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drake

di Elia Alovisi

È strano, il Wireless Festival di Londra. Come ogni anno si tiene a Finsbury Park e accoglie per tre giorni artisti rap, R&B, pop ed EDM. Il che significa che, se gli organizzatori non hanno la decenza di suddividere la line-up in modo sensato (cosa che accade al Field Day, ad esempio), non ti viene manco voglia di andare a sborsare fior di sterline per vedere Kendrick Lamar perché prima di lui suona AVICII (davvero, gente?) e gli unici altri artisti rap della giornata sono Childish Gambino e Stormzy. Ah sì, e c’è anche Verme Grigio di Game of Thrones che fa R&B. Bene. La conseguenza naturale di questo approccio è che il pubblico si rivela essere profondamente spaccato tra quelli che sono lì per ascoltare musica e orde di bros e basic bitches. Presente quelli che riempiono il Coachella e vengono presi per il culo da Noisey? Tipi palestrati con canotta e scottature marcissimi che inspirano gas esilarante 10 pound per tre palloncini (prezzo vero, me l’hanno offerto) e tipe con shorts chiappeinfuori che passano la giornata ad ondeggiare e gridare AAAAAAAH ogni volta che il DJ mette su un pezzo che sanno. Per prevenire parzialmente questa compagnia ho quindi deciso di andare solo al primo giorno del festival, dove le incursioni non-hip-hop erano comunque di qualità e non David Guetta o Charli XCX. Tra l’altro, Nicki Minaj è pure arrivata in ritardo di due ore la domenica e ha suonato mezz’ora interrompendo Guetta. Bene così Nicki.

Ad aprire il tutto, da Long Beach, California, all’una e mezza di pomeriggio e sotto un torrido tendone sponsorizzato da Pepsi, c’è Vince Staples. Il suo album d’esordio, Summertime 06, è appena uscito, ha preso ottime recensioni e anche il pubblico sembra regalargli le sue attenzioni tra salti e mani al cielo e grida varie. I pezzi meglio recepiti sono ovviamente quelli un attimo più vecchi: 65 Hunnid (degrees, che tra l’altro era pure la temperatura percepita), Hell e Blue Suede su tutte – l’ultima, efficace inno alla sopravvivenza alla violenza di quartiere. “Young graves get the bouquets / Hope I outlive them red roses“. Venticinque minuti ed è tutto finito, ed è subito il turno di iLoveMakonnen (che di minuti ne farà solo quindici, tra l’altro – facile la vita, eh?). L’ex-recluso di Atlanta portato ad un successo stellare da Drake fa comunque il suo lavoro nonostante il risibile tempo passato sul palco: esegue brani dal suo mixtape Drink More Water 5 ma in fondo sono tutti qua per sentire I Don’t Sell Molly No More e Club Going Up on a Tuesday, entrambe suonate ben due volte. Che Makonnen dica molto della contemporaneità è indubbio – il suo essere arrivato alle stelle da qualche video di YouTube, la sua voce strambamente stonata, il suo approccio semi-acido agli artwork e alle musiche – ma sulla sua capacità di durare nel tempo non ci metterei la mano sul fuoco. C’è da sperare in una nuova Tuesday, dai.

Intanto, sul palco principale, finisce una sorta di band afrobeat e si prepara il newyorkese Joey Bada$$, classe 95 e leader dei Pro Era. Il suo concerto è il primo momento in cui il titolo di questo articolo ha senso. È un paradosso perché Joey è un rapper dannatamente old school: le sue produzioni assomigliano a (o sono direttamente quelle di) J Dilla e DJ Premier, pensa più alla qualità delle parole e del ritmo del suo flow che a fare il grosso con quello che dice, e lo fa con altissima qualità. Solo, è come se la sua formula fosse ogni tanto fuori posto all’interno della scena rap americana contemporanea, sempre più vicina a derive trap, minimaliste o massimaliste piuttosto che alla ripresa della tradizione. Il suo B4.D4.$$, ad esempio, ha ricevuto ottime recensioni, ma Pitchfork l’ha inserito nel suo pezzo sugli album più sorvolati dell’anno. Dal vivo, la cosa si percepisce semplicemente per la mancanza di “tiro” che le sue produzioni hanno sul palco principale di un festival grosso alle tre del pomeriggio quando il pit di chi ha sborsato più soldi per avere un biglietto VIP è mezzo vuoto. Un conto è iniziare un concerto con Stronger, un conto con Paper Trail$. Entrambe bellissime, ma se la prima è anche pensata per essere sparata a mille dalle casse del Madison Square Garden, la seconda la ascolteresti al meglio in un club buio e fumoso assieme ad altre massimo 500 persone tutte prese bene. Ad ogni modo, Joey non molla un secondo e tira comunque in mezzo la parte del pubblico che sa chi è ed è lì per lui: fa partire Wave$ con un freestyle, senza la base; tira sul palco Maverick Sabre per On & On; esegue una Teach Me al fulmicotone; conclude saltando in mezzo al pubblico, oltrepassando la sezione VIP per andare alle transenne normali. “È la terza volta che suono a questo festival, e ogni volta suono su un palco più grosso” – vero, Joey, e se comunque te la gestisci così va benissimo.

Finito il suo concerto, cerco di andare a vedere il live di Krept & Konan. “Cerco” perché, arrivato al tendone sotto cui suonano, mi trovo di fronte un’orda selvaggia di gente che si estende per metri fin fuori dal tendone, dove non si vede assolutamente nulla. Ma tutti cercano di entrare comunque e/o ballano e cantano sulla base dei suoni che arrivano fin lì. Ora, voi direte giustamente: “E questi chi sono?” Sono due tizi che vengono da Thornton Heath, Londra Sud, e hanno sfondato l’immaginario rap collettivo londinese con un pezzo che si chiama Don’t Waste My Time. È una versione brit del crack rap di Atlanta: produzioni secche, testi abbastanza sull’ignorante e un ritornello di quelli che ti trapanano il cervello e te li ricordi per forza. Si potrebbe fare un paragone con That’s Not Me di Skepta – uno di quei pezzi che “li sanno tutti” e servono da propulsore verso il riconoscimento delle rap-star americane. E questo a Krept & Konan sta succedendo eccome dato che sul loro album d’esordio The Long Way Home, appena uscito, ci sono Rick Ross, YG, Jeremih e Wiz Khalifa. Peccato che non possa dirvi niente del live, ma il fatto che non possa dirvelo già vuol dire qualcosa.

Tornando al palco principale, si apprestano a salire sul palco i Major Lazer di Diplo. Di lui ha scritto ampiamente Rossano Lo Mele nel suo editoriale per il numero di luglio/agosto 2015 di Rumore, definendolo esempio di “curatore musicale”, che “non suona: inventa mondi, non riconducibili però a nessun punto preciso del mondo. Parlando potenzialmente a tutti, di volta in volta”. Ecco, confermo tutto. Diplo sale sul palco con i suoi compagni di brigata e quattro ballerine. Passa più tempo a lanciare glowstick nel pubblico, togliersi la maglietta e rotearla sopra la testa e sventolare una bandiera con scritto PEACE IS THE MISSION piuttosto che fare il DJ. Come sottofondo, EDM + reggae + dancehall + musiche indianeggianti + rap (parte anche m.A.A.d. city di Kendrick Lamar, per dire) e coriandoli e fumo e fiamme. Il tutto si conclude con il singolone Lean On, il cui testo viene proiettato a caratteri cubitali dietro alle spalle del gruppo. Come in un enorme karaoke: l’importante è appunto arrivare ovunque, capitalizzare, far cantare tutti, no? Oltre che divertire, ovviamente. E lo spettacolo dei Major Lazer lo fa decisamente bene. Paradosso e qualità? Zero impegno musicale dal vivo effettivo ma enorme capacità da tastemaker e spensieratezza contagiosa. Un pastrocchio cross-cultuale dannatamente contemporaneo e ben riuscito.

Spazio, a questo punto, ad A$AP Rocky e alla sua A$AP Mob. Ora, il suo ultimo album – At.Long.Last.A$AP – è strano. È lungo, ha dentro chitarre acustiche e pezzi non rappati, ospiti provenienti da qualsiasi ambiente musicale. Il tutto per cercare di dare un senso alla scomparsa del suo mentore, manager e amico A$AP Yams, a cui il disco è dedicato. Il risultato è un concerto dalla qualità altalenante. Rocky spessissimo non usa basi, dal vivo, ma direttamente i file dei brani – rappando quindi sulla sua voce registrata. Non ho mai capito perché lo facesse (Rocky, che forse non sei capace? Hai paura di cannare? Ha meno tiro? Dai, su). Questo implica una generale aura di artificialità sul concerto. I brani meglio recepiti sono i singoli del passato – Wild for the Night, Goldie, Peso, Fuckin’ Problems e Shabba di A$AP Ferg. Brand New Guy viene suonata ma non carica il pubblico come dovrebbe. Sul palco, per suonare alcuni dei nuovi pezzi, c’è Joe Fox – senzatetto londinese pescato da Rocky e diventato immediatamente suo collaboratore. E se è bello vederlo lì sopra pensando alla sua storia, un po’ sembra spaesato in un contesto simile. Tra i brani nuovi Rocky suona L$D, MultiplyHoly Ghost, Excuse Me, Lord Pretty Flacko Jodye 2, Electric Body, Max B, M’$ – e solo l’ultima sembra potere, in qualche modo, entrare nella categoria “singoli che tutti sanno”. Anche qua, un paradosso e una qualità: Rocky è una figura fondamentale del rap contemporaneo, e la sua stranezza attuale continua ad avere successo, vendere e avere comunque un grande valore artistico. Dal vivo, però, si potrebbe lavorare mooolto meglio – magari con una band dal vivo e iniziando a cantare senza basi.

Resta solo l’headliner, @champagnepapi – Aubrey Graham, in arte Drake. L’impressione che lascia, dopo il concerto è solo una (anche se già dopo la sua doppietta al Coachella non c’era bisogno di conferme): assieme a Kanye West, è il rapper di semi-nuova generazione più famoso, bravo e influente del mondo. C’è una grande differenza, però, tra i due. Kanye cerca di (e riesce ad) imporre una visione artistico/estetica al mondo del rap con ogni suo album: l’autotune di 808s & Heartbreak, il massimalismo di My Beautiful Dark Twisted Fantasy, il minimalismo di Yeezus, la sensibilità pop ridotta all’osso di Only One e FourFiveSeconds. Drake, invece, dà un colpo al cerchio e uno alla botte con ogni album, ed è capace di diventare parte di “quello che va” meglio di chiunque altro rapper. Mi spiego: la sua componente R&B/romantica coesiste con i suoi pezzi tradizionalmente rap, e non potrebbe essere altrimenti. Per ogni Hold On We’re Goin’ Home c’è una Started From the Bottom, per ogni Take Care c’è una HYFR. Il risultato, raggiunto, è arrivare a fasce di pubblico enormemente ampie, dalla ragazzina che sa solo i singoli al fan del rap che si impara a memoria ogni strofa, con ogni sfumatura nel mezzo. Inoltre, Drake è bravissimo a fare “sue” le nuove leve: Tuesday di iLoveMakonnen e My Way di Fetty Wap sono state entrambe avvoltoiate da Drake, che ci si è inserito sopra con una strofa e ora le suona dal vivo ai suoi concerti. Il che è positivo sia per i piccoli che per i grossi, un endorsement non fa mai male (basta guardare la reazione di Makonnen quando venne a sapere del remix di Drake). Ma è fantastico rendersi conto di come Drake faccia tutto il possibile per essere al centro della scena, delle news, del mondo.

Sulla qualità dei pezzi di Drake e sulla reazione generale del pubblico c’è poco da dire quando tutti i brani del suo ultimo album che in realtà doveva essere un mixtape sono entrati nella classifica Billboard Hot R&B/Hip-Hop. Tutti. E anche 14 brani nella classifica generale. Il set si apre e si chiude con canzoni nuove di zecca che ormai tutti i suoi fan già sanno e cantano e rappano e ballano: Legend, Energy, 10 Bands, 6 God, Know Yourself. Non ci sono momenti di stanca come per il set di Rocky, qualsiasi brano Drake suoni ha una reazione. Ma quella più grossa, probabilmente, arriva per un ospite. “Man’s never been to Wireless when it’s shutdown, eh?” dice Drake a un certo punto. E Shutdown è il titolo dell’ultimo singolo di Skepta, che ha il rap londinese sulle spalle. Ed è proprio la voce di Drake, campionata da un suo Vine, ad aprire la versione registrata del pezzo. Ecco, qua accade dal vivo. E le luci impazziscono, e ci sono 50.000 persone che gridano SHUTDOWN alla chiusura di ogni barra del ritornello. Sembra di stare a vedere un momento importante, un’ulteriore conferma di quanto il grime tutto stia diventando enorme (si spera, ecco). Alla fine di tutto, inoltre, l’annuncio che Drake resterà due settimane a Londra a registrare il suo nuovo album, Views From the 6. Sembra che il Regno Unito si stia lentamente facendo posto all’interno dell’hip-hop tutto. E se il risultato è Noah “40” Shebib ad Abbey Road, ben venga.


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