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Limp Bizkit

Di Davide Agazzi

Sarò sincero: se non fossero venuti a suonare proprio nella mia città, Firenze, difficilmente sarei tornato a vedere i Limp Bizkit. Li avevo già visti due volte, sia all’apice del loro successo (in un indimenticabile Independent Days bolognese, nel 2000) ma anche qualche anno più tardi, nel pieno dell’operazione rilancio (ad un Rock in Idro, in apertura ai redivivi Faith No More, in tour con lo stesso obbiettivo).

Certo, il loro momento è ampiamente finito (e questo non è necessariamente un male), ed i Limp non azzeccano più un disco da qualcosa come quindici anni (e questo, invece, è assai più preoccupante) ma se Fred e soci vengono a suonare proprio dietro casa tua, che fai, stai a casa?

No, we keep on rollin’ baby, e quindi eccomi all’Obihall per verificare quanto sia diventato vecchio quello che, per circa un quarto d’ora, è stato il metal nuovo.

Perché, fondamentalmente, è proprio questo il problema dei Limp Bizkit, l’essere costretti a rimanere necessariamente quelli del ’99, per poter continuare a cavalcare l’onda lunga di quel formidabile successo mediatico e di pubblico ottenuto nei tre anni compresi –  appunto –  fra il 1999 ed il 2001, forti del successo mondiale di due album come Significant Other e Chocolate Starfish che definirono suoni ed estetica, ma anche limiti e cliché, di quel caleidoscopio rumoroso che, a cavallo fra i due millenni, venne etichettato da molti come nu-metal.

Il fatto che il concerto si apra proprio con un brano intitolato 1999 fa riflettere: nonostante l’attitudine caciarona e le innumerevoli smargiassate del leader Fred Durst, i Limp Bizkit sono persone intelligenti: sanno benissimo cosa vale, e cosa no, della loro non esattamente sconfinata discografia, sono perfettamente consapevoli di cosa i loro fan – compreso chi scrive – voglia sentire dal vivo ad un loro concerto.

Ed ecco quindi che la scaletta è figlia di quei due album citati qualche riga prima, che vengono praticamente riproposti nella loro interezza, con l’unica eccezione di Gold Cobra, singolone fuoco di paglia, uno dei tanti tentativi falliti di ridare gas ad una carriera che, difficilmente, tornerà a flirtare col mainstream. Difficile anche provare a disegnare quello che sarà il futuro della band di Jacksonville, Florida: il tour avrebbe dovuto promuovere il nuovo album Stampede of the Disco Elephants, non ancora nei negozi ma con già alcuni singoli fuori da mesi, eppure nella scaletta della serata non c’è spazio neanche per un brano del futuro lavoro (che uscirà, lo ricordo, su etichetta Cash Money Records, quella del rapper Lil’ Wayne che figurerà anche con un proprio featuring).

Nonostante il concerto non fosse nato proprio sotto i migliori auspici (l’iniziale location prevista, l’Ippodromo del Visarno delle Cascine, situata nel polmone verde della città, è saltata per problemi burocratici, costringendo tutti a ripiegare per una soluzione indoor nonostante l’estate sia ormai sopraggiunta) devo ammettere che il live, un’ora e mezzo circa, è stato piacevole: la band è in forma, con la sezione ritmica composta da Sam Rivers e John Otto in gran spolvero, così come l’estroso chitarrista Wes Borland, da sempre vero e proprio ago della bilancia delle fortune dei biscotti flosci. Dj Franco (no, il nome non è un refuso) sostituisce il fuggiasco Dj Lethal limitandosi a fare il compitino mentre luci ed ombre disegnano la performance di Fred Durst, di bianco vestito, con l’immancabile New Era in testa (bianco, anche questo).

Chi li ha già visti dal vivo, sa bene quanto i Bizkit amino cazzeggiare durante i loro show, ma questa volta, forse, si è andati un po’ troppo lunghi: saranno gli anni che cominciano a farsi sentire sul groppone, ma le pause fra un brano e l’altro sono davvero troppe, finendo per dilatare oltre i tempi massimi un concerto che invece dovrebbe puntare tutto sull’energia e sull’efficacia di riff tanto minimali quanto funzionali alla causa (si pensi a Break Stuff, ad esempio). È evidente che Durst si sia formato in un contesto hip hop, ma non avendo le capacità da entertainer di un vero MC, la tensione emotiva del concerto ha spesso dei crolli verticali. Ed è un peccato, perché quando il quintetto americano si limita a fare quello che sa fare meglio, cioè fare un gran casino, con Wes Borland che costruisce a forza di riff granitici il perfetto playground per le sparate da bullo di provincia del pingue Fred, tutto funziona davvero bene. Da segnalare l’età mista del pubblico suddiviso quasi equamente fra ventenni di oggi e ventenni del 1999, segno che, nonostante tutto, il seme gettato ai tempi di Nookie ha in qualche modo attecchito anche sulle nuove generazioni.

I Limp Bizkit sono questo, artefici delle proprie fortune grazie ad un sound presto diventato di moda (e quindi copiatissimo) ma allo stesso tempo vittime di sé stessi quando quella moda è terminata, costretti a ripetersi all’infinito per allontanare il più possibile la propria, inevitabile, data di scadenza. Se si è disposti a metter da parte il calendario, il divertimento è praticamente assicurato. In caso contrario, meglio lasciar perdere: il biscottone potrebbe proprio rimanere indigesto.


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