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bryce dessner

Bryce Dessner fa il chitarrista nei National. La loro storia è risaputa: anni e anni di gavetta, concerti praticamente senza pubblico, poi Fake Empire e Obama e sempre più orecchie ad ascoltarli e Mistaken for Strangers e ora il meritatissimo stato di star. Ma sono anni che Dessner si tiene impegnato anche come compositore. La sua pagina di Wikipedia lo descrive addirittura prima come “composer” che come “guitarist”. Comprensibile, visto che Dessner è partito da un Master in musica a Yale e la sua posizione nei National gli ha dato una meritatissima visibilità. Negli ultimi anni, per dire, ha pubblicato su Deutsche Grammophon assieme a Jonny Greenwood, lavorato con la Brooklyn Academy of Music, il Kronos Quartet, la Sydney Opera House e il Barbican. Ed è proprio dal Barbican che Dessner ha ricevuto, probabilmente, una delle opportunità più grosse finora: organizzare una due giorni di concerti sulla New American Music, che ha intitolato Mountains and Waves e si è tenuta gli scorsi 6 e 7 maggio. Una serie di sei “sessioni” in cui presentare lavori suoi, di suoi amici e rilavorazioni di classici contemporanei.

Uno degli eventi principali, la prima sessione, si tiene alla Milton Court Concert Hall nel primo pomeriggio di un caldo sabato di inizio primavera. Protagonista è Round-Up, una composizione + film di Sufjan Stevens eseguita per la prima volta lo scorso gennaio e al suo debutto in Europa. Protagonista è il rodeo di Pendleton, in Oregon. Girato nel 2013 interamente in slow motion da Aaron ed Alex Craig sotto la supervisione di Stevens, Round-Up è uno sguardo ad una grande tradizione americana: una parata a tema nativo americano, uomini e donne che catturano vitelli al lazo, tori da domare. Il tutto intervallato (unica vignetta girata ad hoc) da ragazze pom-pom con parrucche argentate che fanno roteare hula-hoop, un po’ a ricordare l’estetica tutta luci e grida e punti esclamativi e merletti e neon che animava Illinois, The Avalanche e, in maniera maggiore, The Age of Adz. Il tutto è eseguito dagli Yarn/Wire, quartetto composto da due pianisti e due percussionisti. Il risultato è piacevole, ma non riesce a mantenere elevata la tensione per tutte le due ore della durata del film, proiettato alle spalle dei musicisti. Lo slow motion colpisce particolarmente nelle scene di inseguimento tra uomini a cavallo e animali, i muscoli dei secondi tesi nella (futile) fuga dal lazo, come sottofondo frenetici strati di pianoforte. Ma alla quarta ripetizione delle suddette ragazze pom-pom la cosa diventa un po’ pesante. Se The BQE, l’altra “grande” composizione di Stevens, era un costante evolversi in cui entrava anche l’elettronica, per dire, Round-Up è un pezzo molto più arduo e meditativo.

Decisamente più convincente è la performance di Tim Hecker, che 14 anni dopo il suo esordio Haunt Me, Haunt Me, Do It Again continua a spezzare timpani e annodare stomaci con i suoi pezzi più bui della mezzanotte. Il suo concerto è ancora più efficace dato che è accoppiato a quello dei Sō Percussion, quartetto di (l’avreste detto mai) percussionisti che ha collaborato con Dessner per il suo nuovo lavoro Music for Wood and Strings, eseguito per intero. I quattro suonano con dei martelletti degli strumenti a corde costruiti per l’occasione e dei legnetti, come da titolo. Il suono che fuoriesce è decisamente orientaleggiante, ma più verso il Giappone che l’India, ed è un continuo alternare tra pieni e vuoti. Momenti in cui tutti e quattro creano frenetiche onde di suono sono interrotti da giochi basati su chiamate e risposte, o anche soltanto rumori creati sfregando le corde. Resta che, dopo l’intervallo, le luci si spengono completamente se non per qualche faro violaceo puntato sul pubblico. Il fumo riempie completamente la stanza e partono le prime note di Prism, primo brano dell’ultimo lavoro di Hecker, Virgins. Hecker non si vede fino alla fine del concerto, una cascata di organo distorto e bassi che prendono a pugni lo stomaco e fanno tremare l’intera sala. È una contrapposizione di melodia e rumore, luce e buio – niente di più classico, ma l’impressione è che l’oscurità abbia decisamente la meglio in quanto a capacità di coinvolgere e lasciare beatamente storditi.

Ma il fulcro della due giorni sono le due serate, che si tengono nella Hall principale del Barbican – i titoli delle composizioni a contenere le montagne e le onde del titolo, entrambe a cura di Dessner e Richard Reed Parry degli Arcade Fire. La prima si intitola Black Mountain Songs, una celebrazione corale del Black Mountain College del North Carolina, fondato nel 1933 e frequentato da capisaldi della musica e dell’arte contemporanea come il compositore John Cage, il coreografo e ballerino Merce Cunningham e i pittori Robert Rauschenberg e Willem de Kooning. Il tutto raccontato musicalmente da Dessner alla chitarra, Parry al basso e contrabbasso, due violini, una viola, un pianoforte (a cui appare, a quattro mani, anche il compositore Nico Muhly), percussioni e l’intero Brooklyn Youth Chorus. Immagini del college che ritraggono studenti e professori al lavoro vengono proiettate sullo sfondo, su uno schermo suddiviso in forme rettangolari e trapezoidali. Nel frattempo i ragazzi del coro si muovono sul palco, quasi coreografando i testi della pièce. A completare l’equazione il ballerino e narratore afroamericano Gus Solomons Jr. Il risultato, però, è ambivalente. L’intenzione è di rendere omaggio a grandi maestri, e la base musicale è decisamente riuscita. Il coro, però, è decisamente preponderante rispetto a tutto il resto e – con tutto il rispetto – in alcuni momenti sembra quasi di assistere a un saggio di fine anno, con ragazzini del coro che vanno al microfono a turno a recitare dei piccoli pezzi di narrazione e una giovane ballerina a improvvisare qualche passo durante alcune sequenze.

Centra decisamente più il bersaglio la seconda composizione proposta, che chiude la serie di concerti: Wave Movements, che fin dal titolo mette in chiaro l’ispirazione che andrà poi a dare una struttura all’intero pezzo. Il moto delle onde e la marea la fanno da protagonisti sullo schermo che troneggia dietro all’orchestra sul palco, filmate in bianco e nero nel loro continuo ripetersi, in perfetta simmetria. Queste ultime sono in realtà un’opera a sé stante, del fotografo e artista giapponese Hiroshi Sugimoto, intitolate Seascapes. Allo stesso modo, le melodie degli archi salgono e scendono, vanno e vengono, partendo quasi dal nulla per poi esplodere su una metaforica riva di sassi tra percussioni e schizzi e vibrazioni. Unica eccezione al tessuto strumentale della pièce è la voce di Maddy Prior, cantante della storica folk band inglese Steeleye Span, che entra solamente nel finale a mettere la firma alla composizione con dei vocalizzi decisamente piacevoli.

È bello vedere come Dessner e Parry abbiano la voglia e le capacità di uscire dalle regole delle rock band che li hanno portati al successo, così come è bello il modo in cui il mondo della classica contemporanea li ha accolti a braccia aperte. Il risultato migliore, probabilmente, è stato come tutto sia risultato piacevole anche per chi la classica la conosce solo tangenzialmente. Questo è stato ottenuto unendo l’appeal della provenienza di artisti rock e ambient più “tradizionali” alla proposizione di brani più istituzionali – ci sono state, tra le altre performance, esecuzioni corali e collaborative di Drumming di Steve Reich e In C di Terry Riley, così come un concerto per solo piano di James McVinnie (organista della cattedrale di St. Paul e di Westminster) che proponeva brani di John Cage e Philip Glass così come di contemporanei quali il già citato Nico Muhly e l’americano Timo Andres. Quello del Barbican e di Dessner si rivela quindi uno sforzo riuscito – non senza i suoi difetti, ma forse anche bello e vivo per le sue imperfezioni. Perché imperfezione significa movimento, e tensione. E qualcosa – di positivo, negativo o qualche via di mezzo – dentro ti resta per forza.


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