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All’inizio di ogni estate, di ogni stagione a dire la verità, faccio ricerche e chiedo a tutti perché mai sette secoli fa si sia scelta Pechino come capitale. Fonti storiche e leggende dicono che era vicina alla Mongolia e i mongoli che a quel tempo governavano la Cina preferivano non essere troppo lontani dalle loro terre. In seguito venne mantenuta perché avere una capitale che sorvegliasse i confini nord dell’impero permetteva di mostrare il nerbo dell’imperatore anche agli indisciplinati popoli della Manciuria e dell’Asia del Nord.

Ed ora è sempre lì, lontana dal mare, circondata dal deserto, ed il cielo blu tramandato di poema in poema pare una favola incredibile tra uno strato di polvere e l’altro.

Li vorremmo vedere oggi, i mongoli, chiusi nei loro appartamenti da governativi dal 30° piano in su di un grattacielo del business district, avvolti dalle nuvole grigie di un novembre baltico, ma senza note azzurre, porpora al più, a dirsi che la scelta ha precise esigenze logistiche, che è stato molto efficiente provvedervi, e che le steppe sono poco fuori la cinta del sesto anello di tangenziali di dodici corsie l’una, poco oltre questa porzione di territorio grossa quanto il Belgio, che per la vecchia Europa è una nazione fatta e finita, e infine chi ha più la volontà per affrontare tutto questo e raggiungerne i confini.

L’aeroporto, l’aeroporto è la fuga più semplice. Ed ecco che sin dalle prime settimane di giugno, quando il sole è già sparito in maniera perentoria, il pubblico straniero si dirada sempre più privando gli eventi più interessanti di una fetta cospicua di spettatori. I nove mesi precedenti sono stati divertenti e ne abbiamo raccontato, ma adesso ci si fa malinconici, si sta ad ascoltare l’arrivo del temporale, a giudicarne la pioggia, ad aprire un’altra bottiglia di birra, a pensare a quei primi anni a Pechino, e basta.

Alcuni tra quelli rimasti sono così impegnati in entusiasmanti progetti da non accorgersi di nulla, perché la Cina è ancora la terra in cui fare quello che si pensa è possibile, altri semplicemente abbracciano le abitudini estive degli anni passati.

Ci si abbandona sui bar in terrazza della zona delle ambasciate ad ascoltare il dj di turno, ai tavoli modelle che hanno perso il passaggio per quella barchetta nel Nusa Tengara e dunque non rimane loro che stagliarsi contro lo sfondo porpora del cielo estivo, tra un temporale e l’altro, tutt’altro che rinfrescante, non quanto la loro presenza almeno.

Gli ultimi respiri sono stati regalati da alcuni eventi privati di grandi aziende tedesche che non lesinano affetto per qualche virtuoso dell’elettronica, locale ma non solo, gli FM3 su tutti a mio parere, poi restano feste di universitari che si avventurano nel centro città con le loro college band, revival gothic e punk, ed il punto più vibrante una proiezione con festa a tema di Vampiros Lesbicos, forse l’unico paio d’ore in cui almeno qualcuno si è scordato di controllare il cellulare e maledire gli amici che postavano continuamente, ossessivamente, su qualsiasi social network, foto di torrenti cristallini, spiagge immacolate, tramonti sui colli di casa, ed anche semplici foto di nuvole, di ogni forma e colore, un bene raro e visione più agognata da qualsiasi espatriato, o meglio esule nell’animo, in questi momenti. A qualcuno di loro, sdraiati sui greti di questi torrenti, capita di ricevere il bollettino dell’inquinamento dell’aria di Pechino, che l’ambasciata americana gentilmente notifica a chiunque lo voglia, e so di qualche attimo di sconforto, di pallore nonostante l’abbronzatura dorata, il cellulare caduto tra i sassi bianchi e il muschio profumato, lo scrosciare dell’acqua scambiato per il frastuono del volo di ritorno. Quest’anno ho ricevuto anche una foto della copertina de “L’arte della fuga” di Pontiggia, infine un’ottima scusa per prendersi una lunga pausa di riflessione cercando di comprenderlo.

Tra chi rimane a Pechino la mia ammirazione va a chi con sprezzo sorvola sul tepore e sui cieli ventosi tardo primaverili e viene colto dal cielo grigio di giugno nelle stesse abitudini di ogni altro periodo dell’anno. Probabilmente se ne sta a un tavolo di un piccolo bar giapponese sulla cima di qualche grattacielo, uno di quei bar ricavati in genere su piani disabitati di questi mostri edilizi, e vi si entra da una porta comunissima di ufficio malmesso, completamente insonorizzata dall’interno, così che dall’ascensore si avverta solo un ronzio di luci condominiali e rumori di scale antincendio.

L’unico cambiamento che si concedono può essere lo spostarsi dallo sgabello del bancone, fronte barman, al tavolo, un tavolo piccolo, che dà su una finestra persa nel vuoto; indossano una giacca, e aspettano.


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