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di Nicholas David Altea

Il Piemonte ha un fulcro musicale ben preciso: Torino. Ma fortunatamente, al contrario di quello che si possa pensare, non è la sola provincia a produrre band. Osservando attentamente senza fermarsi alla sola punta dell’iceberg visibile, in proporzioni più ridotte, anche la ‘provincia granda’, ossia Cuneo, ha una sua ben connotata fauna sonora. Ne fanno parte i Ruggine che esistono da 13 anni e provengono da una cittadina che non arriva nemmeno a 4000 persone, Narzole, situata al confine con le Langhe. Da lì nasce tutto: un po’ per noia provinciale, un po’ per provare a far qualcosa di diverso, un po’ perché ce n’è bisogno. Un suono ruvido, a tratti hardcore – soprattutto nel primo periodo, per dilatarsi e aprirsi verso altre influenze come il post-rock e il math-rock. L’impatto emotivo è di grande forza, il nome – che deriva dal titolo di un disco della band rock di Bergamo GEA, uscito proprio nel 2001 – ne racchiude l’essenza, il deterioramento col passare del tempo, l’esposizione forzata e non protetta. La band ruota attorno a quattro membri che prima di tutto condividono l’amicizia: Simone Rossi (voce, chitarra), Davide Olivero (batteria), Paolo Scalabrino (basso) e Francesco Rossi (basso). Viscerali e ingombrati, con una sezione vocale tra il declamato e l’urlato. Due bassi che si esprimono in piena libertà. Una chitarra che va a ricamare e coprire dove serve e una batteria potente e solida. Tutti insieme ordiscono le trame caotiche dei loro brani. A novembre (ve ne avevamo parlato qui qualche settimana fa) uscirà il loro secondo album, Iceberg (via V4V-Records/Canalese Noise/Sangue Dischi/Escape from Today/Vollmer Industries) e noi li abbiamo intervistati in notturna, dopo una serata di prove: ci hanno raccontato un po’ la loro storia, le loro esperienze, la loro crescita, le difficoltà affrontate, qualche aneddoto divertente e ci hanno anche lasciato in anteprima un brano, Ashur, dal loro prossimo disco.

Siete attivi da molti anni: vi siete formati nel 2001, siete figli legittimi degli ’80 ma anche dei ’90 che vi hanno accresciuto, e tutto quello che avete assorbito lo avete iniziato a registrare ufficialmente dal 2005 circa. L’ultimo vostro lavoro risale al 2010, Estrazione matematica di cellule (via Escape From Today/CanaleseNoise). In questi ultimi 4 anni cosa è cambiato nel gruppo, nel suono, oltre all’età?

Davide: “Negli ultimi 4 anni sicuramente sono cambiati un po’ i nostri ascolti, abbiamo cercato di migliorare quello che abbiamo fatto, soprattutto a livello compositivo per la parte musicale e abbiamo voluto curare meglio la parte vocale – come anche i testi. Il metodo che abbiamo utilizzato di più in quest’album è stato quello di togliere, di lavorare per sottrazione invece di aggiungere. Abbiamo provato a semplificare i pezzi, renderli più diretti, più d’impatto. Dire quello che c’era da dire e togliere quello che ci sembrava di aver già detto. Forse il lavoro più grande è anche stato fatto su quello”.
Simone: “In questi 4 anni ci siamo definitivi di più come Ruggine: cercando di dare dei toni più personali a quello che facevamo”.

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Nella precedente copertina c’erano delle macerie di legna o alberi o qualcosa di simile. In questa nuova copertina c’è un binario con le rotaie totalmente divelte. Mi pare si riferisca (come anche il vostro teaser) all’alluvione che colpì 20 anni fa il Piemonte e più precisamente le province di Alessandria, Asti, Torino e Cuneo. Io quel giorno me lo ricordo perfettamente e non me lo dimenticherò mai. Voi cosa vi ricordate di quel giorno? Qualche ricordo di quel momento è inconsciamente entrato dentro il disco oltre che sulla cover?  

Paolo: “Da quel momento lì non è entrato in noi qualcosa di particolare, però sicuramente quelle immagini le abbiamo indelebili nella mente da quando eravamo piccoli. È stato un avvenimento, non dico che ci ha segnato, ma importante, tanto da andarlo a riprendere. Sapevo che avevamo dei filmati e delle foto di quei giorni, fatti dai nostri genitori, di quell’alluvione. Le abbiamo recuperate e quella foto di quel binario deformato dall’acqua è estremamente simbolica. L’abbiamo vista, ci ha colpito perché è un’immagine molto forte”.
Simone: “Penso che valga per tutti quello che rappresentano quelle immagini, le abbiamo anche prese per l’atmosfera, che è ben visibile nel teaser, in particolare. Vanno ad inserirsi bene all’interno del disco. Forse è proprio per quello che ci sono piaciute, perché ricreavano quelle sensazioni”.
Francesco: “Quella foto è stata fatta subito dopo l’alluvione alla stazione di Narzole, che adesso è praticamente inutilizzata”.

Riascoltando il primo album, pezzi come Nautilus o la stessa Estrazione Matematica di Cellule, pur mantenendo alcune strutture math e post, avevano anche deliri sonori tendenzialmente HC. Il ricordo di certi Negazione, Sottopressione ma anche qualcosina degli Angeli, magari a livello sia di suono che di testi. Caotici per quanto ragionati. Invece in Iceberg c’è un taglio diverso: meno caos e più controllo. Cosa è cambiato nel modo di strutturare i brani?  

Davide: “Dei gruppi che ci hai citato tu, sicuramente Sottopressione e Angeli su tutti. Negazione ce lo hanno detto diverse persone anche se noi siamo stai più legati agli Angeli (band nata dalle ceneri degli stessi Negazione). C’è moltissimo dello spirito hardcore nei pezzi dello split fatto con i Fuh”.
Paolo: “Siamo cresciuti a pane e hardcore”.
Francesco: “Angeli e Sottopressione tantissimo, gruppi sparsi italiani, la scena hardcore milanese”.
Simone: “È stato anche un discorso per cercare di fare qualcosa di più personale, di più “originale” partendo da quello, cerchi di darti un’identità. Noi l’abbiamo fatto togliendo un po’ di cose, giostrando meglio tempi, facendo sì che avessero un struttura propria. La musica è cambiata in qualche ambito, pur sapendo sempre da dove arriviamo cercando di tirar fuori qualcosa di più nostro”.

Anche a livello di produzione mi pare che la voce abbia acquisito una certa preponderanza sul resto. Un po’ perché il suono si è ridimensionato. È stata una vostra volontà oppure è successo gradualmente? C’è un motivo specifico?

Paolo: “È proprio un discorso di crescita. Lo possiamo definire più maturo da tanti punti di vista perché logicamente crescendo si prova a dare un senso a quello che fai. Di conseguenza fare tutto nel migliore dei modi. La questione della voce è vero, forse anche per dare più valore al cantato in italiano perché come lingua da cantare non è per un cazzo facile. In italiano e trovare musica e parole che combacino bene insieme è difficile. Quello che riusciamo a fare noi è quello di unire  musica e parole per formare una miscela che si valorizza, per far sì che i pezzi riescano a colpire”.
Simone: “Secondo me, è anche portato dal fatto che il lavoro è stato seguito meglio fin dall’inizio, curato più nel dettaglio rispetto al precedente, con tempi anche più lunghi per poterci ragionare sopra. Sulla voce abbiamo lavorato tanto e perché essendo il secondo nostro disco, poi si impara dai propri errori nelle precedenti registrazioni”.

Il vostro declamare e porvi domande mi porta alla mente i Massimo Volume. Di domande, nei testi, ve ne fate molte. Nel brano Ashur (qui sotto lo potete ascoltare in anteprima) dite: “Dove sono? Cosa stavo facendo?/Quand’è che andremo avanti prima che il passo diventi lento?[…] /Potrà mai questa tormenta essermi di aiuto?”; in Raijin: Questa sarà l’ultima e pensavi: che fine ha fatto il mondo in cui credo?in Caio: “L’incognita più grande: è questo odio o amore? Scrivendo e suonando, trovate anche la risposta a questi quesiti?”

Davide: “Uno ci prova. Aldilà della musica uno se le pone sempre delle domande poi le riportiamo in musica perché ci viene meglio portarle fuori e ci viene naturale. A volte si riesce, mentre in altre situazioni è più difficile. Parlarne e allo stesso modo scriverlo può aiutare per avvicinarsi alla risoluzione del problema. Tirandolo fuori o scriverlo su un foglio si riesce ad analizzarlo meglio e farsi un’idea un po’ più chiara”.
Simone: “Il fatto che il genere che suoniamo sia rabbioso viene spesso preso da esperienze personali che ci fanno incazzare o domande appunto, e quindi diventa uno sfogo per far domande da porre a tutti. Per certi versi è molto personale”.
Paolo: “La musica diventa la nostra valvola di sfogo dalla quotidianità e dalle nostre esperienze vissute”.
Francesco: “Siamo incazzati neri!”.

Babel era una città antica babilonese, Raijin indica il dio giapponese legato a tuoni e fulmini, Ashur era un re assiro, Daphnia è un crostaceo tossico, Pangea era il supercontinente del Paleozoico. Ma i vostri titoli non hanno alcun legame stretto con i testi, come per i Mogwai?

Davide: “Babel è riferito ad un’opera di Escher che stavamo leggendo in viaggio mentre andavamo a suonare.  Sono tutte parole che a noi ci riconducono al pezzo, un significato ce l’hanno”.
Paolo: “Son tutte parole che apparentemente non hanno senso, ma per noi ce l’hanno ma sono legate alla sonorità della parola che noi associamo al pezzo”.
Simone: “Per esempio, se io leggo il testo di Pangea, mi  viene in mente un uomo che pensa a tutte le cose che gli capitano nella sua totalità e la Pangea che era questo continente unico mi dà quell’idea di grande, di totale”.

E Iceberg invece? È la metafora di qualcosa che in parte è sommerso e in parte si vede?
Davide: “In realtà sì: riguarda sia la punta dell’iceberg che si vede, sia quello che non si vede. Iceberg per noi rappresenta la parte visibile. La punta dell’iceberg sono un po’ tutti i problemi, tutte le difficoltà, il peso che uno si trascina sulle spalle e spesso ci si trova nella realtà a lamentarsi. L’iceberg nella sua interezza rappresenta proprio l’uomo, che all’inizio crea questi problemi. Poi queste problematiche se le deve portare e trascinare come un peso. Il centro del titolo è un po’ quello: l’uomo, le difficoltà e i problemi che si crea e che poi vuole eliminare perché troppo pesanti”.

C’è un certo esistenzialismo e una certa presa di coscienza nei vostri testi. Io li ho interpretati  in maniera pessimistica. Magari mi sbaglio.

Simone: “Torniamo un po’ al discorso di prima, del fatto che il nostro modo di scrivere sia uno modo per esternare il proprio malessere. Non vogliamo essere la band mega depressa”.
Francesco: “Siamo migliorati!”
Davide: “C’è un po’ di luce alla fine del tunnel”.

Cds, l’ultima traccia, delinea ampi spazi sonori come il lungo intro. Ha una certa importanza all’interno del disco questa chiusura?

Paolo: “Sì, perché dal vivo è davvero una bomba, arriviamo a quel pezzo nel live che siamo molto carichi. Logicamente su disco ha una sua importanza: la parte più ambient del brano e funge da bolla di relax e di quiete dopo 30 minuti tirati”.
Simone: “È anche un modo per far risaltare il pezzo, creando quest’intro lento e cupo. Per spezzare un po’”.

Dal vivo suonate con due bassi. Come è nata e come la gestiste, soprattutto dal vivo?

Francesco: “Abbiamo due suoni separati che  permettono di gestire i pezzi in maniera agile. Io suono le parti da basso, Paolo è quasi come se fosse una seconda chitarra. Essendo così diversi i suoni riescono  a farli coesistere è a completarsi l’uno con l’altro. Tutto insieme ha un impatto devastante”.
Paolo: “Siamo divisi poi equamente come frequenze, Simone (il chitarrista) viaggia su delle frequenze alte e taglienti, io su quelle medie e Francesco copre tutte le basse. Siamo cresciuti insieme in questo paesino di 3000 anime, ci conosciamo da piccoli e la nostra fase adolescenziale e il gruppo di amici era quello e in più poi si è formato il gruppo, quest’avventura che ci porta in giro a suonare a condividere questa esperienza”.
Davide: “Tutto era partito in maniera assolutamente naturale senza porci troppi problemi o l’obbligo di usarli un una certa maniera. È proseguito tutto in modo naturale”.
Simone: “All’inizio lavoravamo in tre, poi così per provare abbiamo aggiunto un altro basso, ci piaceva, riuscivano fare delle cose e abbiamo proseguito. È tutt’ora la maniera in cui noi componiamo. Sarebbe difficile per i Ruggine cambiare metodologia di composizione”.  

Il Piemonte per quanto abbia zone stupende come Langhe e Monferrato, è spesso additata e definita un po’ grigia, come regione. Per non parlare poi delle città. La nebbia, inverni rigidi ed estati torride e afose. Quanto c’è di Narzole nei vostri testi o anche nei Ruggine in generale? Ha influito un po’ la provincia?

Davide: “In realtà a queste cose sono argomenti a cui non ci pensiamo più tantissimo. Qualcuno si è trasferito in altri posti e ha preso la propria strada. La parte della provincia l’abbiamo sicuramente vissuta soprattutto all’inizio, in una fase in cui non c’è niente, quindi quello che facevamo era quello, ossia suonare. Adesso le cose sono cambiate un attimino, abbiamo vissuto la provincia nella stessa età e quindi con tutte esperienze che ci portiamo dietro. Alcune ci toccano meno rispetto alla provincia di 10 anni. Ma siamo comunque tutti partiti da lì”.
Paolo: “Siamo stati fortunati perché ci siamo vissuti la ‘provincia granda’ la quale ha sfornato band che in Italia hanno avuto il loro da dire. C’era fermento. A livello underground ci è stato di grosso aiuto vedere band come Dead Elephant, Cani Sciorrì, band con esperienza a pochi passi da casa, era una fortuna non da poco e ci è stato molto utile”.

Quanto è considerata la dimensione live per band del vostro livello dalle vostre parti? Quante possibilità ci sono, realmente, di poter suonare dal vivo?

Davide: “La risposta della gente è un po’ più fredda rispetto ad una volta, ma immagino sia così un po’ ovunque, salvo magari qualche eccezione. Una volta c’era più amore per la musica dal vivo, c’era molta più gente interessata. Lo zoccolo duro poi c’è sempre, anche se per vari motivi pure quello è un po’ diminuito. I concerti hanno un interesse relativo. La gente fa fatica a muoversi per il gruppo grosso che può vedere magari solo una volta ogni quattro anni, ancor più difficile se il gruppo è meno conosciuto. Molte situazioni non le abbiamo vissute ma  da come ci hanno raccontato erano sicuramente migliori. E sta tutto andando verso il peggio e aumentano le difficoltà per le band di suonare e per il locali di far suonare”.

La vostra provincia è piuttosto attiva. Avete costituito da un po’ di anni Canalese Noise Records. Com’è nato questo bisogno di creare un collettivo/etichetta?

Paolo: “È nata quasi otto anni fa nel periodo dello split coi Fuh. Siamo cresciuti insieme anche con loro, abbiamo condiviso molte cose assieme e si era costituto in maniera quasi autonoma un collettivo e da lì è nato anche il simbolo l’Omino OK (da cui poi è nato anche festival OK Fest ndr.). Da lì abbiamo cercato di fare delle cose, creare fermento con i nostri mezzi unendo le forze. Sono ancora tanti i gruppi della zona. Adesso quello che coordina di più le fila di tutto è Edoardo Baima degli Io Monade Stanca”.
Davide: “Il logo della Canalese Noise è nato in una serata in cui eravamo andati a suonare a Imola, una serata particolare, di bevute pesanti e incontri incredibili”.

Vi nomino 4 band che per voi penso siano importanti e voi mi dovete associare un vostro pensiero, qualcosa che apprezzate particolarmente di loro:

Shellac?

Ruggine: “Tutta la vita! Le sonorità in generale. Il suono di basso. Abbiamo sverniciato i cd degli Shellac. Poi quello che invidiamo è la cintura del bassista coi teschi, che aveva ad un concerto a Bologna”.

Angeli?

Ruggine: “Il rumore degli Angeli. Sono un po’ il cuore, un po’ l’immediatezza. Erano nudi e crudi”.

Don Caballero?

Ruggine: “Loro stati molto importanti. C’è anche un aneddoto: Davide ha rischiato di prenderle dal loro batterista. Era sbronzo marcio e gli aveva preso le bacchette finito di suonare. Lo ha inseguito, praticamente in mutande, e se le è riprese. A parte questo, il suono della batteria dei Don Caballero è pazzesco”.

Massimo Volume?

Ruggine: “Uno di quei gruppi che abbiamo ascoltato parecchio. A livello di costruzione dei pezzi lo sentiamo poco, ma li amiamo davvero tanto. Li abbiamo anche scoperti un po’ dopo, nello stesso periodo in cui noi abbiamo iniziato a scrivere in italiano. Scoprirli ci ha anche spronato nella scelta di cantare nella nostra lingua”.


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