo) nel 2016, uno degli elementi che caratterizza (noi) gli appassionati di musica è quello dell’autenticità. Che è poi la ragione per cui ascoltiamo certa musica, anzi, per meglio dire: la ragione per cui cominciamo ad ascoltare un certo tipo di musica, da giovani. Per una questione di appartenenza. E quindi di diversità. Una spilletta etica, una patente esistenziale che dice: io sto da questa parte del mondo. Lo dice anche quella canzone dei Tre Allegri Ragazzi Morti, del resto: “Non saremo mai come voi, siamo diversi. Puoi chiamarci se vuoi ragazzi persi. La vita lontana da ogni cliché cercala dentro di te”. Crescendo naturalmente si arriva a comprendere che le cose non stanno esattamente così e che anche quello dell’autenticità è un discorso nebbioso. Ma – al diavolo le analisi – rimane pur sempre quel qualcosa a cui aggrapparsi in serate solitarie, attillate al vetro di un treno regionale o di un divano sfondato. La ragione per cui c’è gente che ha visto Springsteen dal vivo 79 volte, in tutto il mondo, e intende continuare a farlo. Perché Bruce – agli occhi di chi lo ama – non ha tradito. Pensiero superficiale? Forse, ma nella musica tende a funzionare così.

Gli Smiths non hanno mai tradito, per dire. Si fa un gran parlare di loro, in genere, da anni. Ma adesso più che mai, adesso che si celebra il trentennale dell’album di culto della band che fu di Morrissey & Marr: The Queen Is Dead. Uscito a ridosso dell’estate dell’86, è stato di recente così fotografato sulle pagine del mensile “Q” da Simon Goddard, una delle più acute penne del rock inglese, nonché esperto se ce n’è uno in materia: “The Queen Is Dead non potrebbe ‘accadere’ oggi. Principalmente perché il music business che concesse a questi dissidenti del nord la libertà artistica di stare su un’etichetta indipendente capace di competere in classifica coi pesi massimi della storia è una faccenda ormai antica, legata alla storia pre-digitale. Ma, tornando al 1986, grazie alla cazzuta magnificenza degli Smiths e all’incrollabile fede della Rough Trade, l’esistenza di capolavori così impensabili ed eccentrici era possibile”. Il resto è storia: nel senso proprio che la storia della band, da lì a poco, fu sigillata. Offerte (si dice, pare, si mormora da anni) milionarie per riformare il quartetto, ma niente. Tutto finito, mai un ripensamento. Morrissey per conto suo e Johnny Marr anche. Proprio quest’ultimo ha di recente dichiarato, sempre a “Q”: “La fine degli anni 80 è stata un periodo stranissimo per me. Un peso incredibile si è depositato sulle mie spalle nell’87, dopo la fine degli Smiths. Ovunque andassi sembrava dovessi beccarmi un calcio per aver fatto sciogliere gli Smiths. Nessuno dopo Yoko Ono ha dovuto subire così tanta negatività per aver causato la fine di un gruppo. Una cosa dura da sopportare a 25 anni appena. Non sto parlando dei fan, ma dei media. La vita reale per fortuna è diversa, perché quando i tuoi nuovi partner si chiamano Matt Johnson (The The) e Bernard Sumner (New Order), tu sai che sei con le persone giuste”.

Io non so bene con quali persone stia James Murphy, voce e boss degli LCD Soundsystem. Immagino le persone di sempre. Lui che ha fondato uno dei gruppi più intelligenti e amati del nuovo millennio. Uno che ha condotto la sua nerdissima passione per la musica a farsi musica. Il David Byrne 2.0. Lui che non vediamo l’ora di incontrare di nuovo e farci due parole e capire come mai: ha deciso di rimettere su la band dopo aver annunciato a inizio decennio la fine della medesima (per la gioia di tutti quelli che se li erano persi al primo giro, o di tutti quelli che vogliono bissare, come per Springsteen). La storia – data per morta – non è finita insomma. Ma la storia non era stata dichiarata conclusa solo così, per i media. Altro che, ci aveva pensato nel 2012 il rockumentary dal titolo Shut and Play the Hits: zitto e suona i successi, suona il tuo ultimo concerto della storia al Madison Square Garden, strapieno. Fa in modo che la tua fine coincida con una festa. Film intenso, tutto parquet, backstage, taxi, marciapiedi di New York, sveglie al mattino, amici rockstar e manager insieme. Tutti assieme per celebrare una fine. Una fine che lacrima sulle note di Say Hello Wave Goodbye (a voler essere proprio precisi, cristallini, inequivocabili) dei Soft Cell, sui titoli di coda.

Passano quattro anni e gli LCD si riformano, tornano a suonare, pubblico in deliquio al Primavera Sound. Tutto bello. E tutto legittimo, per carità. E già facciamo il countdown in attesa del nuovo album (bello, sicuro) che arriverà. E sarà anche come dice l’onnipresente Retromania di Simon Reynolds. E si sono pure appena riformati i Teenage Fanclub. Solo che: non sempre il finale aperto entusiasma, figurarsi quello modificato: almeno per noi anziani teorici della verità. La regina, quando è morta, è morta davvero. 30 anni fa o giù di lì.


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